Cinema Africano: per non fermare il dialogo
Quello del Cinema Africano sarebbe un compleanno importante, un anniversario da festeggiare, perché 40 anni portano con sé una lunga storia e sfide da superare.
Una storia fatta di volti e miti sfatati. Di incontri e amicizie. Di saperi e tradizioni perché il Festival nasce con la volontà di avvicinare le persone all’Africa, un continente pressoché sconosciuto, legato a pregiudizi e stereotipi confezionati dalla comunicazione occidentale. “Volevamo trovare un mezzo con cui far scoprire le realtà africane agli italiani. Volevamo dare voce agli africani facendo raccontare loro le storie che li appartengono per far conoscere la bellezza delle loro culture millenarie” racconta Stefano Gaiga direttore artistico del Festival.
Nei film proiettati all’interno delle sale appare chiaro come l’Africa sia molto più di guerre, povertà, calamità naturali e fame. È ingegno, creatività, vitalità: un continente ricco di fantasia e di diversità. “Abbiamo sempre parlato del cinema delle afriche perché le culture sono così differenti che è riduttivo attribuire loro una nomea. Durante i primi anni abbiamo sperimentato, poi ci siamo orientati alle novità del cinema africano per offrire una panoramica di 10 produzioni favorendo la diversità e la conoscenza” testimonia Stefano.

Un Festival focalizzato a produrre cultura e integrazione. “Fin dall’inizio abbiamo pensato di lavorare con le scuole, organizziamo laboratori, gestiamo percorsi formativi in accordo con gli insegnati e abbiamo creato una giuria valutativa di studenti. Per noi è importante lavorare con i ragazzi perché lanciamo piccoli semi, li avviciniamo a un contesto, facciamo respirare internazionalità e una molteplicità di culture che aprono gli orizzonti”. Il Festival del Cinema Africano insegna a guardare il mondo come se fosse la propria casa. “Vogliamo abbattere stereotipi e chiusure mentali. Cerchiamo di favorire il dialogo, l’incontro e la conoscenza reciproca”.
La settimana dedicata al Festival diventa un full immersion di scambi culturali. Mostre, spettacoli, esibizioni teatrali e danza. Installazioni audio e video insieme al cinema fatto di lungometraggi, cortometraggi e sezioni a tema. In un solo anno il Festival ha incontrato più di 17 mila spettatori di cui 8 mila studenti, ha coinvolto più di 100 organizzazioni, 86 volontari, 5 giurie con circa 140 proiezioni in 25 territori diversi. “Anno dopo anno sono arrivate 800 opere tra lungometraggi, corti e documentari. Gli spettatori sono stati più di 200 mila e oltre 500 ospiti ci hanno raggiunto dall’Africa e dall’Europa!”
Purtroppo, la situazione sanitaria ha duramente colpito le possibilità del Festival. “Abbiamo deciso di aprire una campagna crowdfunding per non fermare l’incontro delle culture e continuare a favorire il dialogo e la crescita reciproca – racconta Stefano – la campagna ci permetterà di raccogliere fondi per creare nuove azioni di promozione culturale e sociale. Confidiamo di poter raccogliere quando sarà utile per creare una rassegna degna dei 40 anni del festival e per continuare un’istruzione inclusiva che allenta le disuguaglianze al posto di ampliarle”. È possibile sostenere il Festival partecipando alla loro campagna di crowdfunding un modo di agire oggi per promuovere il bene di domani.

Il Ramo, dal cuore al lavoro
“È dal cuore che può iniziare il bene” diceva don Oreste Benzi. A partire dal cuore e dalla consapevolezza che il mondo cambia se ognuno fa la sua parte, dalla fine degli anni ’80, in provincia di Cuneo, si formano alcuni centri diurni, con annessi laboratori, per offrire un intervento riabilitativo, operativo e relazionale a persone che trovavano difficoltà ad inserirsi nei complicati meccanismi della società. Proprio da uno di questi laboratori si sviluppa Il Ramo, la cooperativa sociale emanazione diretta della Comunità Papa Giovani XXIII, che crede nella vita condivisa con gli esclusi e gli oppressi perché solo accogliendo le persone, rendendole costruttrici di storie e non oggetto di assistenza, è possibile rimuovere l’emarginazione.
“La cooperativa nasce per rispondere al bisogno di chi veniva accolto in case famiglia, strutture affidatarie e di pronta accoglienza – racconta Luca presidente del Ramo – Stando a contatto con gli ospiti ci accorgevamo che tutti avevano delle abilità: chi manuali, chi intellettive quindi ci si chiedeva: “Cosa gli facciamo fare durante il giorno?” Perché in quegli anni il territorio non offriva grandi opportunità e le persone più fragili rischiavano di rimanere isolate nelle loro necessità. Sapevamo che le persone che frequentavano il centro potevano esprimersi, potevano trovare un modo per dare un senso alla giornata, perché alla fine è questo che fa il lavoro: ti appropria della dignità grazie alle capacità che possiedi”.
Il lavoro diventa quindi un mezzo per trasformare storie di disabilità, alcoolismo, droga, carcere, malattia mentale ed emarginazione in riscoperta di sé, delle proprie abilità creando così nuove chance di vita. La cooperativa diventa un punto di riferimento sul territorio sia per gli invii da parte dalla comunità Papa Giovanni che dai servizi sociali. Ognuno portatore del suo vissuto e delle sue abilità, all’interno del “Ramo” trova spazio per crescere, socializzare e ricominciare. “Siamo partiti con un’attività di lavanderia e successivamente abbiamo attivato altri servizi: selezione abiti usati e rivendita in negozi, gestione dell’ostello della gioventù, disboscamento, cura delle aree verdi, accoglienza e housing sociale, confezionamento alimentare, servizio di pulizia per enti pubblici, privati e aziende…”.
Una cooperativa che conta 90 lavoratori, 40 soci volontari, presente in 14 strutture di cui possono beneficiare più di un centinaio di persone. “Gestiamo 5 centri diurni per persone disabili ed anziani ed abbiamo avviato una decina di diverse attività lavorative per permettere a tutti di trovare un posto nella società. Non l’abbiamo fatto perché siamo bravi ma perché abbiamo osservato le persone, le abbiamo sentite, abbiamo colto le loro esigenze e allora abbiamo aperto nuove vie” testimonia Luca.

