LidiaBorzì: rubrica Donne che fanno la differenza

Donne che fanno la differenza: Lidia

Quando Lidia lascia la Sicilia porta in valigia due cose: l’effervescenza vulcanica ereditata dalla sua terra e la voglia di generare storie nuove. È giovane e innamorata, segue il marito a Roma e vi scopre una città viva, piena di risorse e di opportunità. I giorni passano, Lidia capisce che la sua famiglia non si può allargare e si mette in cerca di un calore che le ricorda casa.

La prima volta l’aveva accompagnata suo fratello Angelo. Il circolo le era piaciuto così c’era tornata. Aveva iniziato ad occuparsi della tombola e quando stava in quella stanza le sembrava di respirare un’aria diversa, fatta di progetti, relazioni e comunità. Per questo apre la porta di un circolo ACLI anche a Roma e senza saperlo inizia la sua avventura.

L’impegno sociale diventa la sua vita e si intreccia sempre più con il suo lavoro come direttrice di un centro di formazione, come progettista e consulente sociale. A Lidia piace lo spirito di squadra che vive in ACLI. Si sente a casa. Ascolta, si confronta, impara. Sposa lo spirito delle ACLI e lavora per creare rete. Ha capacità e le sue doti vengono premiate con ruoli sempre più impegnativi (dalle deleghe a Governance, Famiglia, Progettazione sociale, 5xmille; al Premio Amico della Famiglia istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri; alla Commissione per le Parità e Pari opportunità nel lavoro del  Ministero del Lavoro). Eppure non è tutto oro quello che luccica…

Lidia è una donna. Deve guadagnarsi la credibilità. Deve faticare per far comprendere il valore delle sue scelte anche se queste generano impatti positivi. Però non si arrende. Crede nel servizio e nella possibilità di creare un welfare comunitario che contrasti le povertà del mondo d’oggi. Segue il consiglio del Papa: impara ad indossare un nuovo paio di occhiali invisibili che le fanno guardare oltre.

Mette a fuoco le periferie geografiche ed esistenziali della città. Vede la dimensione della gravità: disuguaglianze, solitudine, povertà educative. Vive tra la gente perché è lì che comprende. I bisogni aumentano, cosa possiamo fare? continua a chiedersi mentre perde il sonno e pensa a nuove soluzioni. Lidia cerca e coinvolge. È appassionata, determinata e concreta per questo le persone la seguono.

Così diventa Presidente delle ACLI di Roma, un arcipelago di 320 strutture che ogni anno accoglie oltre 120 mila persone, molte in condizioni di estrema fragilità. Serve visione e lungimiranza per costruire nuovi orizzonti. Come un’allenatrice motiva e spinge la sua squadra, fatta da centinaia di operatori e volontari, ad avere nuovi sguardi. Si sviluppano diversi servizi per i bisogni primari, per tutelare i diritti mancati, per promuovere il lavoro dignitoso, il contrasto alle povertà educative, l’attivazione della persona. Per non lasciare nessuno da solo.

Famiglie, indigenti, immigrati, minori e giovani sperduti... il cuore di Lidia non conosce confini. Solo durante il Lockdown le ACLI di Roma hanno assistito 900 minori, offerto più di 800 ore di consulenza, percorso 20 mila km per consegnare più di 3 mila pacchi recuperati da oltre 1 tonnellata di eccedenze alimentari a 8 mila persone.

L’impegno di Lidia è diventato la sua missione di vita. “Credo in chi prova ad essere straordinario nell’ordinario. Quando si ascoltano i silenzi e si vede anche chi sta nell’ombra, quando l’energia diventa conforto e il tempo aiuto concreto, allora riconosco l’essenza del donarsi”.

Lei è Lidia, una donna che fa la differenza.


copertina onlus gulliver

Onlus Gulliver, sviluppa l'economia di comunità

Ci sono cose e persone che sembrano essere state assopite per lungo tempo, come fossero in un lungo inverno. Poi una scintilla risveglia anime e corpi, le situazioni si trasformano e le persone si prodigano per creare qualcosa di nuovo. Di unico. Di speciale. Questo è il caso di Onlus Gulliver, una comunità, più che un’associazione, che da quando è nata ha risvegliato il contatto umano tra le persone.

“Eravamo un gruppo di genitori con i figli alla scuola Gulliver – racconta il fondatore e presidente Andrea Boccanera – Era il 2011 ed eravamo stanchi di lamentarci per tutto ciò che non andava: l’edificio scolastico trascurato, le vie mal gestite, il parco lasciato a sé…c’era tanta rabbia dentro di noi Perché nessuno fa nulla? ci chiedevamo. Poi abbiamo smesso di chiedercelo, ci siamo organizzati e abbiamo iniziato a fare”. Quaranta genitori, spinti dal desiderio di curare l’ambiente dove vivano i loro bambini, si rimboccano le maniche e fanno quello che attendevano dalla pubblica amministrazione: puliscono le strade, dipingono le scuole, sistemano i parchi, piantano fiori. Il loro modo di fare diventa contagioso. Man mano si uniscono altre persone che comprendono l’importanza di uscire dall’individualismo per entrare a far parte di un noi, di una comunità che si prende cura di chi vive il territorio.

“Abbiamo messo il benessere della persona al centro senza alcun tornaconto personale. In noi c’è sempre stata la voglia di fare per creare qualcosa che rimanga nella comunità o dentro le persone” testimonia Andrea. Ecco perché l’associazione non si è mai specializzata a rispondere ad un unico bisogno bensì elabora servizi basati sulle reali capacità dei volontari e dei bisogni territoriali percepiti. “Ci siamo dedicati a realizzare attività volte a sensibilizzare contro il bullismo e la violenza di genere, abbiamo favorito la partecipazione attiva dei cittadini, l’integrazione culturale, lo sviluppo di librerie sociali, la raccolta di donazioni a favore di enti locali, promuoviamo l’inclusione lavorativa e sociale per persone con difficoltà personali… - testimonia Andrea - Il riuso è diventato per noi un mezzo per metterci in relazione, far percepire un messaggio, creare occupazione e un’economia di comunità. Oggi abbiamo un capannone di 5mila metri quadrati.  Da 7 Comuni le persone ci raggiungono per portare quello che non vogliono più; noi selezioniamo, ripariamo, curiamo e portiamo nuovamente il bene a disposizione di chi ha bisogno e lo riceve gratuitamente, ma anche a chi vuole acquistarlo. Raccogliamo dalla comunità e con la comunità per restituire a chi ne ha più bisogno”.

