Donatella: la donna che crede nelle vite aggiustate, non in quelle perfette!
Un viaggio, la presa di coscienza, il desiderio di creare un mondo nuovo senza uomini perfetti. Il sogno di Dona piano piano diventa realtà quando comprende che chiunque può diventare sostegno e cura per l'altro
Dona è una bambina che non immagina il futuro. Intorno a lei palpita la sofferenza di una famiglia toccata dal dolore. Le basta allungare la manina per sentire il freddo della malattia che è vorace e sembra non arrestarsi mai. Capisce troppo presto che la vita va’ e viene ma in questo flusso incontrollabile Dona fa l’unica cosa che può: semina gioia.
Cresce insieme ai libri. C’è qualcosa di magico nei racconti, nella vita che prende forma. La sua passione si trasforma nella sua laurea. Sceglie Lettere, la socio-linguistica l’affascina e sempre più si trova a chiedersi quale è la mia Parola? Cosa voglio lasciare sulla terra? Ha 24 anni, prende un aereo e intraprende il viaggio che le cambia la vita.
Il Ruanda è come dinamite: fa esplodere le certezze che Dona porta con sé. Lavora per sviluppare comunità rurali con donne violate durante il genocidio del 1994 e con le vedove. Le storie che incontra la spogliano da ogni pregiudizio. Scende dal pulpito dei giusti, sente che la vita degli altri la riguarda, comprende il dono dell’esistenza e la sua responsabilità.
Le vite aggiustate sono più belle di quelle perfette. Torna a casa con la voglia di creare un abitare più umano per tutti. Ce n’è bisogno perché la povertà a Lucca è cambiata. Non riguarda solo persone che ereditano l’esclusione sociale o che inciampano in percorsi compromettenti. Alla Caritas iniziano ad arrivare famiglie con figli a carico e giovani. Lavoratori poco tutelati e precari. Mentre lei diventa Direttrice dell’ente bussano donne in difficoltà e perfino qualcuno tra i suoi compagni di classe.
È uno shock ma ancora una volta, dall’incontro con l’altro, Dona capisce che non esistono confini alla povertà. Come una malattia che agisce nel silenzio, prende la vita delle persone, le isola e allontana. Ma Dona sente che può fare qualcosa. Può costruire nuove comunità non più formate da forti, perfetti e da uomini che credono di essersi fatti da soli. Vuole cambiare il mito fondativo: la cura l’uno dell’altro, il sostegno, la solidarietà reciproca sono la chiave.
Ma Dona ha 30 anni. È una donna in un mondo da sempre governato da uomini. Voglio parlare con il Direttore, quello vero! le rispondono quando si presentano alla sua porta. E Dona è impegnativa: vuole abbandonare l’assistenzialismo per favorire l’accompagnamento e la promozione, vuole costruire alleanze territoriali per guardare il bisogno della persona nella sua interezza. Vuole cambiare le abitudini.
Inizia così a stare sulla soglia, pronta ad accogliere e ad andare incontro. I sorrisi e le parole capaci di far rialzare sempre scaldano più degli abbracci. Il suo modo di fare diventa contagioso. Si forma una squadra e insieme lavorano per tutti. Nascono cooperative agricole di comunità come Calafata, cooperative artigiane per favorire l’economia circolare e il riuso solidale come La Nanina. Caritas partecipa alla nascita di Fondazione Casa Lucca per offrire percorsi di accoglienza e iniziative di social housing a chi altrimenti si troverebbe in strada. Lottano per contrastare la povertà educativa, specialmente dei bambini perché sono proprio loro la garanzia democratica del futuro.
In Caritas Lucca con Dona si creano luoghi, spazi e tempi in cui le persone riscoprono il significato della bellezza. Quella propria e degli altri. Ci vuole pazienza per sollevare la polvere e far brillare la luce che ognuno porta dentro de sé. Ma Dona non ha fretta perché “quando capisci che il cambiamento dipende anche da te, sai che nessuno è mai del tutto perduto e c’è sempre una speranza nascosta che conta più della disperazione evidente.”
Donatella è una donna che fa la differenza.
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Protagonisti dell'inclusione
L’associazione “Oltre quella sedia” lavora a Trieste per scardinare le etichette e creare una società capace di cogliere le abilità altrui, qualsiasi sia il corpo che le rappresenta.
Era il 2003 quando nella mente di Marco Tortul prese forma l’idea di fare qualcosa di più per le persone disabili. Durante i turni nei servizi assistenziali tradizionali, Marco percepì che all’interno delle strutture gli utenti non crescevano e non sviluppavano nuove abilità. “Avevo fatto corsi di teatro e di regia, mi piace mescolare le capacità e vedere cosa ne nasce, così ho pensato di aprire un laboratorio di teatro sperimentale aperto a tutti”.
Il laboratorio di teatro per rendere protagonisti dell'inclusione
Il corso Teatro abilità parte con poche pretese ma con una grande convinzione: nessuna etichetta può contenere la libera espressione delle persone. Nonostante il laboratorio fosse indirizzato a tutti (giovani, anziani, studenti, lavoratori, pensionati, persone disabili e non), le prime iscrizioni confermano una sofferta realtà: ciò che non si conosce, spaventa.