La cooperativa non è solo un posto di lavoro, un posto in cui passare il tempo. È un luogo famigliare in cui si sta bene. Perché quando si vedono madri immigrate sole, con figli a carico, si percepisce che a loro si sta dando l’opportunità di crearsi una nuova vita. Quando chi ha perso la fiducia di tutti riesce piano piano a ricostruire la sua vita, si capisce che con l’impegno si riguadagna la vicinanza sociale. Quando si inseriscono i capi-famiglia e si vedono i figli degli altri crescere bene si trova un senso al proprio fare. “Io penso di fare il lavoro più bello del mondo – afferma Luca – Dopo aver conseguito un Diploma Universitario in Amministrazione Aziendale ho iniziato a lavorare in banca: ero ritenuto fortunato da tutti, avevo un lavoro sicuro e ben remunerato. Dopo qualche anno ho lasciato tutto per venire qui: non mi sono mai pentito di questa scelta perché in cooperativa ho iniziato a crescere tantissimo, sia dal punto di vista umano che lavorativo. Dopo poco tempo ho conseguito il diploma da Operatore Socio Sanitario: in parte mettevo a frutto gli studi effettuati e in parte mi dedicavo alle attività con gli ospiti diversamente abili che frequentavano i nostri Centri Diurni. Con la crescita della cooperativa mi sono dedicato sempre di più all’aspetto amministrativo/contabile e meno a quello educativo, ma sono felice perché sto mettendo a frutto le mie competenze a favore delle persone più fragili e bisognose”.
Il ramo non è solo assistenza, educazione e lavoro. E’ anche collaborazione e sinergia territoriale per sensibilizzare i cittadini a vivere insieme in una comunità capace di abbracciare chiunque, anche chi è diverso da sé. “Ospitiamo i ragazzi delle scuole superiori per tirocini perché lavorando con le giovani generazioni sia sempre più facile capire che non siamo ghetti ma cerchiamo di vivere e far vivere persone con fragilità immersi nella società”. Nonostante la pandemia li abbia spinti a riguardare le cose per affrontare il futuro, Luca è certo che “insieme, dalla fiducia reciproca e nella collaborazione che ci contraddistingue, riusciremo a creare nuovi progetti che abbiano sempre a fuoco la persona, la persona in difficoltà”.

Una casa che sa di famiglia
Ci sono luoghi che per quanto puoi andare lontano restano sempre. A modo loro ti chiamano a non andartene mai perché hanno quella capacità di educare l’anima e di farti vedere il mondo con occhi nuovi. Lo ha sperimentato Davide Pellizzari quando aveva solo 20 anni, un futuro davanti e il servizio civile obbligatorio. “Avevo trascorso un anno, mi avevano chiesto di fermarmi part-time ma io lavoravo in una concessionaria e ho voluto riprendere da dove ero partito. Però quell’esperienza mi aveva fatto stare bene così ho continuato a frequentarla come volontario…” poi il suo contratto non viene rinnovato e il posto che non aveva accettato lo stava ancora aspettando.
La cooperativa San Gaetano prende forma quando, negli anni ’90, la comunità di Albinea iniziò ad interrogarsi sul principio della carità. “All’epoca i vescovi avevano invitato ad avvicinarsi a persone bisognose attraverso opere di carità – spiega Davide, oggi presidente dell’ente – In quel periodo in parrocchia arrivavano molte richieste di accoglienza. Cosa possiamo fare? si chiedevano in tanti e così si scelse di offrire una casa, un posto dove dormire, mangiare, vestirsi e prendersi cura di sé”. La Casa Famiglia della Carità nasce come segno piccolo ma concreto e visibile di una comunità che accoglie, vive, supporta e assiste persone in difficoltà. “Si voleva far vivere l’esperienza dell’essere famiglia a chi una famiglia, per ragioni diverse, non l’ha più. Per questo si scelse di far gestire la Casa a famiglie volontarie creando un appartamento comunicante ma indipendente, nel quale soggiornano a turno per tre mesi”.

Una casa per 20 persone che portano nelle loro valigie storie diverse: chi in fuga dal proprio paese, mamme provate dall’esperienza di strada, alcolisti o tossicodipendenti in fase riabilitativa, persone che al gioco si sono giocate tutto, anche gli affetti. Con loro ci sono le famiglie che mosse da molteplici motivazioni, hanno scelto di diventare volontarie perché qui parole come condivisione, gratuità, amore e speranza si trasformano e diventano concreti gesti di attenzioni rivolte agli altri. Ognuno con i propri spazi ma con momenti condivisi, seduti a tavola per pranzare insieme, raccontarsi, andare oltre alla quotidianità. “Quando nelle famiglie volontarie ci sono bambini, si percepisce il carattere educante di questa casa – racconta Davide – I bambini hanno un approccio paritario, i dialoghi a tavola si costruiscono con facilità, fanno domande, non si vergognano, non fanno percepire le differenze. Questo aiuta i loro genitori ma anche chi vive la casa perché nelle esigenze familiari tutti trovano spazio per aiutare a loro volta, per offrire il loro tempo. Spesso come genitori cerchiamo di proteggerli nascondendo loro il bisogno degli altri. Eppure proprio i bambini ci dimostrano che anche i più bisognosi sono persone con cui si può stare bene insieme” ammette Davide.
La cooperativa si sviluppa seguendo i bisogni che nascono. “Quando è scoppiata la crisi finanziaria ed economica del 2008, diverse persone si sono trovate a passare il loro tempo nella Casa. Non potevamo lasciarli soli tutto il giorno a pensare ai loro problemi. Da un pezzo di terreno che abbiamo ricevuto in uso gratuito, abbiamo deciso di intraprendere una nuova via: volevamo farli camminare in avanti. Abbiamo messo a dimora 220 ulivi, creato un’acetaia per la produzione di aceto balsamico e avviato la produzione di marmellate”. Da una necessità si sviluppa la cooperativa di inserimento lavorativo. Oggi la Cooperativa San Gaetano conta una decina di dipendenti - tra operatori del centro diurno, disabili e ospiti della casa di accoglienza - e distribuisce i propri prodotti alimentari attraverso i supermercati locali ed i pacchi natalizi di alcune aziende. “Le persone vengono impiegate in base alle loro capacità: c’è chi lavora una giornata intera, chi etichetta, chi sfalcia…”
Semplicità, dolcezza e pazienza sono gli ingredienti che si acquistano insieme all’olio, all’aceto balsamico, alle marmellate di fragole, prugne, limoni, arance e mele, al limoncino e al miele. Gli stessi ingredienti che condiscono la vita comunitaria e il centro diurno per disabili. Gli stessi che si trovano negli appartamenti semi-indipendenti per uomini e donne che possono così ricominciare a muovere i loro passi verso la vita che li attende.