In questi anni l’impegno dei 200 volontari e dei 40 lavoratori occupati alla Gulliver hanno reso credibile la Onlus tanto da farla divenire una realtà in collaborazione quotidiana con diversi comuni, la Prefettura di Pesaro-Urbino, la Regione Marche, la Comunità Europea e tanti Enti del Terzo Settore, per costruire spazi fisici reali che facciano scoprire il senso civico ai cittadini. Non solo. Enti storici occupati nei servizi di prossimità hanno preferito consegnare l’incarico all’associazione perché più abile a rispondere ai bisogni di oltre 120 famiglie indigenti. “Le nostre opere sono significative perché toccano la vita delle persone, puoi vedere le cose che facciamo. Noi ci siamo giocati la nostra credibilità perché facciamo per gli altri prima ancora che per noi stessi. È diventata una missione di vita! Ci sono volontari così affezionati alla Gulliver che si alzano alle 5 del mattino e prima di andare a lavorare passano dal magazzino a vedere che tutto sia a posto. La gente lo vede che chi c’è qui crede nel progetto e crederci è la nostra forza perché abbiamo capito che il nostro modo di servire è assumersi delle responsabilità nei confronti dei 150 mila abitanti dei comuni limitrofi”.

Quasi giocando, continuando sicuramente a divertirsi nonostante l’impegno, l’associazione anno dopo anno ha implementato servizi e personale. Trovano occupazione persone con fragilità e i volontari sono giovani, hanno un’età compresa tra i 30 e i 50 anni, spesso sono genitori di famiglia e portano con sé i bambini. “Questa vitalità mi piace, penso dia un senso alla vita – ammette Andrea – Io sono cresciuto in una famiglia in cui prima c’erano i poveri e poi il Natale. Mio padre molte notti non era a casa ma in ospedale a fare volontariato. Il mio mondo è sempre stato questo. Quando ho capito che dovevo fare qualcosa per il futuro ho pensato a qualcosa di vero e di autentico, qualcosa che mancava a Pesaro. Ed oggi siamo qui grazie a don Vincenzi che ha dato una svolta alla mia vita: mi ha fatto comprendere che non può esserci volontariato senza una vocazione che lo sostenga. Ed è allora per una vocazione condivisa che stiamo creando qualcosa che resta, che dà, che genera!”


Uomini che fanno la differenza: Valerio Tomaselli

In un comune abitato da poco più di 12mila abitanti, vive Valerio, 34 anni, con sua moglie e tre bambini. A San Mauro Pascoli, Valerio è una figura nota, d’altronde non sono poi molti i giovani che come regalo di laurea scelgono di aprire una cooperativa sociale.

Ma Valerio è così: pieno di vita, fiducioso, intraprendente. Cresce in una famiglia di cinque figli con l’esempio di un padre che, per mantenere tutti, lavorava fino a 14 ore al giorno e di quel lavoro era felice. Così Valerio si innamora del significato del lavoro, della praticità di ogni mestiere e capisce che nella vita può fare tutto. Poi però accade. Quell’incontro che cambia il futuro.

Sono gli occhi a mandorla, il sorriso stampato, le parole mangiate e gli abbracci affettuosi a far capire a Valerio che nella vita lui deve fare qualcosa di più. Era poco più di un adolescente quando inizia a dedicare qualche ora al volontariato con ragazzi che hanno la Sindrome di Down e dentro di sè inizia a sentire una voce che si presenta e ripresenta e gli chiede: 𝒄𝒐𝒔𝒂 𝒑𝒖𝒐𝒊 𝒇𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒈𝒍𝒊 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒊?

Cosa può fare? Si diploma, si iscrive all’università, continua a fare volontariato, si laurea e decide di avviare la Cooperativa Amici Di Gigi. È il 2009, sono in 4 amici uniti da un grande sogno: rendere bambini, ragazzi, adulti in situazione di fragilità protagonisti di un futuro positivo. Nonostante la bontà dell’intento si trova di fronte a una strada tortuosa e in salita che lo sfida a guadagnarsi la credibilità di enti, famiglie e professionisti affinchè le persone si fidino dei servizi proposti e rendano il sogno realtà.

Valerio non si arrende. La sua positività, il sostegno degli amici e la sua voglia di fare, lo spingono ad assumere l’iniziativa di intraprendere, mentre la chiarezza di riferimenti valoriali lo orientano. Per rendere unico il loro servizio, servono persone flessibili e disponibili, capaci di sentirsi genitori di un figlio che non è loro ma che viene affidato. In gioco c’è la vita di bambini che nulla hanno fatto se non nascere in famiglie con genitori smarriti, fragili e soli, che hanno perso il senso e non riescono a seminare quei valori che fanno crescere una creatura.

Quei bambini meritano educazione, istruzione e amore. Valerio parla, corre, fa’. L’impegno viene ripagato: si creano intese professionali e reti proficue che consentono di costruire progetti personalizzati per quasi 100 minori. 𝐴𝑚𝑖𝑐𝑖 𝑑𝑖 𝐺𝑖𝑔𝑖 si guadagna la fiducia delle istituzioni, del territorio, dei servizi sociali, delle famiglie e dei piccoli. Oggi offre lavoro a oltre 60 persone, ha attive 4 comunità semiresidenziali, 2 comunità residenziali per minori e servizi per gravi disabilità. Eppure non basta…Per creare futuro serve lavoro.