Al laboratorio si iscrivono solo tre persone, tutte con disabilità intellettiva. Marco desidera arginare gli stereotipi che guardano la disabilità come un limite, così propone il percorso ad amici e conoscenti. La sua parola pesa e il gruppo di attori si infoltisce riuscendo a realizzare il primo spettacolo intitolato Oltre quella sedia. “Volevamo portare a riflettere sull’ambiguità della sedia a rotelle che fissa un limite senza far andare oltre. Non porta a chiedersi quali desideri, sogni, emozioni e difficoltà viva l’altro” racconta Marco.


Sul palco la differenza viene offuscata dalle capacità espressive. Tutti diventano protagonisti delle proprie abilità, della scena, dello spettacolo. La neonata compagnia teatrale non si pone limiti: da Trieste all’Italia. “La prima volta che abbiamo esportato il nostro modello, siamo andati ad Ostuni al Festival dei bambini del Mediterraneo…quell’esperienza ha cambiato il nostro futuro” ricorda Marco. Prendere il treno, vivere una nuova città, imbastire spettacoli, affrontare la quotidianità senza aiuti speciali, ha permesso ai protagonisti disabili di comprendere che potevano farcela. E Marco ha capito che poteva nascere qualcosa di più!
I percorsi di autonomia abitativa per rendere protagonisti dell'inclusione
Viene fondata l’associazione “Oltre quella sedia” che oltre al teatro sviluppa percorsi di autonomia abitativa attraverso il sostegno dei Fap regionali (Fondo autonomia possibile). “All’inizio ci siamo rivolti alle persone che frequentavano la compagnia, abbiamo lavorato sulla loro consapevolezza, sulla responsabilità e la bellezza delle scelte. Dovevano imparare a scegliere perché da sempre qualcuno lo faceva per loro” testimonia Marco. “È incredibile vedere quanta soddisfazione produce riuscire a fare compiti che spesso diamo per scontati come pulire, cucinare, prendersi cura di sé” ammette. Indipendenza, autostima, fiducia in stessi e nell’altro, sono solo alcuni dei benefici maturati nei ragazzi. Il percorso diventa un progetto sperimentale appoggiato dal Comune che vede nell’associazione una terza via per rispondere i bisogni di socialità del territorio.


Teatro, percorsi di autonomia ma anche formazione. Il modello sperimentato nel laboratorio espressivo viene portato nelle scuole per bypassare la disabilità ed aiutare bambini, genitori ed insegnanti a percepire la persona e non il suo limite. “I laboratori formativi li gestiamo in due: io insieme ad un protagonista con disabilità. È stupefacente vedere come l’espressione artistica riduca il divario a permetta ai piccoli di scorgere la capacità dell’altro!”. Dal 2004 ad oggi molto è cambiato. L’associazione conta 13 dipendenti, 4 ragazzi del servizio civile, 32 protagonisti, 4 appartamenti, 1 sede con spazio laboratorio, 4 spettacoli annuali e performance di strada. “Mi dicevano: Non illuderti, non è possibile. E invece eccoci qua. Ma non siamo ancora arrivati”. Esiste infatti un vuoto che “Oltre quella sedia” vuole riempire: il lavoro.
L'avviamento professionale per rendere protagonisti dell'inclusione
“Abbiamo iniziato a creare esperienze di avviamento professionale perché ci siamo accorti che i curriculum dei ragazzi disabili sono scarni. Non c’è niente da scrivere se non attestati e, alle volte, diplomi. Nessuno ha mai fatto volontariato perché nessuno ha mai creduto che anche loro potessero aiutare gli altri!” racconta Marco. In rete con organizzazioni locali, l’associazione promuove servizi di utilità sociale: per i senza tetto, per pulire la città, per salvaguardare parchi pubblici. “Siamo entrati nelle case di riposo, abbiamo iniziato percorsi di lettura, facciamo la spesa per gli anziani. Coloriamo la città, piantiamo alberi, ripuliamo muri imbrattati e ogni anno spingiamo affinchè almeno un ragazzo faccia il servizio civile”.

Piccole ma utili azioni che hanno attirato l’attenzione di cittadini, amministratori e istituzioni locali tanto da spingere l’associazione all’idea di fondare una cooperativa sociale di inserimento lavorativo.
Storie così esistono! Vuoi leggerne ancora? Ti consigliamo la lettura di City Jump
Michela, 31 anni e un desiderio: "Magari il mio lavoro non servisse più!"
#Giovanisperanze la rubrica dedicata a ragazzi che hanno scelto di intraprendere un percorso professionale in ambito non-profit per innovare con idee e competenze e crescere come persone.
La verità è che quando vedo qualcosa che non va mi chiedo “Cosa posso fare io?”
Perchè mi piace fare qualcosa di utile, cambiare gli spazi, vedere che le persone stanno bene.
Sono nata con la passione per la creatività. Mi piace avere la testa in movimento, comprendere e inventare soluzioni. Ho scelto architettura per questo: volevo lavorare a progetti, favorire l’inclusione e la partecipazione di comunità. Ma non è andata come mi aspettavo.
“Questo è un corso di architettura, non di sociologia” mi hanno detto. Ci sono rimasta. Ma non ho mollato. Quando hai un padre che subisce un incidente e dall’oggi al domani la sua vita si muove su una sedia a rotelle, diventi più attento alla funzionalità che all’estetica.