Un Fiore per la Vita: piantare speranza, raccogliere comunità
La storia della cooperativa Un fiore per la vita è la storia di una comunità. Di un popolo messo in ginocchio da decenni di soprusi e di violenza. Dal silenzio e dalla paura che portano ad isolarsi in piccole individualità da cui è difficile uscire. “Qui la camorra ha rubato il futuro, ha inquinato il terreno, ha fatto partire i giovani e ha reso la terra sterile. Viviamo in un contesto in cui le problematiche sociali sono altissime, il tasso di disoccupazione supera il 40% e la cultura di sfiducia spesso prende il sopravvento sulle persone” racconta Giuliano Ciano presidente della cooperativa.
Ma è proprio qui, dove tutto sembrava finire che invece fiorisce. “Io ero giovane, giovanissimo, ma lo ricordo il giorno in cui la camorra uccise don Beppe Diana durante la messa. È stato 26 anni fa, morì un prete ma nacque un popolo perché a quel fatto non rimanemmo indifferenti. Nello stesso anno, per mano della camorra persero la vita altre 150 persone, lo stato era assente ma iniziavamo a reagire, a ricostruire il noi, la comunità. Era una sfida ma con azioni forti e simboliche si è cominciato a dare coraggio perché non possiamo morire della realtà che viviamo”.
La cooperativa si sviluppa sulla scia dei movimenti di quegli anni, per dare risposte concrete ai problemi occupazionali delle persone in modo particolare a chi sta superando fragilità legate alla tossicodipendenza e a persone affette da disturbi mentali. “Il lavoro qui è un problema per tutti, ma per alcuni lo è ancora di più: dopo un percorso di riabilitazione che ruolo hai nella società, cosa fai, come puoi non ricadere? – testimonia Giuliano – con noi lavorano 22 dipendenti ed ognuna porta con sé un percorso personale da affrontare. L’agricoltura è un luogo privilegiato sia per creare lavoro che rieducare. Abbiamo iniziato con un terreno datoci dall’Asl, ci siamo dedicati dapprima alla floricoltura abbiamo stretto i primi rapporti commerciali, assunto persone e in pochi anni ci siamo trovati ad ampliare i servizi. Non volevamo che si creasse un parcheggio per la malattia così abbiamo aperto delle case con massimo 6-7 persone, come un nucleo familiare, da dove si può ripartire vivendo in famiglia, in una piccola comunità”.

I progetti terapeutici ricreativi individualizzati seguono le linee indicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per rieducare è necessario costruire un futuro: avere una casa, la salute, un lavoro, un ruolo sociale, un contratto vero e sviluppare la vita sentimentale. Ma sono proprio gli affetti la parte più delicata del percorso, specie per chi arriva da dipendenze legate alle droghe, all’alcol, al gioco e a internet. Ricostruire, ricucire i rapporti è un’attività che richiede tempo. “Bisogna scavare nella vita per piantare la speranza che porta frutti duraturi – enuncia Giuliano – Proprio per non lasciare i nostri dipendenti soli nelle loro fatiche ci siamo impegnati a creare un welfare mix, per dare equilibrio alla nostra economia e autofinanziarci, che ci permetta di avere un bilancio sano e flussi per pagare gli stipendi di tutti. Ci teniamo alla tutela dei lavoratori e alle loro certezze. Per questo hanno tutti busta paga e contratto a tempo indeterminato”.
Una cooperativa che si trasforma e che per rilanciare la terra d’origine apre “Fuori di Zucca”, una fattoria sociale di 20 ettari nel cuore di Aversa, una City Farm in stile europeo. Agricoltura biologica, floricoltura, agriturismo, attività didattiche, laboratori, catering, degustazioni, fastfood, la cooperativa contamina la comunità. “Siamo in città, siamo un luogo di svago e divertimento per le famiglie, di occupazione e dignità per chi ha più bisogno. Siamo rete per chi ha fame di diritti”. Insieme ad altre 7 cooperative, Un fiore per la vita fa parte del consorzio Nuova Cooperazione Organizzata con cui hanno attivato il progetto “Facciamo un pacco alla camorra” per dare un segnale che le persone e la terra casertana possono produrre cose buone, sane e genuine. Insieme ad altre 40 organizzazioni sociali sono parte del comitato Don Beppe Diana, che attraverso l’impegno civile, sociale ed economico si propone di sviluppare una cultura antimafia.
“C’è voglia di creare opportunità. Anche quando la camorra ti ruba tutto, quando sei demoralizzato e non sai come ripartire guardi quello che si è creato in questi anni e la motivazione ad andare avanti la trovi perché vedi che si può cambiare, che non è illusione ma realtà, che la rivoluzione parte da noi perché ogni singola azione ha una ripercussione sulla collettività”. Ed in questo tempo, dove il Covid ha cancellato una fonte di guadagno importante, dove le decisioni si dovranno prendere, la speranza non cede alla frustrazione. “Dobbiamo fare qualcosa per il nostro paese. Insieme ci si sente meno soli e si diventa più forti” e con questa forza generatrice Un fiore per la vita pensa al futuro.

Atelier del Bimbo: imparare dalle proprie emozioni
Quando si parla con Isabella è impossibile rimanere indifferenti alla sua intraprendenza, alla tenacia e a quella dose di saggezza che non t’aspetti in una giovane donna. Eppure Isabella è la manifestazione vivente di come una lettura attenta e consapevole di sé stessi porti l’essere umano a generare armonia, un’armonia di cui si è fatta promotrice, per diffonderla e renderla viva nei bambini e nelle famiglie che stanno crescendo. Perché oggi, per vivere felici, l’intelligenza emotiva è più importante di un elevato quoziente intellettivo.
“Ho sempre creduto che il sociale debba essere composto da persone competenti che stanno con l’altro per aiutarlo a dare il meglio di sé. Si tratta di educare, di infondere stima e coraggio e di costruire equilibrio con sé stessi – racconta Isabella Iè fondatrice dell’Atelier del Bimbo – La mia vita privata insieme all’esperienza lavorativa in comunità, mi ha fatto sorgere una domanda come dare ai ragazzi gli strumenti pratici che permettono di non farsi intaccare da ciò che è più grande di loro? La risposta la stavo vivendo sulla mia pelle grazie alla lettura dei bisogni emozionali”. Nasce così l’Atelier del Bimbo, uno spazio in centro a Verona, dedicato ai bambini di età compresa tra i 0 e i 10 anni, nel quale i piccoli intraprendono percorsi che li portano a conoscersi, a scoprire i punti di forza e le aree di miglioramento attraverso attività ludiche ed educative.
“Volevo dar vita ad un luogo diverso, dove i bambini potessero sperimentare le loro emozioni. Il nostro progetto educativo cambia in base al bambino, alle sue competenze e conoscenze ma tutto è plasmato intorno all’alfabeto emozionale perché per crescere è necessario insegnare ai piccoli come riconoscere le loro emozioni, dar loro un nome, ascoltarle ed interiorizzarle prima di agire. In questo modo le emozioni diventano compagne di crescita” rivela Isabella.
Quando i genitori portano i loro figli all’Atelier hanno la sicurezza di lasciare i bambini in un luogo sicuro dotato di percorsi e professionisti che aiutano i minori a scoprire piano piano chi sono. “Il nostro è un servizio di qualità che affianca le famiglie sia nell’alternativa ai servizi nido che alla scuola dell’infanzia. Siamo aperti dalle 8 alle 20 e oltre ai servizi scolastici è possibile iscriversi a diversi laboratori pomeridiani come quello di danza, musica, arte terapia, aiuto compiti, yoga, orticoltura e molto altro ancora” riferisce Isabella. Ma non si pensi a questi laboratori come a qualsiasi attività sportiva: qui l’insegnante non fa solo danza, insegna al bambino come accettare il suo corpo e sentirlo; lo psicomotricista lavora insieme a bambino ed adulto per accompagnarli insieme nello sviluppo; l’arte sprigiona l’espressione emotiva del piccolo…

