Non profit come costruire un modello replicabile

5 passi per costruire un modello non-profit replicabile

I bisogni sociali sono in aumento. Le situazioni di crisi economica prima, aggravati dell’emergenza sanitaria, portano alla luce difficoltà sociali a cui il Terzo Settore tenta di fornire risposte. Ma come organizzare un modello capace di rispondere in modo adeguato?

Lo abbiamo chiesto a Mauro Fanchini, oggi presidente della cooperativa sociale Il Ponte di Invorio. Mauro arriva al settore non profit dopo una grande riflessione rispetto all’etica del lavoro. La sua esperienza imprenditoriale in contesti commerciali e lavorativi differenziati, diventa una valida alleata nel progetto di rilancio della cooperativa sociale. Nel 2011, anno in cui Mauro entra all’interno dell’ente, la cooperativa stava attraversando una crisi sia economico-finanziaria che di leadership e in poco tempo rischiava la chiusura. Cosa è cambiato da allora e da dove bisogna mettere le fondamenta?

1. Salvaguardare la sostenibilità

Dal 1988 la cooperativa si occupa di persone svantaggiate in particolare con handicap psichico medio. Dopo la scuola dell’obbligo a quei tempi non c’erano iniziative significative per l’inserimento sociale e nel mondo del lavoro. Per questo Il Ponte è diventato un luogo di riscatto. Un luogo in cui far acquisire alle persone con disabilità le competenze e capacità manuali per educare le loro potenzialità, affinchè diventino parte attiva della società con inserimenti nelle aziende e nelle imprese del territorio. La nostra è una logica transitiva. Lavoriamo sull’autostima, l’autonomia e la responsabilità per creare inserimenti consapevoli, attivi e partecipativi nelle aziende territoriali.  

La società civile è strutturata per "escludere" tutte le categorie di persone che non stanno al passo...

L’insicurezza che nasce dal sentirsi diversi, viene superata quando ci si sente parte attiva nell’ambiente in cui si vive. Il lavoro crea esternalità positive che favoriscono le comunità locali con l’aumento della coesione sociale, qualità della vita e il risparmio di risorse pubbliche. Per questo la cooperativa deve intendersi come un’esperienza di lavoro e come tale si autofinanzia grazie alla produzione che riesce a realizzare. Bisogna superare l’errata percezione che il lavoratore con disabilità sia un freno, meno produttivo di altri. Diceva infatti Mariella Enoc “Il non profit che non diventa concettualmente azienda è soltanto un’opera di assistenza, di beneficenza che però è destinata ad una vita molto breve”.

2. Avere le idee chiare

Avere le idee chiare per noi significa trovare le risposte che Il Ponte può dare ai bisogni di inclusione sociale del territorio nel quale operiamo. Ciò non vuol dire che ci debba essere una risposta univoca e statica, ma piuttosto uno studio approfondito per risposte dinamiche e calibrate sulle singole necessità delle persone, con un percorso ben definito e condiviso che prevede obiettivi e verifiche costanti. Come nelle imprese profit, anche nella nostra cooperativa vi è una specifica conduzione organizzativa.

L’attuale Gestione ha una sua dinamicità che nasce dallo sviluppo dell’attività e dalle figure professionali che si stanno formando con l’obiettivo di avere un organigramma completo, che risponde ai bisogni di un’azienda moderna ed efficace nella sua azione dirigenziale, in particolare per quanto riguarda la corresponsabilità nella gestione aziendale e la delega delle funzioni.

La direzione, composta dai responsabili dei reparti produttivi, amministrativo e logistica si trova tutti i giorni per condividere, pianificare, organizzare e verificare il funzionamento generale delle attività.

3. Migliorare sempre

Per impostare le azioni che la cooperativa progetta, definire l’approccio, la mentalità e le competenze sulle quali poi tutto il personale si forma, è necessario stabilire le parole che orientano l’azioni. Per noi queste sono:

  • Generatività
  • Visione di un futuro possibile
  • Custodirsi l’uno con l’altro
  • Affiancare ai bisogni i desideri
  • Creare rete
  • Tendere sempre al meglio

4. Favorire alleanze

Il Ponte è promotore di reti sia sul territorio locale e che a livello interprovinciale per favorire partnership di intervento efficaci e condivise sui bisogni. Tra le molteplici reti di cui Il Ponte è parte, ricordo la rete F.A.R.E. acronimo di formazione, appartenenza, responsabilità, esperienza, nata con lo scopo di promuovere una sensibilizzazione culturale tesa a rimettere la dignità della persona al centro delle dinamiche economiche, con particolare attenzione alle categorie più fragili.

5. Costruire il futuro

Il bisogno sociale richiede uno sforzo e una presenza che non si esauriscono al territorio di appartenenza. Abbiamo scelto di aprirci ad altre unità, di progettare l’apertura di laboratori che diventano hub di sperimentazione lavorativa e produttiva. Per farlo occorre però usare:

  • Intelligenza: leggere il tempo nella sua intimità
  • Responsabilità: parliamo di responsabilità civile ovvero ciò che dobbiamo/possiamo fare nella comunità
  • Libertà: non essere schiavi delle cose, di sé, degli altri.
  • Speranza: per vivere in pienezza la vita, per desiderare un futuro e per decidere il nostro.