Maturi una sensibilità per le cose piccole che però creano grandi cambiamenti.
Così ho cambiato Stato e poi città, ho preso la seconda laurea e sono finita a fare un tirocinio nell’Ufficio Urbanistica vicino a casa. Mentre immaginavo soluzioni per le vicissitudini di un quartiere, è un uscito il progetto che mi ha cambiato la vita. “Candidati!” mi ha detto l’assessore per cui lavoravo.
L’ho fatto e mi hanno presa! Ho iniziato a lavorare in Bplano come coordinatrice junior di un progetto territoriale comprendente 46 comuni, 17 partner tra imprese, cooperative e associazionismo. Il mio obiettivo? Avvicinare i giovani al mondo del lavoro. Sono stati 3 anni intensi: ho iniziato a comprendere che il lavoro è fatto di linguaggi, di valori, di persone e di mondi separati. Tu sei profit, tu non profit.
Ma siamo sicuri che questa narrazione sia utile? Oggi sono una progettista sociale e mi occupo di innovazione. Trasformo idee in rami produttivi, eppure, i miei nonni credono che faccia l’assistente sociale! Come chi pensa che “educatore” significhi “giocare con i bambini”! Siamo sicuri che la dicotomia profit-non profit funzioni?
Per me è diventata una sfida e quando mi hanno proposto di fermarmi ho detto di si. Sì, perché penso che si possa cambiare registro e voglio farlo! Sì, perché qui le persone si fidano, ti rendono parte delle loro insicurezze e delle loro gioie. Qui il lavoro è vita e io posso dare il mio contributo per cambiare le cose.
Progetto, metto a terra, colmo mancanze, cerco risorse e gestisco gli imprevisti. Lo ammetto a volte è faticoso ma vedere persone disabili, giovani, migranti lavorare in questi 200mq nei laboratori di saponette, sartoria, riparazioni e sapere che vivono in autonomia, prendono la patente, trovano un compagno, ripaga sempre.
Sai alla fine cosa spero? Che il mio lavoro non serva più! Immagina che bello se la società assorbisse davvero i valori di inclusione, accettazione del limite altrui e il rispetto. Se tutti facessimo parte di un unico Settore che dà vita e crea lavoro…si dovrei inventarmi un nuovo mestiere, ma ne sarei felice!
Michela Estrafallaces
31 anni – Bplano Varese
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Il potere educativo della lettura per aiutare i bambini a diventare adulti consapevoli
Una piccola associazione di Grottammare ha deciso di intervenire per fronteggiare il virus dell’analfabetismo funzionale che, secondo i dati delle ricerche Ocse-Piaac, colpisce il 70% della popolazione italiana di cui il 24% compreso tra i 16 e i 34 anni.
È iniziato tutto durante il doposcuola che l’associazione City Jump gestisce dal 2014. È Domenico Piergallini, presidente della realtà, ad accorgersi che il metodo scolastico della lettura ad alta voce aiuta i bambini ad apprendere la lingua ma non sempre permette loro di avere consapevolezza.
Succede con un bambino, due bambini, tre bambini…la lettura è perfetta ma il suono è vuoto e alla domanda Cosa hai capito di quello che hai letto? il silenzio diventa la risposta.
Già nel 1986 l’Unesco poneva attenzione alle conseguenze di una società che perde la capacità di comprensione e valutazione delle informazioni. Un po’ come perdere la bussola che orienta nella vita e che aumenta la vulnerabilità sociale. Di fronte ad una realtà sempre più complessa, sono in costante aumento le persone che risultano avere fragili strumenti di interazione utili a decifrare con consapevolezza il contesto. Una forma sottile di barriera all’inclusione, che mette ai margini gli adulti incapaci di entrare in relazione con un mondo che esclude chi non ha gli strumenti alfabetici adatti.
“Nel 2017 abbiamo condotto una ricerca con i bambini del doposcuola. È emerso che per quasi la totalità di loro la lettura è noiosa e pesante” afferma Domenico. “Un dato che preoccupa se consideriamo che oggi la tecnologia e il digitale consentono di fruire in modo giocoso ma passivo delle informazioni” continua Giuditta Soave pedagogista impegnata nel progetto. “Per questo ci siamo chiesti: come è possibile aiutare i bambini a leggere affinchè la lettura diventi uno strumento educativo di crescita?”. Se è vero che l’uomo non è nato per leggere, è vero però che l’uomo è nato per comunicare. “Dal racconto, dalla relazione, dallo stare con l’altro abbiamo deciso di avviare un nuovo processo metodologico di lettura” afferma Domenico.

“Abbiamo scelto di entrare nel mondo quotidiano dei bambini che è fatto di libri scolastici, di problemi, diari scritti, verifiche, aspettative dei genitori e degli insegnanti che creano in loro piccoli e grandi ansie. All’interno di questa foresta abbiamo messo in atto un processo educativo fatto di attenzione, accoglienza, condivisione attraverso la lettura che parte dalle loro cose: dal leggere i compiti per il giorno dopo al problema di matematica” racconta Giuditta.