“La nostra attività educativa si rivolge a tutti anche a bambini con disabilità e patologie come la sindrome di Tourette, H.D.A, spettri autistici – racconta Isabella – in questi anni ho lavorato duramente per costruire uno staff con competenze specifiche perché ci tengo che questo servizio sia a disposizione di tutte le famiglie con minori”. In questi anni hanno accolto 50 bambini, lavorano in modo continuativo con 15 famiglie insieme ad un team ideale di 12 professionisti. Con lo staff Isabella sogna e immagina di ampliare lo spazio per iniziare a fare attività scolastica nel bosco, a contatto con la natura.
“Da quando questo progetto è partito sono passati solo 3 anni anche se a me sembrano 20. L’esperienza imprenditoriale mi ha temprata e ha modellata la mia anima. Sono partita da sola e strada facendo ho incontrato persone che hanno creduto in me, nella progettualità e mi hanno insegnato a come andare avanti” perché non si diventa imprenditori dall’oggi al domani e quando le sfide chiamano bisogna essere capaci di affrontarle con qualche segreto. “Ho imparato a condividere i miei valori, a rendere le persone, anche gli utenti del servizio, parte della realtà e questo ha permesso all’Atelier di crescere e svilupparsi sempre più”.
L’Atelier del Bimbo testimonia la nascita di un servizio innovativo per la città. Nel suo piccolo porta il metodo montessoriano, la teoria di Goleman e la filosofia educativa di Reggio Emilia in azione per lasciare ai bambini la gioia di crescere.

Cooperativa Lindbergh: la bussola dei valori
“Facciamo cose difficili insieme, credendoci si può”. Con questo motto Enza, Ciro - attuale presidente - e pochi altri, decisero 18 anni fa di fondare una cooperativa innovativa a La Spezia. Una realtà capace di ardire nuovi voli ma sempre attenta alla relazione. “La cooperativa porta il nome dell’aviatore Charles Lindbergh, il primo ad aver compiuto la trasvolata atlantica in solitaria, perché, come quell’esperienza, anche noi volevamo volare verso nuovi orizzonti”.
La cooperativa Lindbergh nasce in una cucina, dopo aver avviato progettazioni sociali nel territorio ligure ed aver incontrato professionisti con lo stesso spirito di attenzione alla persona. “Eravamo letteralmente ‹‹in quattro gatti››, così diversi l’uno dall’altro, ma tutti accumunati dal desiderio di fare qualcosa di nuovo che rispecchiasse il bene che volevamo apportare al mondo” testimonia Enza Famulare, socia fondatrice e responsabile del Centro Il Nuovo Volo. Concentrati fin da subito sull’ambito educativo, psicologico e riabilitativo hanno mosso i primi passi laddove la professionalità consentiva loro di costruire progettualità in sinergia con il territorio. “Da sempre ho voluto fare qualcosa per le persone perché nelle difficoltà trovassero un supporto di comunità - racconta Enza, lucana di nascita, padovana di studi e ligure per scelta. “Gli affetti mi hanno portata qui, insieme al mio bagaglio di conoscenze e di esperienze. In Veneto avevo sperimentato processi innovativi di supporto alla persona e mi ronzavano in testa. Volevo portarli anche qui, in Liguria. Vent’anni fa le idee che portavo facevano scalpore: non volevo fare assistenzialismo ma coinvolgere i destinatari dei servizi”.

Un’idea condivisa dai soci fondatori che iniziano a sperimentarla nelle scuole e nei loro centri mettendo a fuoco i valori che hanno sempre dato la direzione alla bussola del loro agire. “Oggi tutti parlano di centralità della persona, e a volte senza coerenza, perché quando la pratichi conosci la responsabilità che si cela dietro questa affermazione – ammette Enza - Per noi significa trasformare il destinatario in attore partecipante del servizio. Far sentire la persona importante per quello che è, che sa e che può fare”. Lo stesso Centro il Nuovo Volo, sviluppato per rispondere ai bisogni di integrazione sociale delle persone diversamente abili, è stato antesignano di un metodo perché fece scoprire, nel Comune e fuori, che le persone disabili sono prima di tutto persone con sogni e desideri, con capacità e competenze. Per migliorare la qualità della vita degli utenti e delle loro famiglie si è dimostrato vincente coinvolgerli nelle attività. “All’interno del Centro ci sono 23 ragazzi con disabilità differenti, 12 operatori e si lavora perché qui ciò che tiene insieme non è la comunanza di una sindrome ma la voglia di condividere il tempo, i progetti, di stare alle regole e di costruire insieme il mondo in cui vogliamo vivere” riferisce Enza.
Un secondo valore è la cultura e la “Libreria dei Sogni” trasferisce nella realtà questo concetto apparentemente astratto. La libreria, gestita da persone diversamente abili, consente di sviluppare al massimo le autonomie permettendo loro di entrare in relazione con l’altro e operando in un contesto di contatto e utilità sociale. I ragazzi curano l’attività, conducono i laboratori, leggono i libri ai bambini. “Una volta una mamma mi ha raccontato che durante una vacanza al mare sentivano chiamare sua figlia. Come è possibile che la conoscano in Puglia? si chiese la signora. Il fatto è che l’avevano riconosciuta, sapevano che era lei la lettrice delle storie” un modo, questo, per sensibilizzare la collettività e per avvicinare abilità differenti e persone. Per questo la Bottega “Sogni fatti a mano” ha aperto le porte permettendo di commercializzare i prodotti artigianali creati dai ragazzi e realizzando insieme a loro bomboniere e piccole produzioni.
“Noi crediamo nella bellezza che cura e il Parco delle Farfalle sprigiona questo valore. Un parco creato coinvolgendo la comunità migrante, i bambini delle scuole, i pensionati locali… Qui si vive la bellezza della comunità perché questo è un progetto di comunità e si respira la quiete, la tranquillità, la pace nonostante sia sempre frequentato” ammette Enza.
Lavorare da sempre per il bene comune ha permesso alla cooperativa di crescere anno dopo anno arrivando a coinvolgere 80 soci lavoratori. “Quando mi sveglio al mattino e penso al Nuovo Volo mi dico che essere generativi non necessariamente passa attraverso l’esperienza della maternità ma con il dare respiro all’aria, alla terra e alle persone. Qualcosa che cresce, si modifica e si trasforma – conclude Enza –. Questa esperienza ci ha dimostrato che le cose difficili insieme si possono fare. Si può crescere insieme!”