Così 𝐴𝑚𝑖𝑐𝑖 𝑑𝑖 𝐺𝑖𝑔𝑖 decide di acquistare la Belforte Fragranze Italiane, un’azienda di fragranze per ambienti, che diventa un’azienda marchiata dall’amore per la bellezza, la qualità dei prodotti e l’inclusione sociale. Presente in più di 300mila case con oltre 20 profumazioni e aperta ai mercati internazionale, la 𝐵𝑒𝑙𝑓𝑜𝑟𝑡𝑒 crea lavoro e dà continuità ai ragazzi della cooperativa.

Valerio non è uno qualsiasi, anche se vuole farlo credere. “𝑵𝒐𝒏 𝒄𝒓𝒆𝒅𝒐 𝒏𝒆𝒊 𝒑𝒐𝒕𝒆𝒓𝒊 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒊𝒂𝒍𝒊. 𝑪𝒓𝒆𝒅𝒐 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒆, 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒑𝒐𝒔𝒊𝒕𝒊𝒗𝒊𝒕𝒂̀, 𝒏𝒆𝒍 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐. 𝑪𝒓𝒆𝒅𝒐 𝒏𝒆𝒍 𝒇𝒖𝒕𝒖𝒓𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒊 𝒑𝒖𝒐̀ 𝒄𝒓𝒆𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊!” Valerio è un uomo che fa la differenza.

Ps= Valerio Tomaselli è il ragazzo con il maglioncino azzurro!


Per guardare oltre il limite c’è Cuore 21

C’è un momento nella vita in cui cambia tutto. A Maria Cristina è accaduto 33 anni fa quando diede al mondo la sua bambina. Una bambina down. “Quando me la diedero in braccio ricordo che chiesi Quale differenza c’è tra le persone down? e il medico mi rispose La differenza la fa l’educazione”. In quel frangente Maria Cristina capì che spettava a lei e alla sua famiglia fare il meglio per crescere quella piccola.

E allora si misero a cercare, a trovare spazi educativi che potessero far emergere il massimo delle capacità della bambina. “Per sette anni ogni settimana salivamo da Riccione a Milano perché mia figlia suonava in un’orchestra sinfonica. È stato impegnativo? Certo che lo è stato, ma per lei era un’esperienza importante e a quei tempi, qui non trovavamo nulla con quel valore”. È un dato di fatto: la disabilità in famiglia focalizza le scelte, permette di vedere cosa è importante e cosa lo è meno.

Poi arrivano gli anni ’90 e con essi una grande novità per Riccione: viene fondata l’associazione di volontariato Centro 21 uno spazio voluto dai familiari di persone con sindrome di Down e disabilità intellettiva, volontari, amici e simpatizzanti per offrire sostegno quotidiano e lavorare sulle abilità dei ragazzi consentendo loro di diventare sempre più autonomi. L’associazione si occupa da subito di adolescenti e adulti, pone al centro la persona con le sue caratteristiche e le sue vulnerabilità, e si preoccupa di creare percorsi educativi abilitanti per gli utenti.

“L’esperienza associativa fece capire che potevamo fare ancora di più. Così nel 2015 abbiamo fondato la cooperativa Cuore 21 e la prima cosa con cui siamo partiti è stato un centro estivo per bambini. Per tutti i bambini indipendentemente dalle loro abilità - racconta Maria Cristina presidente della cooperativa – Cuore 21 ha una funzione educante sia per le persone che in esso seguono percorsi educativi, sia per la città. Crediamo nell’integrazione e seguendo questo obiettivo abbiamo ideato una serie di servizi che evidenziano le abilità attraverso la capacità espressiva”.  Ogni persona possiede delle risorse che possono essere messe a frutto per gli altri. La danza, il teatro, le letture animate consentono ai ragazzi con sindrome di Down di prendere confidenza con le proprie capacità trasmettendole all’esterno. La cooperativa ha infatti creato una rete con musei, alberghi, locali, scuole di ballo, scuole del territorio in cui i ragazzi diventano animatori di attività. “Lo facciamo perché i piccoli si accorgano che nella disabilità c’è bellezza, non ci sono solo limiti, e questo permette di far rivalutare anche agli adulti il concetto stesso di disabilità”.

Appena nata la cooperativa seguiva i ragazzi a partire dall’età adolescenziale. Le numerose richieste delle famiglie li hanno spinti a ideare percorsi anche per i più piccoli per tracciare una strada formativa volta allo sviluppo delle autonomie personali, sociali e lavorative. “Realizziamo progetti lavorando in modo individualizzato con percorsi che si modificano in itinere, rivisti e condivisi ogni anno con le famiglie e con i servizi. Nella prima fase di vita sono di tipo socio-educativo e relazionale mentre poi si iniziano a sperimentare le autonomie professionali attraverso alcuni laboratori - racconta Maria Cristina – Abbiamo creato collegamenti sia con il mondo scolastico che con il mercato del lavoro. Stiamo attenti a creare ponti con realtà professionali che diano contratti veri, a tempo indeterminato ai ragazzi, perché crediamo nelle loro capacità e siamo consapevoli che possano diventare fonte di ricchezza per la comunità”.

Nella cooperativa lavorano 9 persone e ci lavorano con il cuore perché quando si inizia un percorso personalizzato, quel percorso dura una vita intera sia con la persona che con la sua famiglia. Ogni estate incontrano più di 60 bambini ai centri estivi, seguono 35 utenti con disabilità durante l’anno e portano beneficio ad un’intera città. Viene da chiedersi come sia possibile in poco tempo riuscire a realizzare una rete attenta alle attività della cooperativa. “Siamo riusciti a fare tutto questo perché la città ha riconosciuto l’impegno della nostra associazione – testimonia Maria Cristina – Ed è attraverso il riconoscimento di questo impegno che èaumentata la fiducia nei nostri confronti insieme alla nostra credibilità. Solo così è possibile creare un servizio utile, di valore e di impatto sociale”.