Un metodo in fase di sperimentazione che l’associazione sta provando con i 20 bambini che ogni anno si iscrivono al doposcuola e che hanno iniziato ad avviare prima del Covid-19 anche con alcune scuole primarie della zona. “Lavorare all’alba dell’alfabetizzazione permette ai bambini di fare esperienza di suoni, colori, immagini che evocano le parole” dichiara Domenico. Le neuroscienze hanno riconosciuto il potere della lettura: leggere attiva e nutre il sistema sottocorticale e attiva le cellule grid che aiutano l’uomo a modificare comportamenti e a capire quale posto occupa nell’ambiente. Si … Ma quale lettura?

“Lasciare in mano ad un bambino questo dono aspettandosi che da solo impari a riconoscere il potere della lettura è impensabile soprattutto quando, per i bambini, leggere diventa un compito privo di piacere” ammette Domenico, per questo l’associazione ha ideato la figura dell’ Educatore alla Lettura ed ha organizzato un primo corso formativo per 5 persone volto a fornire competenze utili affinchè gli adulti riescano a far esperienza dell’ascolto aiutando i bambini ad ascoltarsi nella lettura per stare così sul senso di ciò che stanno leggendo.
“In questi anni abbiamo registrato cambiamenti incredibili grazie al nostro metodo "Leggere5vava" racconta Giuditta. I primi dati raccolti dalle ricerche condotte dimostrano che i principali cambiamenti avvenuti nei bambini sono:
- migliore consapevolezza di sè
- maggiore responsabilità
- aumento dell'autostima e delle autonomie.
I genitori, anche quelli inizialmente meno fiduciosi, hanno riscontrato cambiamenti non solo nella lettura stessa, bensì nei comportamenti e nelle relazioni con i figli”. La Mission di CityJump è: recuperare il potere educante della lettura, riposizionandola al centro del processo educativo, e non solo didattico.
City Jump sta promuovendo un cambiamento culturale che coinvolge bambini, genitori, sistema scolastico e società e che necessita di un periodo di ricerca adeguato per verificare l’efficacia e la migliorabilità del processo. Nemmeno le chiusure della pandemia, con le fatiche ed i rallentamenti ad esse connesse, hanno frenato l’animo innovativo dei 6 collaboratori e delle 6 figure impegnate nell’attività didattica e di progetto perchè “Quando i ragazzi ci dicono adesso che so leggere so che ce la posso fare abbiamo la certezza che stiamo seminando, con una vision, in cui tutti partecipiamo attivamente al progresso di una società equa e democratica” conclude Domenico.
Vuoi saperne di più di apprendimento scolastico? Anche la cooperativa Tice ha un metodo innovativo!
Manuele e il coraggio di cambiare le cose
Cosa accade quando la realtà non risponde ai bisogni veri delle persone? Cosa fare quando si guardano porte chiudersi e persone rimanere sull'uscio? Questa è la storia di Manuele Cicuti.
Quando nasce Manuele nascono anche nuovi desideri nei suoi genitori. Il bambino può fare cose grandi. Può diventare qualcuno! Magari un pilota d’auto. O un ingegnere. Oppure un medico. E mentre sognano sul suo futuro, Manuele compie 17 anni e oltrepassa una porta che gli cambia la vita.
Sono i movimenti maldestri, le frasi mangiucchiate, i sorrisi autentici che illuminano un viso intero ad incantarlo. Manuele torna a casa dal centro disabili pieno di gioia e non capisce il perché. Allora ritorna e la sensazione non cambia, anzi aumenta. Vuole dare e invece riceve. Riceve una felicità che non riesce a contenere, che non può esaurirsi in qualche ora di servizio.
Si iscrive a Scienze dell’Educazione perché vuole fare qualcosa di più. Ma un titolo di studio non gli basta. Vuole capire quali ragioni si nascondono dietro alla sofferenza. Così continua a studiare, si addentra nella menta umana e si specializza nell’approccio lacaniano della psicologia clinica. C’è un desiderio in ogni persona che nel qui ed ora orienta verso un domani sempre da scoprire. Manuele incontra bambini e adolescenti nelle strutture in cui lavora. Comprende che il desiderio muove il linguaggio delle azioni ed educa a nuovi comportamenti. Ma qualcosa lo turba.
Sente sempre più spesso bussare alla porta ma non vede entrare nessuno. Problematiche troppo importanti, comportamenti troppo aggressivi, troppe difficoltà famigliari, gli dicono. E così chi ha più bisogno resta escluso da un sistema incapace di prendersi cura. Chi risponde alla loro chiamata d’aiuto? Inizia a chiedersi sempre più spesso Manuele. Che fine fanno bambini, ragazzi e adulti incompresi dal sistema?
Manuele studia, cerca e comprende da grandi psicoanalisti che non esistono casi disperati e impossibili ma processi di accompagnamento modulari e diversificati. Sperimenta e intuisce le potenzialità della pratique a plusieurs mentre la sua domanda diventa un chiodo fisso: Chi risponde alla loro chiamata d’aiuto? Prende coraggio e decide che a Roma sarà lui a farlo.
Master, ricerche applicate e incontri con realtà già esistenti. Manuele si impegna ma le insinuazioni sul suo insuccesso sono all’ordine del giorno. È troppo difficile, gli dicono. Sei troppo giovane e concludono sempre con Come fai con i soldi? Le problematiche sono vere, sta mettendo su famiglia, la garanzia di riuscita è scarsa mentre sono alte le probabilità di fallimento. Ma poi una voce intima gli dice E’ questo il tuo desiderio? Prenditi le tue responsabilità e vai avanti. Trova compagni d’avventura e parte.