Quartiere Attivo: come educare alla cittadinanza attiva
Quando era un ragazzino girava i quartieri della città alla ricerca di cose che nessun’altro aveva visto. Spinto dalla curiosità che accomuna tutti gli storici, si divertiva a camminare con occhi vispi e naso all’insù per osservare muri, campanili, statue, chiese e scritte sulle pietre. Si faceva tante domande e andava a caccia delle risposte nei libri, dicendosi che sarebbe bello se tutti avessero potuto apprezzare ciò che vedeva.
A guardare l’esperienza di Davide con gli occhi di oggi, viene da credere che la sua vita fosse segnata già dalla sua adolescenza: era chiaro che avrebbe dovuto occuparsi di bellezza, storia, cittadinanza. Invece per aprire Quartiere Attivo non è bastato diventare adulto. Gli sono servite due lauree, una casella di posta senza proposte di lavoro, un periodo di forte delusione e un viaggio che ha cambiato la sua prospettiva: a Berlino scopre come i quartieri possono essere valorizzati attraverso attività didattiche a contatto con le scuole.
Rientrato a Verona nel 2013 sente che è giunto il momento di dare forma ai suoi sogni e studia per capire come valorizzare la bellezza silente che vive intorno a lui. Nasce così l’associazione di promozione sociale Quartiere Attivo, per educare attraverso la storia e la geografia sia gli adulti che i bambini. “Mi ricordo che giravo scuola per scuola presentando il progetto. All’inizio è stato faticoso, ma poi ho ricevuto la prima chiamata da una scuola del Chievo e da allora è stato tutto un crescendo”. I percorsi nelle scuole vengono adattati in base all’età e al piano didattico. I quartieri, con le loro strade, i monumenti, gli alberi e le targhe, parlano di epoche passate dai romani al medioevo, dal rinascimento alle guerre mondiali. “I bambini si divertono a fare storia giocando, ad ascoltare gli aneddoti della città, spesso non sono abituati a fare passeggiate nelle vie perché sono portati a centri commerciali, alle attività sportive o stanno in casa. Durante il percorso chiedono e si interessano, tornati a casa sanno di sapere anche più dei loro genitori!”

Un viaggio nel tempo sviluppato in un percorso didattico di tre giornate. “Utilizziamo il metodo del cooperative learning, dividiamo la classe in piccoli gruppi e ogni giorno abbiamo una tematica da affrontare insieme”. Come l’appuntamento di geografia storica fatto con le foto, l’uscita in città e l’incontro sulla cittadinanza attiva. I percorsi di educazione civica abbracciano tante branchie: storia, diritto, geografia. Conoscere il territorio e trasmettere i valori che lo caratterizzano aiutano a creare nei bambini un senso di appartenenza, di integrazione e inclusione. Quartiere Attivo riesce a trasformare i libri in conoscenza diretta e partecipata. La storia della città e i suoi personaggi permettono di toccare con mano concetti pratici come l’aiutare chi è in difficoltà, rispettare la diversità, collaborare, scambiare competenze. “I bambini capiscono che un tempo le persone avevano poco ma erano unite, i quartieri non sono nati all’improvviso ma grazie a una comunità di persone che ha voluto dare un senso al luogo – racconta Davide – Accompagnando le classi negli anni, mi accorgo che educare alla bellezza produce dei piccoli cambiamenti. Nell’ultimo incontro i bambini raccontano le problematiche del quartiere e propongono delle soluzioni. A 10 anni pensano a come ristrutturare case e donarle ai poveri perché tutti abbiano un posto che dia protezione…”
In sei anni Davide è entrato in oltre 30 scuole elementari, 14 scuole medie, 5 scuole superiori incontrando 200 classi e 6.800 studenti. Eppure Quartiere Attivo con i suoi 3 collaboratori non è solo didattica scolastica. È vita di città grazie alle numerose visite alternative tra cupole, campanili, strade e cacce al tesoro per adulti. “Dal 2016 sono entrato in contatto con diversi iniziative del Comune. Prima per Il Consiglio Comunale dei bambini e delle bambine a cui ho partecipato per diversi anni, poi per organizzare conferenze sulla storia dei quartieri. Ho pubblicato 3 libri inerenti la storia di alcune zone della città e sono stati presentati nelle circoscrizioni con molto interesse – testimonia Davide – In collaborazione con l’Assessorato al turismo e alla cultura abbiamo elaborato le mappe turistiche della funicolare che portano a scoprire le zone di Veronetta, Castel San Pietro e la zona della Fontana del ferro. Insieme all’associazione Agile abbiamo attivato un percorso di digitalizzazione del quotidiano L’Arena per la Biblioteca. Insomma non ci fermiamo mai.” Certo il CoronaVirus ha posto un freno importante. Ma ha dato l’occasione di creare nuovi racconti sulla pagina fb dell’associazione e nuove dirette su Instagram. Un modo per continuare a imparare dal passato per costruire il domani perché per trasformare i cittadini in cittadini attivi, ci vuole tempo.

Crowdfunding: come attivare nuove vie di partecipazione in 5 passi
l crowfunding è una pratica di raccolta fondi che mobilita le persone dal basso, le appassiona ad una causa e permette di ricevere fondi utili allo svolgimento di idee, progetti ed iniziative di molteplice natura. Quanto è importante sapere utilizzare una strategia accurata di crowdfunding nelle attività sociali? Ne abbiamo parlato con Andrea Castelletti, fondatore e direttore artistico di Modus. Lasciamo ad Andrea la parola sull’esperienza delle sue campagne.
Vorrei premettere che non sono un teorico del crowdfunding, non ho studiato manuali né seguito corsi. Ho lanciato le nostre campagne di raccolta fondi per la trasformazione di uno stabile fatiscente in teatro, tre anni fa, e poi per la sua sopravvivenza nel periodo di fermo attività dovuto al covid, mosso esclusivamente dalla necessità e dal buon senso. Con gran sorpresa, in primis mia, sono stati raggiunti risultati meravigliosi.
Con piacere condivido la mia esperienza. Le varie teorie e sistemi le potete trovare con un paio di click sul web.
Da dove bisogna partire?