Laboratorio Lesignola, l’amore che salva

Sono solo adolescenti. Eppure per il mondo esterno sono ragazzi ingombranti e nessuno li vuole perché è complesso gestire le ferite che portano dentro e che contro la loro volontà si aprono, fanno male e producono effetti ogni volta diversi. “Per la società è come se fossero invisibili oppure sporchi oppure cattivi – racconta Carminio fondatore del Laboratorio Lesignola – invece noi quando abbiamo avviato i nostri laboratori nelle scuole abbiamo visto la loro bellezza, il loro bisogno nascosto e abbiamo deciso che per loro dovevamo fare qualcosa. Volevamo aiutarli a crescere…”

L’esperienza di Carminio inizia quasi trent’anni fa quando faceva la vita da studente universitario ma sentiva che ricercava altro, qualcosa che lo toccasse nel profondo. Ci è voluto un viaggio, un mese d’Africa, in una terra lontana per scoprire qualcosa in più di sè. “In Africa ho compreso il valore dell’altro e quando sono rientrato avevo voglia di impegnarmi, di fare, di esserci per le persone. Così ho iniziato a fare volontariato, lavoravo per una cooperativa sociale e mi sono laureato in veterinaria. Lì sono entrato in confusione perché non capivo. Io volevo fare il veterinario o l’educatore?” A salvarlo dal proprio bivio è stato un libro: Animali guaritori. “Quando mi è capitato tra le mani non ho dormito per giorni e terminata l’ultima pagina avevo capito cosa volevo fare da grande: terapia con gli animali!”.

La vita riserva sorprese inaspettate. Mentre Carminio matura esperienze come educatore in diversi ambiti con disabili, minori e immigrati, conosce la compagna della vita, psicologa, e un’amica pedagogista. Con loro inizia a sperimentare laboratori scolastici sulla relazione con gli animali e sono proprio i ragazzi più fragili a dimostrare un rapporto speciale con i mammiferi. Per un ragazzo è facile capire che gli animali hanno sentimenti e bisogni. Mentre per loro è difficile capire che anche le persone li hanno. Trattavano gli animali come loro pari”. Dopo quattro anni di progettazione decidono di aprire una cooperativa sociale ma in loro matura una frustrazione importante. “Ci accorgevamo di fare passi importanti con i ragazzi. Però quando gli adolescenti tornavano a casa, con le situazioni famigliari complesse a cui erano sottoposti, si azzeravano le tappe del percorso e ogni volta era un ricominciare da principio” racconta Carminio per questo scelsero di aprire una comunità educativa loro. “Non abbiamo mai avuto santi protettori, siamo andati in banca e abbiamo chiesto un prestito per partire. Ci sono voluti diversi anni per standardizzare le nostre attività. Gli animali e la natura sono divenuti parte integrante dei progetti: cavalli, muli, asini, cani, conigli… ogni animale è adatto per agire sui punti di crescita e ci permettono di lavorare sulle emozioni dei ragazzi”.  Prendendosi cura dell’animale, stabilendo con esso una relazione si lavora sull’emozionalità, sulla consapevolezza, l’empatia e i talenti di ciascuno. “Ognuno di noi possiede un’energia – spiega Carminio – gli animali aiutano a modularla per entrare al meglio nelle relazioni e insegnano che non sei sbagliato, vai bene così. Gli animali ti accettano per quello che sei, a loro non interessa come siamo fatti, il nostro passato ma come siamo con loro. Un lavoro che si fa su di sé per avere ricadute positive nei contesti sociali”.

Laboratorio Lesignola comprende due comunità per minori e una fattoria di 8 ettari per promuovere educazione, socialità ma anche lavoro. “Ci siamo accorti che una volta usciti da qui i ragazzi non avevano difficoltà a trovare lavoro ma a mantenerlo. Per cui abbiamo deciso di creare attività lavorative qui, per allenarli alle conseguenze del lavoro. Abbiamo 150 alberi da frutto, campi di frumento per il pane, attività manuali di varia natura e produciamo gelato artigianale”.

In questo piccolo colle in provincia di Reggio Emilia si sono incontrate storie di 140 ragazzi tutte accomunate da un passato burrascoso, dalla difficoltà di creare amicizie con altri e dalla paura per il futuro. “Il nostro lavoro è duro. Un po’ per il tempo che impieghi a costruire un legame di fiducia reciproco, un po’ perchè i risultati li vedi dopo anni di lavoro, un po’ perché non ti senti mai veramente utile per loro… lo vedi dopo, nei fatti, nelle telefonate che ricevi, nel contatto che si mantiene. Alla fine scopri che diventi la loro famiglia anche se non lo ammetteranno mai perché ammetterlo significherebbe dire che la loro di famiglia non andava bene!”

27 educatori e una relazione d’affetto capace di nutrire il futuro. Un futuro che la cooperativa si augura di rendere sempre più inclusivo aprendo le porte della fattoria a molteplici esperienze con anziani, minori e disabili. Vogliono far nascere una commistione vincente che crei un abbassamento della diffidenza per allargare gli orizzonti e non chiuderli.


Il Ramo, dal cuore al lavoro

È dal cuore che può iniziare il bene” diceva don Oreste Benzi. A partire dal cuore e dalla consapevolezza che il mondo cambia se ognuno fa la sua parte, dalla fine degli anni ’80, in provincia di Cuneo, si formano alcuni centri diurni, con annessi laboratori, per offrire un intervento riabilitativo, operativo e relazionale a persone che trovavano difficoltà ad inserirsi nei complicati meccanismi della società. Proprio da uno di questi laboratori si sviluppa Il Ramo, la cooperativa sociale emanazione diretta della Comunità Papa Giovani XXIII, che crede nella vita condivisa con gli esclusi e gli oppressi perché solo accogliendo le persone, rendendole costruttrici di storie e non oggetto di assistenza, è possibile rimuovere l’emarginazione.