Il Desiderio di Barbiana prende forma e diventa un luogo protetto ed inclusivo adatto a bambini, adolescenti e ragazzi con autismo e complesse sofferenze psicologiche. Le due strutture residenziali, il progetto di agricoltura sociale e il birrificio artigianale creati consentono a 16 ragazzi e 40 operatori di sviluppare le migliori condizioni di vita e favorire l’emancipazione.
A 32 anni Manuele si innamora ogni giorno di più della sua scelta. Lascia che i ragazzi lo tocchino nel profondo e si addormenta pensando ai suoi tre bambini, alla loro felicità, alle incredibili opportunità che si creano quando le persone vivono per far vivere bene anche gli altri.
“Quando si tratta di persone, ne vale sempre la pena. Se andassi in pensione domani, verrei qui al centro ogni giorno e continuerei a fare quello che faccio”.
Manuele è un uomo che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Per la Rubrica Uomini e Donne che fanno la differenza puoi leggere anche la storia di Paola
"La naturale percezione della diversità" - storie di Giovani Speranze
Si apre la Rubrica #GiovaniSperanze dedicata a ragazzi che hanno scelto di intraprendere un percorso professionale in ambito non-profit per innovare con idee e competenze e crescere come persone.
Quando ho finito le scuole superiori non ero certo di niente. Ho scelto Lettere perché mi piaceva scrivere. Ma sono bastati pochi mesi per capire che non era la mia strada. Ero stanco. Senza energie. Non trovavo soddisfazione in niente e non avevo stimoli per continuare.
A 20 anni mi sono rassegnato all’idea che avrei vissuto una vita facendo un lavoro perché lo dovevo fare. Mi sarei dovuto accontentare, accontentare di me perché io non riuscivo a trovare il mio posto. Credere che tutto sia finito prima ancora di iniziare è penoso. Per fortuna però è successo…e le cose sono cambiate.
Mi hanno detto “Prova, cos’hai da perdere?” e non avevo nulla da perdere. Così ho iniziato a fare il volontario alla Vale un sogno, una cooperativa di San Giovanni Lupatoto che lavora con la disabilità intellettiva e con la Sindrome di Down per permettere a tutti i giovani di costruirsi un futuro. All’inizio facevo cose piccole, anche marginali, eppure mi veniva voglia di tornare. Ho messo il naso qua e là, in meno di un anno mi hanno offerto un posto. In produzione.
Hai presente la sensazione di essere nel posto giusto? Io la provo stando qui. Mi occupo della produzione e gestisco progetti. Si, sono una figura ibrida ma mi piace esserlo. Mi piace riconoscere la fluidità dei ruoli, mettermi a disposizione, migliorare e migliorarmi.
Lavoro per qualcosa di realmente importante. Lavoro per trovare metodi, prodotti e soluzioni che mettano a sistema il valore umano e professionale delle persone con disabilità. Perché creano cose belle e interessanti. Perché anche con le loro fragilità attivano produzioni e risultati che hanno un effetto sul mondo.
Il mio di mondo, per dire, è rinato. Con la loro spontaneità mi hanno insegnato a scalare di marcia, a fare ragionamenti più semplici ma non per questo meno importanti. A riscoprire le piccole cose e a cogliere il senso autentico delle cose. Loro sono il mio carburante, la motivazione che fa scendere dal letto e superare gli ostacoli anche nei periodi più complessi.
Lavorare in cooperativa rinnova le energie. Chiede tanto ma dà tanto. Facciamo cose che sembrano irrealizzabili e a ben guardarle forse un po’ lo sono. Pochi decenni fa le persone disabili nemmeno le vedevi in giro. Adesso sono protagonisti della loro vita.
Ma io non mi fermo qui. Non mi fermo fino a quando agli occhi della gente la disabilità diverrà parte della normalità, senza quei “ma” senza quei “se” che infrangono il valore della capacità di chi lavora insieme a me. Perché sono persone come me. Sono lavoratori come me.
Michele Spiniella
29 anni – cooperativa sociale Vale Un Sogno VR
Paola, la donna che supera le barriere dell'autismo
Questa è la storia di Paola Carnevali Valentini, la presidente di Angsa Umbria
Nel paese di 24 mila anime dove vive Paola, c’è calma e quiete. Eppure lei a tutta quella tranquillità è estranea. Cresce nell’energia di due donne, l’una il contrario dell’altra: una battagliera e l’altra docile. La guerriera e la santa. Dalle nonne Paola eredita un cuore forte, abbracci dolci e una mente inarrestabile. Ancora non sa che la sua eredità farà la differenza.
Ha 23 anni Paola e ha fretta di realizzare il suo mondo di sogni. È innamorata e vuole sposarsi. Vuole essere madre, prendere per mano i suoi bambini e vederli crescere. Nascono Andrea, poi Marco e più tardi Pietro. Ma c’è qualcosa di strano. Paola lo sente. Vede l’essenza distinta di Marco e vuole capire.