Perché un’azione di crowdfunding sia partecipata deve poggiare su un’esigenza condivisa. Il che non vuol dire che deve essere condivisa l’attività, quanto piuttosto le persone a cui ci si rivolge, devono sentire che l’attività per la quale si chiedono soldi sia una necessità reale per la collettività. In tal senso la donazione diventa un’alleanza: qualcuno ci mette il suo denaro, qualcuno ci mette la sua competenza, passione, lavoro, tempo. E’ importante quindi saper comunicare quelle caratteristiche del proprio progetto che vengono lette come volte ad assolvere un’esigenza comune.
Nella mia esperienza col Teatro Modus - tanto per la creazione del teatro da zero, quanto per la sussistenza nel fermo attività dovuto al covid - le campagne di crowdfunding poggiavano sull’idea che il teatro e la cultura in generale siano una necessità non secondaria: un concetto sentito come reale per tutti coloro che credono che la cultura e l’arte contribuiscano a formare persone e società migliori. La prosperità di una comunità sta nel numero di occasioni culturali si cui si regge (la cultura infatti ha sempre il primato sull’economia. Se io do un penny a te e tu dai un penny a me, alla fine entrambi avremmo un penny. Ma se io do un’idea a te e tu un’idea a me, entrambi alla fine avremmo due idee: la ricchezza è sempre una ricchezza di idee, da cui poi può derivare una ricchezza economica). Ed questo il Teatro, oltre ad essere un importante momento aggregativo, rappresenta un’occasione unica per coniugare il divertimento personale con l’accrescimento culturale e sociale della collettività.
In secondo ordine è importante far sentire i partecipanti al crowdfunding parte integrante del progetto (al limite estremo coinvolgendoli nei processi decisionali) nonchè fruitori, più o meno privilegiati, delle attività quando saranno infine avviate. I teorici e i manuali del crowdfunding tendono a mettere questo aspetto al primo posto. Nella mia esperienza invece ho incontrato moltissime persone che hanno partecipato con entusiasmo e generosità ma che poi non sono mai venute a teatro!
Cosa conta per avere successo in una campagna?

La mia esperienza suggerisce che un crowdfunding può aver maggior successo se ci si rivolge ad una comunità - più o meno diffusa e dai confini più o meno netti o noti - che già segue la realtà proponente il crowdfunding . La parola “seguire” va qui intesa nelle sue diverse accezioni e sfumature: “andare nella stessa direzione”, “venire dietro”, “accompagnare”, “comprendere”, “aderire”, “tenersi al corrente”, “far attenzione”. Tutti concetti che richiedono di essere singolarmente compresi e sviluppati. Dopodichè si può capire se si ha una comunità di riferimento che presenta tali caratteristiche (c’è una comunità, ossia delle persone che vanno nella stessa mia direzione? Che mi vengono dietro? Che mi accompagnano? Che mi comprendono? Che aderiscono? Che si tengono al corrente di quello che faccio? Che ci fanno attenzione?). Ovviamente la bontà di un’idea in sé può essere tale da richiamare le attenzioni anche di persone a cui si è sconosciuti ed è sempre vero che tutto è possibile al mondo e che non bisogna mai porre limiti al Bene. Tuttavia è altrettanto vero che qualsiasi successo credibile non si improvvisa, bensì ha le sue origini in una lunga e costante attività anteriore. In questo contesto ritengo sia fondamentale l’azione di costruire col tempo attorno alla propria realtà una comunità - più o meno diffusa e dai confini più o meno netti o noti- che ti segua (in tutte le accezioni su menzionate), che ti conosca e che riconosca la bontà degli intenti della tua opera. Questo riconoscimento dovrebbe essere esteso e trasversale a tutti i livelli dei propri stakeholders, dagli utenti della propria attività, ai colleghi/competitori, alle istituzioni, ai media della comunicazione.
Per ottenere questo è fondamentale comunicare con entusiasmo in modo continuativo, costante ed accattivante la propria opera. Se invece si attiva la comunicazione con l’avvio della campagna di crowdfunding ci si trova in cronico e tragico ritardo.
Quali sentimenti bisogna incoraggiare e nutrire?

Il punto è che una donazione è sempre un atto di fiducia. La fiducia è l’elemento cardine si cui si poggia il successo di una campagna di crowdfunding. Fiducia, fidatezza, affidabilità sia del progetto in sé che della persona o realtà che lo propone. Osservo che la fiducia si trasmette dimostrando di crederci fortemente in prima persona, dimostrando tenacia, dimostrando di scommettere realmente tutto sé stesso nella riuscita del progetto, dimostrando concretamente di impegnarsi con tutto sé stesso.
Ovviamente a monte deve esserci la dimostrazione di essere in grado di raggiungere gli obiettivi, sia quelli futuri del progetto in causa, ma anche di aver saputo raggiungerne in precedenza con la propria opera.
Quale essenza trasmettere durante la campagna?

Personalmente credo nell’importanza dei “logos”, ossia pensieri di ispirazione iniziale da tenere poi a riferimento nello svolgimento della propria un’azione (una campagna di crowdfunding in questo caso). Questi logos possono poi essere utilizzati anche nella campagna di comunicazione, per condividere il pensiero movente l’operazione in atto nonché diffonderlo con l’efficacia propria di uno slogan.
I logos possono essere coniati in proprio o ci si può fornire da grandi personalità del passato.
Ad esempio per la raccolta fondi per l’avvio di Modus (trasformazione di uno stabile abbandonato e fatiscente in teatro) i logos che abbiamo individuato:
"Lasciate il mondo un po’ migliore di come l’avete trovato" (Baden Powell)
"Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo" (Gandhi)
"Fai della tua vita un sogno e di un sogno una realtà” (Antoine De Saint-Exupery)
”Se in un primo momento l’idea non è assurda allora non c’è nessuna speranza che si realizzi"
(Albert Einstein)
"Sarà uno spettacolo bellissimo" (Andrea Castelletti)
Invece per la raccolta fondi per la sopravvivenza di Modus in fase lockdown i logos sono stati (tutti di nostro conio):
“Compra oggi i biglietti del futuro”
“I modusbond sono dei trasformatori di valore: versa oggi un importo in euro e domani avrai il tuo valore equivalente in forma di spettacoli”
“Viva l’arte, chi la vive e chi la fa vivere!”
Come mantenere il contatto con chi crede nella progettualità proposta?

Comunicare oggi è divenuto più importante del fare. Purtroppo. Non possiamo sottrarci dal comunicare con continuità l’andamento della nostra opera. Comunicare vuol dire anche condividere. Condividere l’andamento del progetto, con i suoi successi e difficoltà, obiettivi intermedi e punti di svolta. La comunicazione deve essere onesta, sincera, semplice. Essere sé stessi premia più di ogni altra strategia di comunicazione studiata o preconfezionata.
Non servono video perfetti o emozionali studiati a tavolino e realizzati da sapienti videomaker e grafici. La Verità e il Bene sono sempre autoreferenziali.
Nel comunicare è importante metterci la faccia, giocarsela in prima persona, non affidarsi esclusivamente a intermediari (persone o device che siano), andare in mezzo alla gente, essere più sociali che social.