“La cooperativa nasce per rispondere al bisogno di chi veniva accolto in case famiglia, strutture affidatarie e di pronta accoglienza – racconta Luca presidente del Ramo – Stando a contatto con gli ospiti ci accorgevamo che tutti avevano delle abilità: chi manuali, chi intellettive quindi ci si chiedeva: “Cosa gli facciamo fare durante il giorno?” Perché in quegli anni il territorio non offriva grandi opportunità e le persone più fragili rischiavano di rimanere isolate nelle loro necessità. Sapevamo che le persone che frequentavano il centro potevano esprimersi, potevano trovare un modo per dare un senso alla giornata, perché alla fine è questo che fa il lavoro: ti appropria della dignità grazie alle capacità che possiedi”.

Il lavoro diventa quindi un mezzo per trasformare storie di disabilità, alcoolismo, droga, carcere, malattia mentale ed emarginazione in riscoperta di sé, delle proprie abilità creando così nuove chance di vita. La cooperativa diventa un punto di riferimento sul territorio sia per gli invii da parte dalla comunità Papa Giovanni che dai servizi sociali. Ognuno portatore del suo vissuto e delle sue abilità, all’interno del “Ramo” trova spazio per crescere, socializzare e ricominciare. “Siamo partiti con un’attività di lavanderia e successivamente abbiamo attivato altri servizi: selezione abiti usati e rivendita in negozi, gestione dell’ostello della gioventù, disboscamento, cura delle aree verdi, accoglienza e housing sociale, confezionamento alimentare, servizio di pulizia per enti pubblici, privati e aziende…”.

Una cooperativa che conta 90 lavoratori, 40 soci volontari, presente in 14 strutture di cui possono beneficiare più di un centinaio di persone. “Gestiamo 5 centri diurni per persone disabili ed anziani ed abbiamo avviato una decina di diverse attività lavorative per permettere a tutti di trovare un posto nella società. Non l’abbiamo fatto perché siamo bravi ma perché abbiamo osservato le persone, le abbiamo sentite, abbiamo colto le loro esigenze e allora abbiamo aperto nuove vie” testimonia Luca.

La cooperativa non è solo un posto di lavoro, un posto in cui passare il tempo. È un luogo famigliare in cui si sta bene. Perché quando si vedono madri immigrate sole, con figli a carico, si percepisce che a loro si sta dando l’opportunità di crearsi una nuova vita. Quando chi ha perso la fiducia di tutti riesce piano piano a ricostruire la sua vita, si capisce che con l’impegno si riguadagna la vicinanza sociale. Quando si inseriscono i capi-famiglia e si vedono i figli degli altri crescere bene si trova un senso al proprio fare. “Io penso di fare il lavoro più bello del mondo – afferma Luca – Dopo aver conseguito un Diploma Universitario in Amministrazione Aziendale ho iniziato a lavorare in banca: ero ritenuto fortunato da tutti, avevo un lavoro sicuro e ben remunerato. Dopo qualche anno ho lasciato tutto per venire qui: non mi sono mai pentito di questa scelta perché in cooperativa ho iniziato a crescere tantissimo, sia dal punto di vista umano che lavorativo. Dopo poco tempo ho conseguito il diploma da Operatore Socio Sanitario: in parte mettevo a frutto gli studi effettuati e in parte mi dedicavo alle attività con gli ospiti diversamente abili che frequentavano i nostri Centri Diurni. Con la crescita della cooperativa mi sono dedicato sempre di più all’aspetto amministrativo/contabile e meno a quello educativo, ma sono felice perché sto mettendo a frutto le mie competenze a favore delle persone più fragili e bisognose”.

Il ramo non è solo assistenza, educazione e lavoro. E’ anche collaborazione e sinergia territoriale per sensibilizzare i cittadini a vivere insieme in una comunità capace di abbracciare chiunque, anche chi è diverso da sé. “Ospitiamo i ragazzi delle scuole superiori per tirocini perché lavorando con le giovani generazioni sia sempre più facile capire che non siamo ghetti ma cerchiamo di vivere e far vivere persone con fragilità immersi nella società”.  Nonostante la pandemia li abbia spinti a riguardare le cose per affrontare il futuro, Luca è certo che “insieme, dalla fiducia reciproca e nella collaborazione che ci contraddistingue, riusciremo a creare nuovi progetti che abbiano sempre a fuoco la persona, la persona in difficoltà”.


Una casa che sa di famiglia

Ci sono luoghi che per quanto puoi andare lontano restano sempre. A modo loro ti chiamano a non andartene mai perché hanno quella capacità di educare l’anima e di farti vedere il mondo con occhi nuovi. Lo ha sperimentato Davide Pellizzari quando aveva solo 20 anni, un futuro davanti e il servizio civile obbligatorio. “Avevo trascorso un anno, mi avevano chiesto di fermarmi part-time ma io lavoravo in una concessionaria e ho voluto riprendere da dove ero partito. Però quell’esperienza mi aveva fatto stare bene così ho continuato a frequentarla come volontario…” poi il suo contratto non viene rinnovato e il posto che non aveva accettato lo stava ancora aspettando.

La cooperativa San Gaetano prende forma quando, negli anni ’90, la comunità di Albinea iniziò ad interrogarsi sul principio della carità. “All’epoca i vescovi avevano invitato ad avvicinarsi a persone bisognose attraverso opere di carità – spiega Davide, oggi presidente dell’ente – In quel periodo in parrocchia arrivavano molte richieste di accoglienza. Cosa possiamo fare? si chiedevano in tanti e così si scelse di offrire una casa, un posto dove dormire, mangiare, vestirsi e prendersi cura di sé”. La Casa Famiglia della Carità nasce come segno piccolo ma concreto e visibile di una comunità che accoglie, vive, supporta e assiste persone in difficoltà. “Si voleva far vivere l’esperienza dell’essere famiglia a chi una famiglia, per ragioni diverse, non l’ha più. Per questo si scelse di far gestire la Casa a famiglie volontarie creando un appartamento comunicante ma indipendente, nel quale soggiornano a turno per tre mesi”.