Vostro figlio ha dei bisogni speciali, è autistico dice il medico. Basta una frase per sgretolare il tetto di sogni e far sentire Paola sepolta dalle macerie di una vita che non sarà come la immaginava. Marco è solo un bambino e dell’autismo si sa ancora poco. Quando Paola nomina il disturbo ad alta voce, le persone si allontanano spaventate. Paola è disorienta, isolata dentro ad una bolla da cui non sa come uscire.
Guarda suo figlio muoversi impacciato, disinteressato al contatto fisico proposto dagli altri bambini. Ma lascialo stare non vedi che non è capace di giocare? sente dire da un’altra mamma ai giardini. L’insieme delle parole prendono la forma di una lama che affonda nella carne. Anche suo figlio ha capacità! La ferita fa male. Ma proprio lì Paola percepisce il suo cuore forte e comprende che è giunto il momento di reagire. Deve fare qualcosa per suo figlio. E vuole farlo anche per gli altri.
Nell’associazione ANGSA Umbria i genitori trovano qualcuno con cui camminare insieme, senza vergogna o paura. Incontri, convegni e seminari aiutano a portare l’autismo fuori dalle cliniche e a far conoscere il disturbo. Nell’associazione Paola comprende il peso della diversità quando vede famiglie esplodere per fatica. Osserva rimbalzare le colpe, sbattere le porte di figli arrabbiati e scoraggiati. Ci vuole un amore grande per tenere insieme una famiglia. Un amore grande per stare vicino a centinaia di famiglie che vivono in bilico.
Paola crea nuovi sogni con la sua famiglia e insieme a suo marito. Lei la mente e lui il braccio. Non ha certezza che tutto andrà bene ma che tutto ha un senso. Così inizia a guardare lontano tenendo i piedi per terra. Studia giorno e notte, impara come parlare a medici, politici, genitori, insegnanti. Resta a cercare bandi fino a tarda notte, studia tecniche per reperire fondi e comunicare il valore di chi convive con l’autismo: delle 40 persone che vede ogni giorno impegnate nelle attività del centro diurno, del laboratorio minori, delle attività agricole della cooperativa La Semente.
Le loro abilità hanno pari dignità. Per questo nascono le occasioni di lavoro, la fattoria, l’agriturismo, il servizio catering. A 62 anni Paola si sente viva e quando è stanca ascolta l’amore immenso che prova per Andrea, Marco e Pietro. Poi guarda i suoi ragazzi. La fatica vola via, respira a pieni polmoni ed è felice.
“Marco ha trasformato la nostra vita. Senza la sua esperienza sarei stata una donna molto più povera”.
Paola è una donna che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere anche quella di Claudio da anni impegnato per aiutare i bambini malati in ospedale
Monscleda, la cooperativa villaggio di un territorio
Lavorare sul territorio per il territorio significa far fronte ai cambiamenti portati dal tempo, modificare i servizi ed evolvere le competenze per riuscire a garantire servizi di qualità che migliorano la vita delle persone.
Il cambiamento è una sfida con cui la cooperativa sociale Monscleda si è sempre confrontata, fin dalla sua nascita, quando un gruppo di volontari impegnati in attività di sostegno a persone disabili scelsero di dar vita ad una struttura attenta allo sviluppo quotidiano delle autonomie residue. Eppure non bastano i buoni propositi a coprire i costi di gestione e a far fronte all’onerosità che si celano dietro all’amministrazione di un ente non profit. “Quando sono arrivato la cooperativa era in difficoltà, ma c’era la voglia di stare in contatto con le persone, di costruire qualcosa che restasse. Abbiamo preso in mano la situazione e abbiamo cercato di trasformare la cooperativa in un punto di riferimento per la Val d’Alpone” racconta Luigino Righetto Direttore di Monscleda.
I servizi della cooperativa
A più di 30 anni di distanza dalla nascita della cooperativa, oggi Monscleda è diventata l’anima della città, un luogo in cui le relazioni e la fiducia attivano le persone e le motivano a diventare promotori di una cultura inclusiva, solidale e partecipata che vede tutti protagonisti. “Ci impegniamo per favorire la prossimità. Vogliamo fare accoglienza con premura basandoci sulle esigenze reali di chi abbiamo di fronte siano persone con fragilità che comuni cittadini. Perché non c’è una ricetta magica per crescere, bisogna capire come trasformare le necessità in opportunità di cui tutti possono godere”.


La cooperativa ha generato servizi diretti per anziani, disabili e pazienti con difficoltà psichiatrica. Ma non si è fermata qui. Ha trasformato le necessità vissute nella gestione dei centri diurni e nell’attività residenziale, in opportunità per il territorio. La lavanderia, inizialmente ideata per uso interno, rivolge il servizio di pulitura, stiratura e riparazione sartoriale anche al pubblico esterno. Così come la cucina, anch’essa predisposta per esigenze interne alla cooperativa, si è trasformata in un servizio attivo anche per la collettività: pasti a domicilio, ristorante, settore di pasta fresca e prodotti da banco sono a disposizione dei clienti. Ma anche la manutenzione dello spazio verde, la palestra, il sistema di housing sociale per chi vive periodi di difficoltà… “Quando apri le porte all’esterno e lo fai entrare, inneschi curiosità, interesse e capacità. Una persona viene per lavare la biancheria e scopre cosa ci sta dietro…poi quando ha bisogno torna!”