Fundraising: il dono tra spontaneità e strategia professionale
In ambiti differenti, oggi il fundraising rappresenta una pratica articolata in molteplici azioni che sta assumendo sempre più valore strategico per le organizzazioni no profit. Come è possibile passare dalla spontaneità del dono ad una strategia professionale? Lo abbiamo chiesto a Elisa Rimotti, Progettista e Fundraiser per Opera don Guanella, Provincia Sacro Cuore.
Elisa, come sta cambiando la raccolta fondi?
La recente Riforma del Terzo Settore, attribuendole legittimità, riconosce la “raccolta fondi” (art. 7 D.Lgs 117/2017) come insieme delle iniziative poste in essere da un ente del Terzo settore per finanziare le proprie attività di interesse generale. Il fundraising si articola in macro aree: raccolta fondi da privati, aziende, enti di erogazione, progettazione e bandi. Ciascuna di esse possiede specificità differenti, ma alcuni principi di fondo sono comuni. Infatti il fundraising è parte dello scenario di valore dell’ente ne sostiene la mission, la attualizza e ne garantisce la sostenibilità, per questo deve essere considerata un’azione strategica, non disgiunta dalla spontaneità del dono, il voler essere partecipi di qualcosa oltre noi.
Cosa serve per costruire una strategia vincente?
È un investimento di lungo periodo: necessita di professionalità, competenze e strumenti e produce risultati proporzionali alle attività svolte. Il rischio che sia una pratica disorientata, l’illusoria panacea di tutti i mali è, tuttavia, ancora alto. Con la metafora di una gara proverò a riconoscere gli elementi che un modello di fundraising dovrebbe avere.

1. Allenamento
Il fundraiser è il professionista che ha con l’ente una primaria relazione di fiducia basata su un mandato chiaro e condiviso con le diverse posizioni organizzative. È il primo potenziale donatore. Si aggiorna e forma, costruisce relazioni per creare partnership e sinergie. Il primo esercizio risiede nell’osservare mission e valori rileggendoli in rapporto al contesto.
Dopo aver guardato all’essenza, si parte dalle relazioni: vero patrimonio dell’ente costituito da contatti reali e possibili. I donatori vanno studiati non con l’intento di indagare, ma per personalizzare le richieste, per prenderci cura della relazione, il centro dell’agire. Per ogni donatore (effettivo o potenziale) occorre mettere a fuoco, con database o piattaforme specifiche, variabili come l’intensità del legame e la modalità di contatto, non solo per acquisirne nuovi, ma anche per fidelizzarli. Per attivare un piano di fundraising è necessario porre delle premesse perché è fondamentale:
- Condividere la strategia a più livelli;
- Pianificare la campagna in fasi, tempistiche, attori, budget;
- Essere consapevoli della costanza e continuità dell’azione.
2. Partenza
Il piano di fundraising parte quando l’organizzazione vuole esplicitare all’esterno una relazione già consolidata all’interno, così facendo potenzia la compartecipazione alla mission. La sfida è raccontare il progetto senza dimenticare che il fundraising risponde anche al bisogno di chi desidera essere parte di un cambiamento, al superamento di uno stato di fatto, ad una spinta generazionale.
3. Percorso
Comprende tutte le azioni per sollecitare il dono. Chiedere di sostenere una causa implica un costante sforzo per arrivare:
- alla narrazione chiara ed efficace di ciò che sogniamo attraverso diversi canali di comunicazione (online e offline) mettendo a fuoco la c.d. “call to action”, la richiesta, diversificandola a seconda degli strumenti scelti che siano crowfunding, bandi, richieste per specifici target di donatori;
- alla stima del fabbisogno economico e delle tempistiche per l’obiettivo della raccolta (trasparente, misurabile, valutabile);
- all’identificazione delle variabili, interne e esterne, da monitorare (rischi, partner, risorse extra).
Questi aspetti devono essere chiari al donatore così da renderlo protagonista consapevole di tutte le fasi.
4. Traguardo
Superarlo è il momento più intenso del percorso. Analizzare l’impatto , condividere gli esiti delle azioni è importante per capirne l’efficacia e ripensare nuove strategie. Ma non solo. Occorre ringraziaree rendere partecipi donatori e attori. Più che un traguardo è in realtà un nuovo punto di partenza.
Quale elemento non bisogna trascurare durante la campagna? Per ogni buona campagna di Fundraising tutti gli elementi evidenziati sono necessari, ma uno in particolare l’ente non deve mai dimenticare: la nostra gara è sempre uno sport di squadra. Solo coinvolgendo i diversi livelli nell’organizzazione, ciascuno con ruoli e mansioni diverse, avremo i risultati che speriamo.
Europrogettazione: familiarizzare con i bandi europei in 5 passi
I bandi europei sono forme di contributi assegnati all’Unione per permettere a imprese ed enti non profit di perseguire attività di sviluppo economico, sociale e culturale. Sono in crescita le organizzazioni che assumono personale qualificato capace di distinguere le categorie di fondi, documentarsi nelle gazzette ufficiali e partecipare ai bandi perchè i vantaggi che ne derivano sono sostanziali. Ma quali sono i passi da compiere per comprendere meglio il mondo dell’europrogettazione? Abbiamo chiesto a Dolores Forgione, vice presidente e Project manager presso l’Associazione Ises, di aiutarci a conoscere meglio l’argomento.
Dove trovare i bandi europei più adatti per il tuo progetto?

Trovare un bando europeo in linea con la propria attività o idea progettuale e monitorare i numerosi bandi europei che vengono pubblicati durante l’anno sia su fondi diretti che indiretti, è una attività che richiede dispendio di tempo e capacità di analisi.
Che fonti consultare per avere informazioni sui bandi e sulla documentazione ufficiale per la presentazione delle candidature? Cosa fare per essere efficaci e non perdersi? Il web ci viene sicuramente in aiuto:
- Facciamo riferimento sempre a fonti ufficiali accreditate: Gazzetta ufficiale dell’UE dove è possibile consultare gratuitamente i bandi e la relativa documentazione nelle lingue ufficiali dell’Unione.
- Consultiamo i siti delle Direzioni Generali e delle Agenzie esecutive responsabili per la gestione dei programmi tematici: enticompetenti per specifici programmi tematici o settoriali (per i bandi a gestione diretta).
- Familiarizziamo con il “Participant Portal” della Commissione europea: tutte le informazioni ufficiali sulla pubblicazione delle call for proposal (bandi) sono presenti sul portale https://ec.europa.eu/info/funding-tenders/opportunities/portal/screen/home nella sezione “search funding and tenders”
- Contattatare i national contact point e le agenzie di gestione nazionali: i testi dei bandi europei e i documenti ufficiali sono in inglese, è possibile quindi contattare gli uffici nazionali dei programmi europei per avere un supporto nella comprensione dei testi e per la presentazione della proposta progettuale.
- Per i bandi per i fondi strutturali, monitoriamo i portali regionali e ministeriali: ad esempio programmi operativi nazionali (PON) e regionali (POR).
- Iscriviamoci a banche dati online e i motori di ricerca dedicati: ad esempioObiettivo Europa e Europafacile.
Come leggere i bandi europei in modo strategico?