Una casa per 20 persone che portano nelle loro valigie storie diverse: chi in fuga dal proprio paese, mamme provate dall’esperienza di strada, alcolisti o tossicodipendenti in fase riabilitativa, persone che al gioco si sono giocate tutto, anche gli affetti. Con loro ci sono le famiglie che mosse da molteplici motivazioni, hanno scelto di diventare volontarie perché qui parole come condivisione, gratuità, amore e speranza si trasformano e diventano concreti gesti di attenzioni rivolte agli altri. Ognuno con i propri spazi ma con momenti condivisi, seduti a tavola per pranzare insieme, raccontarsi, andare oltre alla quotidianità. “Quando nelle famiglie volontarie ci sono bambini, si percepisce il carattere educante di questa casa – racconta Davide – I bambini hanno un approccio paritario, i dialoghi a tavola si costruiscono con facilità, fanno domande, non si vergognano, non fanno percepire le differenze. Questo aiuta i loro genitori ma anche chi vive la casa perché nelle esigenze familiari tutti trovano spazio per aiutare a loro volta, per offrire il loro tempo. Spesso come genitori cerchiamo di proteggerli nascondendo loro il bisogno degli altri. Eppure proprio i bambini ci dimostrano che anche i più bisognosi sono persone con cui si può stare bene insieme” ammette Davide.

La cooperativa si sviluppa seguendo i bisogni che nascono. “Quando è scoppiata la crisi finanziaria ed economica del 2008, diverse persone si sono trovate a passare il loro tempo nella Casa.  Non potevamo lasciarli soli tutto il giorno a pensare ai loro problemi. Da un pezzo di terreno che abbiamo ricevuto in uso gratuito, abbiamo deciso di intraprendere una nuova via: volevamo farli camminare in avanti. Abbiamo messo a dimora 220 ulivi, creato un’acetaia per la produzione di aceto balsamico e avviato la produzione di marmellate”. Da una necessità si sviluppa la cooperativa di inserimento lavorativo. Oggi la Cooperativa San Gaetano conta una decina di dipendenti - tra operatori del centro diurno, disabili e ospiti della casa di accoglienza - e distribuisce i propri prodotti alimentari attraverso i supermercati locali ed i pacchi natalizi di alcune aziende. “Le persone vengono impiegate in base alle loro capacità: c’è chi lavora una giornata intera, chi etichetta, chi sfalcia…”

Semplicità, dolcezza e pazienza sono gli ingredienti che si acquistano insieme all’olio, all’aceto balsamico, alle marmellate di fragole, prugne, limoni, arance e mele, al limoncino e al miele. Gli stessi ingredienti che condiscono la vita comunitaria e il centro diurno per disabili. Gli stessi che si trovano negli appartamenti semi-indipendenti per uomini e donne che possono così ricominciare a muovere i loro passi verso la vita che li attende.


Un Fiore per la Vita: piantare speranza, raccogliere comunità

La storia della cooperativa Un fiore per la vita è la storia di una comunità. Di un popolo messo in ginocchio da decenni di soprusi e di violenza. Dal silenzio e dalla paura che portano ad isolarsi in piccole individualità da cui è difficile uscire. “Qui la camorra ha rubato il futuro, ha inquinato il terreno, ha fatto partire i giovani e ha reso la terra sterile. Viviamo in un contesto in cui le problematiche sociali sono altissime, il tasso di disoccupazione supera il 40% e la cultura di sfiducia spesso prende il sopravvento sulle persone” racconta Giuliano Ciano presidente della cooperativa.

Ma è proprio qui, dove tutto sembrava finire che invece fiorisce. “Io ero giovane, giovanissimo, ma lo ricordo il giorno in cui la camorra uccise don Beppe Diana durante la messa. È stato 26 anni fa, morì un prete ma nacque un popolo perché a quel fatto non rimanemmo indifferenti. Nello stesso anno, per mano della camorra persero la vita altre 150 persone, lo stato era assente ma iniziavamo a reagire, a ricostruire il noi, la comunità. Era una sfida ma con azioni forti e simboliche si è cominciato a dare coraggio perché non possiamo morire della realtà che viviamo”.

La cooperativa si sviluppa sulla scia dei movimenti di quegli anni, per dare risposte concrete ai problemi occupazionali delle persone in modo particolare a chi sta superando fragilità legate alla tossicodipendenza e a persone affette da disturbi mentali. “Il lavoro qui è un problema per tutti, ma per alcuni lo è ancora di più: dopo un percorso di riabilitazione che ruolo hai nella società, cosa fai, come puoi non ricadere? – testimonia Giuliano – con noi lavorano 22 dipendenti ed ognuna porta con sé un percorso personale da affrontare. L’agricoltura è un luogo privilegiato sia per creare lavoro che rieducare. Abbiamo iniziato con un terreno datoci dall’Asl, ci siamo dedicati dapprima alla floricoltura abbiamo stretto i primi rapporti commerciali, assunto persone e in pochi anni ci siamo trovati ad ampliare i servizi. Non volevamo che si creasse un parcheggio per la malattia così abbiamo aperto delle case con massimo 6-7 persone, come un nucleo familiare, da dove si può ripartire vivendo in famiglia, in una piccola comunità”.