Modalità di azione della cooperativa
Costruire legami autentici con le persone e con la rete familiare caratterizza l’operatività di Monscleda. “Vogliamo che qui le persone ricevano un servizio a 360°. Non ci soffermiamo al bisogno che esprime nel presente, guardiamo sempre al futuro, perché cerchiamo di rispondere facendo bene le cose. Quando accogliamo al centro diurno un ragazzo disabile di 20 anni ci chiediamo cosa farà quando ne avrà 50? Cosa succederà quando rimarrà solo? Come aiutiamo i suoi famigliari? Quali altri servizi possiamo dare per creare un servizio più efficace? “. Domande che vengono tradotte in progetti dedicati e personalizzati all’interno dell’ex base militare di Roncà dove opera la cooperativa. Una sede grande, un investimento importante che ha consentito di raddoppiare i servizi e le attività di creare laboratori e trasformare la cooperativa in un piccolo villaggio per dare a tutti le risposte che cercano.


Impegnata a creare sempre nuove opportunità che rendano la cooperativa aperta e sostenibile, Monscleda è attenta a soddisfare i bisogni di oltre 70 utenti e di un centinaio di clienti fissi mensili. Insieme all’equipe di 57 operatori la cooperativa punta a coltivare la passione delle nuove generazioni. “Ci sono ragazzi nel territorio con voglia di fare e competenze. Loro hanno lo spirito giusto per guardare oltre e innovare perché nel sociale bisogna sempre avere antenne ricettive e intuizioni” sostiene Luigino che pensa al lavoro maturato negli anni e a quello avvenire perché il Covid ha ampliato i bisogni sociali e creato situazioni di svantaggio che ancora non sono classificabili. Per loro sono è necessario fare qualcosa in più. Qualcosa che ancora una volta leghi la cooperativa alla sua terra.
Ti interessano realtà occupate nell'ambito della disabilità? Puoi leggere anche della cooperativa sociale Monteverde
La storia di Claudio Scarmagnani, l'uomo che nutre la speranza dei bambini malati
La storia di Claudio presidente dell'associazione Progetto Sorriso di Nogara
Il telefono squilla. Ci sono email in attesa di risposta, schede da esaminare e file excel da compilare. L’orologio ticchetta sui minuti ma Claudio non ci fa caso, fino a quando una voce famigliare lo richiama alla realtà. “Puoi finire anche domani” si sente dire. Allora spegne il pc e lascia che i bei ricordi lo guidino nella vita.
Claudio con la sua valigia sempre pronta e il porto sicuro in cui ritornare. Una casa in cui tutto è cambiato e dove tutto prende forma in cucina, tra amici, quando scopre che il dolore della propria ferita può asciugare le lacrime altrui con un sorriso.
“Se non lo facciamo noi chi lo può fare?” gli chiedono. L’idea è bella ma come può affrontare la perdita di un figlio tornando nei reparti dell’ospedale? “Se non lo facciamo noi che sappiamo cosa affronta un bambino e cosa vivono i genitori, chi lo può fare?” si domanda.
Uno scambio di sguardi, l’intesa di un amore pronto a prendersi cura di altri bambini, di altri genitori e l’idea prende forma. Fragilità e forza, solidarietà e partecipazione si intrecciano nelle storie dei 12 fondatori e dei 40 volontari che fondano l’Associazione Progetto Sorriso per aiutare a rendere efficienti i reparti pediatrici di Borgo Roma prima, di Borgo Trento poi, e le cure efficaci.
Attrezzature mediche, giocattoli per bambini, materiali per i reparti pediatrici…tutto è utile ma non basta. In una corsia di oncoematologia pediatrica si respira il dolore e la sofferenza. Manca un cielo azzurro in cui genitori e bambini possono riflettere le loro emozioni. Serve gioia per nutrire la speranza.
E Claudio lo sa. L’Associazione ha preso la sua timidezza e l’ha impacchettata. Ci sono obiettivi da raggiungere e Claudio non ha più paura. È determinato e caparbio, cerca soluzioni, progetta, insieme al direttivo pensa a proposte che riempiano di vita anche le corsie d’ospedale.
Un naso rosso, tanto colore, la freschezza di volontari preparati ad entrare in mondi privati rinchiusi dentro stanze sterili. È La comicoterapia. Claudio si impegna. Serve trovare la giusta chiave della serratura per far entrare i volontari in relazione con il bambino, con l’adolescente, con la famiglia, per portare un po’ di primavera nel loro ciclo di cura. Serve sfruttare la parte rimasta sana del bambino, la fantasia, per trainare quella che deve ancora guarire.
Pensa alla preparazione tecnica ma soprattutto a quella psicologica dei clown-dottori. Crea i rapporti con l’azienda ospedaliera e coordina l’attività. L’Associazione cresce e arriva a 280 volontari. Ma tutta questa bellezza bisogna difenderla. C’è chi la vuole strumentalizzare e chi dietro a faldoni burocratici rallenta tutto. Ma Claudio crede nel Bene e non demorde. Come lui tutti i volontari. In attesa oggi di ripartire dopo un anno di lontananza.
“A distanza di 25 anni, posso dire che è stata la scelta giusta. Unire le persone, vederle fare qualcosa per gli altri e vederne il risultato negli occhi di un bambino e della sua mamma è la più grande soddisfazione”.