Il bando è il documento ufficiale che contiene tutte le informazioni necessarie per predisporre correttamente la proposta progettuale, secondo i criteri e i termini stabiliti. Contiene molte indicazioni scritte in inglese e con un linguaggio tecnico non sempre di facile comprensione. Per non perdersi e ottimizzare tempi e risorse per valutare la fattibilità della candidatura è bene saper individuare rapidamente alcuni elementi-chiave dei bandi europei:
- La scadenza (deadline): se avete trovato questo bando a 2 settimane dalla sua scadenza difficilmente si riuscirà a predisporre una domanda di successo. Il tempo è una variabile fondamentale nella progettazione. Il tempo è un vincolo anche per la durata delle attività del proprio progetto. Il bando indica quanto un progetto debba durare.
- Finalità ed obiettivi: assicuriamoci che il nostro progetto risponda ai criteri di valutazione esplicitamente riportati nel bando o nei suoi allegati tecnici.
- Priorità di intervento e tipologie di attività finanziabili: assicuriamoci che la nostra idea progettuale sia in linea con le linee strategiche di intervento o le singole attività ammissibili a finanziamento.
- Destinatari (target group): la/e categoria/e di soggetti cui si rivolgono le attività progettuali e che saranno raggiunti direttamente e indirettamente dai risultati di progetto. Quelli del nostro progetto sono indicati nel bando?
- Criteri di eleggibilità: il bando indica chiaramente chi può presentare delle proposte (Enti pubblici, imprese, associazioni non-profit, istituti di istruzione, centri di ricerca etc.) definendo requisiti di ammissibilità legale e capacità tecnica e finanziaria che devono soddisfare. La tipologia del nostro ente è tra questi?
Se quindi siamo nei tempi per la presentazione, il nostro progetto è in linea con le finalità del bando e le azioni che abbiamo ipotizzato sono finanziabili (nei tempi, nelle risorse economiche e nella strategia) e il nostro ente è ammissibile allora possiamo iniziare a scrivere il progetto.
3. Come scrivere un progetto europeo?

Scrivere un progetto europeo è un’impresa! Capire come compilare il formulario è complesso e se i criteri di valutazione definiti dal bando ci aiutano senz’altro ad orientarci, dobbiamo altresì tenere presente alcuni aspetti chiave:
- Partenariato solido e competente: la scelta dei partner è una attività delicatissima. Assicuriamoci che il partenariato garantisca la copertura di tutte le competenze specifiche necessarie per la realizzazione delle attività-chiave del progetto e ci dia una buona copertura geografica (avere partner da diverse aree geografiche dell’UE è un valore aggiunto).
- Stato dell’arte: un progetto nasce sempre da un bisogno concreto a cui si vuole dare risposta. Dimostriamo di conoscere il punto di partenza su cui il progetto vuole intervenire, descrivendo il problema reale. Dobbiamo far percepire che c’è un problema che il nostro progetto vuole contribuire a risolvere.
- Coerenza interna del progetto: obiettivi, strategia e attività di un progetto europeo devono essere legati tra loro e devono dimostrare di essere in linea con le priorità di intervento e le finalità indicate nel bando.
- Budget coerente e sostenibile: allocare per ciascuna attività di progetto risorse dedicate, necessarie a garantirne la realizzazione con la massima efficacia.
- Impatti misurabili: spiegare come le attività di progetto e i risultati ottenuti contribuiranno a modificare la situazione di partenza con indicatori misurabili.
- Piano di comunicazione efficace: descrivere la strategia di comunicazione e disseminazione per assicurare massimavisibilità al progetto e il coinvolgimento degli stakeholder.
- Management di qualità: il coordinamento del progetto in termini amministrativi, finanziari e operativi e la divisione del lavoro tra i partner.
Mi raccomando, chi scrive il progetto conosce la materia ma utilizziamo sempre un linguaggio semplice per aiutare i valutatori a comprendere chiaramente obiettivi, attività e strategie del nostro progetto.
Quale è il budget dei progetti europei?

Il budget ha un ruolo fondamentale nel convincere i valutatori sulla validità del finanziamento richiesto. È necessario prestare particolare attenzione ai seguenti aspetti per compilarlo nel migliore dei modi:
- Leggere attentamente le linee guida per conoscere quali sono i costi ammissibili e quali no;
- Verificate i limiti % delle macro-voci di spesa;
- Inserite costi che per voi saranno poi facili da rendicontare;
- Attività e costi devono essere coerenti
- Inserite le voci di spesa facendo in modo che dai costi si evincano chiaramente le attività di progetto;
- Condividete il budget con i partner prima di finalizzarlo. I costi di un traduttore in Italia, per esempio, ovviamente sono diversi da quelli di un altro paese ed è bene far indicare al partner stranieroi propri costi per evitare poi, nel caso di approvazione del progetto, problemi di gestione;
- Fate attenzione all’IVA (le linee guida indicano sempre se i costi sono da intendersi con o senza IVA);
- Distribuite equamente il budget tra i partners. Non possiamo costruire un budget in cui il 90% delle risorse sono nel vostro budget anche se siete i capofila del progetto.
Come ragiona il valutatore di progetti europei?

Ecco qualche consiglio per aumentare le possibilità di successo del vostro progetto europeo:
- Rispettare la logica della struttura del formulario: completiamo in modo analitico e schematico il formulario, rispettando le indicazioni affinché il valutatore europeo possa giudicare se il progetto sia in grado di rispondere efficacemente alle esigenze del bando.
- Impariamo la lingua dell’europrogettazione: il valutatore di progetti europei si aspetta di trovare ripetuti nel testo una serie di termini-chiave propri del linguaggio della progettazione: objectives, activities, tasks, target group, outcome, output, deliverables, milestones, mitigation strategy, european added value etc. Non utilizziamo parole diverse per non confondere il valutatore.
- Descriviamo la metodologia: non facciamo solo un elenco delle attività del nostro progetto ma facciamo capire al valutatore anche come le nostre attività saranno organizzate/implementate. Non diamo nulla per scontato.
Mi raccomando, prima dell’invio del progetto, verifichiamo di aver soddisfatto tutti i criteri di valutazione nella maniera più esaustiva possibile.