I progetti terapeutici ricreativi individualizzati seguono le linee indicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per rieducare è necessario costruire un futuro: avere una casa, la salute, un lavoro, un ruolo sociale, un contratto vero e sviluppare la vita sentimentale. Ma sono proprio gli affetti la parte più delicata del percorso, specie per chi arriva da dipendenze legate alle droghe, all’alcol, al gioco e a internet. Ricostruire, ricucire i rapporti è un’attività che richiede tempo. “Bisogna scavare nella vita per piantare la speranza che porta frutti duraturi – enuncia Giuliano – Proprio per non lasciare i nostri dipendenti soli nelle loro fatiche ci siamo impegnati a creare un welfare mix, per dare equilibrio alla nostra economia e autofinanziarci, che ci permetta di avere un bilancio sano e flussi per pagare gli stipendi di tutti. Ci teniamo alla tutela dei lavoratori e alle loro certezze. Per questo hanno tutti busta paga e contratto a tempo indeterminato”.

Una cooperativa che si trasforma e che per rilanciare la terra d’origine apre “Fuori di Zucca”, una fattoria sociale di 20 ettari nel cuore di Aversa, una City Farm in stile europeo. Agricoltura biologica, floricoltura, agriturismo, attività didattiche, laboratori, catering, degustazioni, fastfood, la cooperativa contamina la comunità. “Siamo in città, siamo un luogo di svago e divertimento per le famiglie, di occupazione e dignità per chi ha più bisogno. Siamo rete per chi ha fame di diritti”. Insieme ad altre 7 cooperative, Un fiore per la vita fa parte del consorzio Nuova Cooperazione Organizzata con cui hanno attivato il progetto “Facciamo un pacco alla camorra” per dare un segnale che le persone e la terra casertana possono produrre cose buone, sane e genuine. Insieme ad altre 40 organizzazioni sociali sono parte del comitato Don Beppe Diana, che attraverso l’impegno civile, sociale ed economico si propone di sviluppare una cultura antimafia.

C’è voglia di creare opportunità. Anche quando la camorra ti ruba tutto, quando sei demoralizzato e non sai come ripartire guardi quello che si è creato in questi anni e la motivazione ad andare avanti la trovi perché vedi che si può cambiare, che non è illusione ma realtà, che la rivoluzione parte da noi perché ogni singola azione ha una ripercussione sulla collettività”. Ed in questo tempo, dove il Covid ha cancellato una fonte di guadagno importante, dove le decisioni si dovranno prendere, la speranza non cede alla frustrazione. “Dobbiamo fare qualcosa per il nostro paese. Insieme ci si sente meno soli e si diventa più forti” e con questa forza generatrice Un fiore per la vita pensa al futuro.


Atelier del Bimbo: imparare dalle proprie emozioni

Quando si parla con Isabella è impossibile rimanere indifferenti alla sua intraprendenza, alla tenacia e a quella dose di saggezza che non t’aspetti in una giovane donna. Eppure Isabella è la manifestazione vivente di come una lettura attenta e consapevole di sé stessi porti l’essere umano a generare armonia, un’armonia di cui si è fatta promotrice, per diffonderla e renderla viva nei bambini e nelle famiglie che stanno crescendo. Perché oggi, per vivere felici, l’intelligenza emotiva è più importante di un elevato quoziente intellettivo.

Ho sempre creduto che il sociale debba essere composto da persone competenti che stanno con l’altro per aiutarlo a dare il meglio di sé. Si tratta di educare, di infondere stima e coraggio e di costruire equilibrio con sé stessi – racconta Isabella Iè fondatrice dell’Atelier del Bimbo – La mia vita privata insieme all’esperienza lavorativa in comunità, mi ha fatto sorgere una domanda come dare ai ragazzi gli strumenti pratici che permettono di non farsi intaccare da ciò che è più grande di loro? La risposta la stavo vivendo sulla mia pelle grazie alla lettura dei bisogni emozionali”. Nasce così l’Atelier del Bimbo, uno spazio in centro a Verona, dedicato ai bambini di età compresa tra i 0 e i 10 anni, nel quale i piccoli intraprendono percorsi che li portano a conoscersi, a scoprire i punti di forza e le aree di miglioramento attraverso attività ludiche ed educative.

“Volevo dar vita ad un luogo diverso, dove i bambini potessero sperimentare le loro emozioni. Il nostro progetto educativo cambia in base al bambino, alle sue competenze e conoscenze ma tutto è plasmato intorno all’alfabeto emozionale perché per crescere è necessario insegnare ai piccoli come riconoscere le loro emozioni, dar loro un nome, ascoltarle ed interiorizzarle prima di agire. In questo modo le emozioni diventano compagne di crescita” rivela Isabella.

Quando i genitori portano i loro figli all’Atelier hanno la sicurezza di lasciare i bambini in un luogo sicuro dotato di percorsi e professionisti che aiutano i minori a scoprire piano piano chi sono. “Il nostro è un servizio di qualità che affianca le famiglie sia nell’alternativa ai servizi nido che alla scuola dell’infanzia. Siamo aperti dalle 8 alle 20 e oltre ai servizi scolastici è possibile iscriversi a diversi laboratori pomeridiani come quello di danza, musica, arte terapia, aiuto compiti, yoga, orticoltura e molto altro ancora” riferisce Isabella. Ma non si pensi a questi laboratori come a qualsiasi attività sportiva: qui l’insegnante non fa solo danza, insegna al bambino come accettare il suo corpo e sentirlo; lo psicomotricista lavora insieme a bambino ed adulto per accompagnarli insieme nello sviluppo; l’arte sprigiona l’espressione emotiva del piccolo…

La nostra attività educativa si rivolge a tutti anche a bambini con disabilità e patologie come la sindrome di Tourette, H.D.A, spettri autistici – racconta Isabella – in questi anni ho lavorato duramente per costruire uno staff con competenze specifiche perché ci tengo che questo servizio sia a disposizione di tutte le famiglie con minori”. In questi anni hanno accolto 50 bambini, lavorano in modo continuativo con 15 famiglie insieme ad un team ideale di 12 professionisti. Con lo staff Isabella sogna e immagina di ampliare lo spazio per iniziare a fare attività scolastica nel bosco, a contatto con la natura.