Claudio è un uomo che fa la differenza.
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Nuove Accoglienze per l'Italia di domani
Nuove Accoglienze è una cooperativa che cerca di cambiare i luoghi comuni sull’accoglienza con operazioni concrete. Strutture di ospitalità, assistenza personale e psicologica, inclusione lavorativa, diventano strumenti per rendere dignitosa la vita di chi fugge dal proprio Paese.
Secondo i dati registrati dall’Ismu, in Italia sono presenti 76.305 immigrati in accoglienza. Il numero dei migranti che raggiunge le coste o supera i confini nazionali aumenta di mese in mese. Dall’inizio dell’anno oltre 10.000 (a fronte dei 3 mila del 2020) sono sbarcate sulle nostre coste lasciando il proprio Paese per cercare rifugio altrove. Ma quale stile assume l’accoglienza in Italia?
Le strutture d'accoglienza
“Quando abbiamo avviato la cooperativa ci siamo resi conto di quanta disinformazione ci sia sul fenomeno migratorio” racconta Gianfilippo Dughera vicepresidente di Nuove Accoglienze. “Non abbiamo mai voluto creare un ricovero per le persone anche se la normativa vigente vorrebbe limitare tutto ad un servizio di pura assistenza. Per noi accoglienza significa inserimento nel tessuto sociale e creazione di opportunità di lavoro”.
Da oltre sei anni, la cooperativa opera in Emilia Romagna con 3 strutture d’accoglienza in cui sono ospitati uomini adulti e famiglie con minori a carico. Nello specifico 65 persone a Casola Valsenio, 65 a Glorie di Bagnacavallo e 12 a Forlì.

In questi anni il flusso migratorio è cambiato e con esso la provenienza dei migranti. Se in un primo periodo il 90% dei migranti arrivava dall’Africa oggi le strutture sono abitate da africani, pachistani, bengalesi e afgani. Le persone vengono assegnate dalle Prefetture di competenza. Dopo un colloquio conoscitivo e la condivisione delle regole che permettono una serena convivenza, inizia la vera accoglienza con abiti puliti, un kit per l’igiene, un’abitazione e molto di più come la cucina dei paesi d’origine con qualche contaminazione romagnola
Le attività della cooperativa
La cooperativa si struttura su alcuni pilastri: l’inserimento sociale, la formazione e l’inserimento lavorativo. Diversi assistenti sociali, in collaborazione con le strutture locali e con i servizi sociali di zona, offrono sostegno psicologico ed emotivo ai migranti. “Spesso arrivano persone che hanno subito torture nei campi libici, sfinite dalle persecuzioni, giovani donne vittime di tratta...” testimonia Gianfilippo. In cooperativa si lavora sulla parte educativa della persona, sulla formazione linguistica. Soprattutto si creano esperienze professionali che consentano ai migranti di sviluppare capacità, prendere consapevolezza dei ritmi lavorativi del Paese attraverso l’attività agricola di orticoltura, l’allevamento di maiali autoctoni di razza Mora romagnola, la falegnameria e la pizzeria Casolè. Inoltre “mettiamo in contatto i ragazzi con imprenditori che offrono lavoro regolare e coerente con le norme vigenti. Con i datori di lavoro verifichiamo che le condizioni e i contratti siano conformi alle disposizioni di legge” continua Gianfilippo, perché il problema del caporalato è sempre più diffuso.


L'inserimento comunitario
“In Africa ci sono stato quattro anni fa, perché volevo capire le origini della migrazione: siccità, carestie, desertificazione. Le persone scappano perché sono in cerca di lavoro. Spesso vogliono guadagnare per poi tornare nei luoghi di provenienza. Per farlo affrontano di tutto: prigionia, schiavitù, campi di concentramento. Sono persone in mano ad organizzazioni mafiose che gestiscono a loro modo i flussi migratori” testimonia Gianfilippo. Serve attenzione politica, ma anche lavoro e sensibilizzazione territoriale. Per questo la cooperativa ha scelto di indirizzare i migranti in attività di volotariato, come creare gli stand per le sagre locali, pulire i giardini, verniciare le panchine. Azioni semplici che aiutano però i cittadini a comprendere il valore delle persone, a cambiare la percezione nei loro confronti, a farli sentire membri della comunità. “Abbiamo preferito puntare sulla socializzazione piuttosto che sull’elemosina” dichiara Gianfilippo.


In cooperativa lavorano 11 persone. Insieme a 8 volontari seguono le vite di 150 persone accolte. Il lavoro non manca, si pensano i progetti e si cercano uomini o enti di buona volontà con cui realizzarli. “I migranti restano con noi fino a quando ricevono i documenti per poter rimanere legalmente in Italia. Lavoriamo perché arrivino pronti per affrontare quel momento: il mondo del lavoro, l’autosostentamento” racconta Gianfilippo che ha trovato nella cooperativa un senso di gratificazione mai provato prima. “Abbiamo conosciuto persone, visto nascere bimbi, svilupparsi idee imprenditoriali … sono tanti coloro che restano nel cuore e che ci danno l’energia per continuare”.
Altre esperienze di accoglienza, inclusione e sviluppo sono raccontate da LVIA