“Da quando questo progetto è partito sono passati solo 3 anni anche se a me sembrano 20. L’esperienza imprenditoriale mi ha temprata e ha modellata la mia anima. Sono partita da sola e strada facendo ho incontrato persone che hanno creduto in me, nella progettualità e mi hanno insegnato a come andare avanti” perché non si diventa imprenditori dall’oggi al domani e quando le sfide chiamano bisogna essere capaci di affrontarle con qualche segreto. “Ho imparato a condividere i miei valori, a rendere le persone, anche gli utenti del servizio, parte della realtà e questo ha permesso all’Atelier di crescere e svilupparsi sempre più”.

L’Atelier del Bimbo testimonia la nascita di un servizio innovativo per la città. Nel suo piccolo porta il metodo montessoriano, la teoria di Goleman e la filosofia educativa di Reggio Emilia in azione per lasciare ai bambini la gioia di crescere.


Cooperativa Lindbergh: la bussola dei valori

Facciamo cose difficili insieme, credendoci si può”. Con questo motto Enza, Ciro - attuale presidente - e pochi altri, decisero 18 anni fa di fondare una cooperativa innovativa a La Spezia. Una realtà capace di ardire nuovi voli ma sempre attenta alla relazione. “La cooperativa porta il nome dell’aviatore Charles Lindbergh, il primo ad aver compiuto la trasvolata atlantica in solitaria, perché, come quell’esperienza, anche noi volevamo volare verso nuovi orizzonti”.

La cooperativa Lindbergh nasce in una cucina, dopo aver avviato progettazioni sociali nel territorio ligure ed aver incontrato professionisti con lo stesso spirito di attenzione alla persona. “Eravamo letteralmente ‹‹in quattro gatti››, così diversi l’uno dall’altro, ma tutti accumunati dal desiderio di fare qualcosa di nuovo che rispecchiasse il bene che volevamo apportare al mondo” testimonia Enza Famulare, socia fondatrice e responsabile del Centro Il Nuovo Volo. Concentrati fin da subito sull’ambito educativo, psicologico e riabilitativo hanno mosso i primi passi laddove la professionalità consentiva loro di costruire progettualità in sinergia con il territorio. “Da sempre ho voluto fare qualcosa per le persone perché nelle difficoltà trovassero un supporto di comunità - racconta Enza, lucana di nascita, padovana di studi e ligure per scelta. “Gli affetti mi hanno portata qui, insieme al mio bagaglio di conoscenze e di esperienze. In Veneto avevo sperimentato processi innovativi di supporto alla persona e mi ronzavano in testa. Volevo portarli anche qui, in Liguria. Vent’anni fa le idee che portavo facevano scalpore: non volevo fare assistenzialismo ma coinvolgere i destinatari dei servizi”. 

Un’idea condivisa dai soci fondatori che iniziano a sperimentarla nelle scuole e nei loro centri mettendo a fuoco i valori che hanno sempre dato la direzione alla bussola del loro agire. “Oggi tutti parlano di centralità della persona, e a volte senza coerenza, perché quando la pratichi conosci la responsabilità che si cela dietro questa affermazione – ammette Enza - Per noi significa trasformare il destinatario in attore partecipante del servizio. Far sentire la persona importante per quello che è, che sa e che può fare”. Lo stesso Centro il Nuovo Volo, sviluppato per rispondere ai bisogni di integrazione sociale delle persone diversamente abili, è stato antesignano di un metodo perché fece scoprire, nel Comune e fuori, che le persone disabili sono prima di tutto persone con sogni e desideri, con capacità e competenze. Per migliorare la qualità della vita degli utenti e delle loro famiglie si è dimostrato vincente coinvolgerli nelle attività. “All’interno del Centro ci sono 23 ragazzi con disabilità differenti, 12 operatori e si lavora perché qui ciò che tiene insieme non è la comunanza di una sindrome ma la voglia di condividere il tempo, i progetti, di stare alle regole e di costruire insieme il mondo in cui vogliamo vivere” riferisce Enza.

Un secondo valore è la cultura e la “Libreria dei Sogni” trasferisce nella realtà questo concetto apparentemente astratto. La libreria, gestita da persone diversamente abili, consente di sviluppare al massimo le autonomie permettendo loro di entrare in relazione con l’altro e operando in un contesto di contatto e utilità sociale. I ragazzi curano l’attività, conducono i laboratori, leggono i libri ai bambini. “Una volta una mamma mi ha raccontato che durante una vacanza al mare sentivano chiamare sua figlia. Come è possibile che la conoscano in Puglia? si chiese la signora. Il fatto è che l’avevano riconosciuta, sapevano che era lei la lettrice delle storie” un modo, questo, per sensibilizzare la collettività e per avvicinare abilità differenti e persone. Per questo la Bottega “Sogni fatti a mano” ha aperto le porte permettendo di commercializzare i prodotti artigianali creati dai ragazzi e realizzando insieme a loro bomboniere e piccole produzioni.

“Noi crediamo nella bellezza che cura e il Parco delle Farfalle sprigiona questo valore. Un parco creato coinvolgendo la comunità migrante, i bambini delle scuole, i pensionati locali… Qui si vive la bellezza della comunità perché questo è un progetto di comunità e si respira la quiete, la tranquillità, la pace nonostante sia sempre frequentato” ammette Enza.

Lavorare da sempre per il bene comune ha permesso alla cooperativa di crescere anno dopo anno arrivando a coinvolgere 80 soci lavoratori. “Quando mi sveglio al mattino e penso al Nuovo Volo mi dico che essere generativi non necessariamente passa attraverso l’esperienza della maternità ma con il dare respiro all’aria, alla terra e alle persone. Qualcosa che cresce, si modifica e si trasforma – conclude Enza –. Questa esperienza ci ha dimostrato che le cose difficili insieme si possono fare. Si può crescere insieme!”


Privacy Preference Center