Pensi che la rubrica I 5 passi sia utile? Puoi approfondire altri contenuti a partire da: Economia ibrida alleanze tra mondi profit e nonprofit


Claudio Scarmagnani

La storia di Claudio Scarmagnani, l'uomo che nutre la speranza dei bambini malati

La storia di Claudio presidente dell'associazione Progetto Sorriso di Nogara

Il telefono squilla. Ci sono email in attesa di risposta, schede da esaminare e file excel da compilare. L’orologio ticchetta sui minuti ma Claudio non ci fa caso, fino a quando una voce famigliare lo richiama alla realtà. “Puoi finire anche domani” si sente dire. Allora spegne il pc e lascia che i bei ricordi lo guidino nella vita.

Claudio con la sua valigia sempre pronta e il porto sicuro in cui ritornare. Una casa in cui tutto è cambiato e dove tutto prende forma in cucina, tra amici, quando scopre che il dolore della propria ferita può asciugare le lacrime altrui con un sorriso.

“Se non lo facciamo noi chi lo può fare?” gli chiedono. L’idea è bella ma come può affrontare la perdita di un figlio tornando nei reparti dell’ospedale? “Se non lo facciamo noi che sappiamo cosa affronta un bambino e cosa vivono i genitori, chi lo può fare?” si domanda.

Uno scambio di sguardi, l’intesa di un amore pronto a prendersi cura di altri bambini, di altri genitori e l’idea prende forma. Fragilità e forza, solidarietà e partecipazione si intrecciano nelle storie dei 12 fondatori e dei 40 volontari che fondano l’Associazione Progetto Sorriso per aiutare a rendere efficienti i reparti pediatrici di Borgo Roma prima, di Borgo Trento poi, e le cure efficaci.

Attrezzature mediche, giocattoli per bambini, materiali per i reparti pediatrici…tutto è utile ma non basta. In una corsia di oncoematologia pediatrica si respira il dolore e la sofferenza. Manca un cielo azzurro in cui genitori e bambini possono riflettere le loro emozioni. Serve gioia per nutrire la speranza. 

E Claudio lo sa. L’Associazione ha preso la sua timidezza e l’ha impacchettata. Ci sono obiettivi da raggiungere e Claudio non ha più paura. È determinato e caparbio, cerca soluzioni, progetta, insieme al direttivo pensa a proposte che riempiano di vita anche le corsie d’ospedale.

Un naso rosso, tanto colore, la freschezza di volontari preparati ad entrare in mondi privati rinchiusi dentro stanze sterili. È La comicoterapia. Claudio si impegna. Serve trovare la giusta chiave della serratura per far entrare i volontari in relazione con il bambino, con l’adolescente, con la famiglia, per portare un po’ di primavera nel loro ciclo di cura. Serve sfruttare la parte rimasta sana del bambino, la fantasia, per trainare quella che deve ancora guarire.

Pensa alla preparazione tecnica ma soprattutto a quella psicologica dei clown-dottori. Crea i rapporti con l’azienda ospedaliera e coordina l’attività. L’Associazione cresce e arriva a 280 volontari. Ma tutta questa bellezza bisogna difenderla. C’è chi la vuole strumentalizzare e chi dietro a faldoni burocratici rallenta tutto. Ma Claudio crede nel Bene e non demorde. Come lui tutti i volontari. In attesa oggi di ripartire dopo un anno di lontananza.

A distanza di 25 anni, posso dire che è stata la scelta giusta. Unire le persone, vederle fare qualcosa per gli altri e vederne il risultato negli occhi di un bambino e della sua mamma è la più grande soddisfazione”.

Claudio è un uomo che fa la differenza.

Ti è piaciuta questa storia? Puoi scoprire anche quella di Federico


Bando Grest Verona 2021

Bando GREST Verona 2021

Per l’estate 2021 Fondazione Cattolica attiva il Bando GREST. Il bando rivolto alle Parrocchie della Diocesi e/o della Provincia di Verona interessate a realizzare un’esperienza estiva ad alto impatto educativo per bambini e ragazzi.

Estate: tempo di vacanze, di giochi, di divertimento e… di GREST. Per molte famiglie le attività proposte dagli oratori e dalle parrocchie rappresentano un luogo sicuro in cui lasciare i propri figli durante il periodo estivo. Bambini e animatori crescono insieme in un clima valoriale caratterizzato da condivisione, collaborazione ed inclusione. Il GREST ha una funzione sociale, ludica e comunitaria. Alla dimensione educativa, realizzata tramite progetti formativi specifici, definiti per età del ragazzo, si associa una dimensione spirituale che orienta e dà senso al tutto.

Fondazione Cattolica, crede nella formazione dei ragazzi e ritiene il GREST uno strumento insostituibile di crescita educativa. Per questo ha stanziato un Bando dal valore complessivo di 100mila euro. Il contributo assegnato sarà compreso tra i 500 e i 2.000 euro per ciascuna Parrocchia che risulterà assegnataria del bando. La valutazione assegnata è a insindacabile giudizio della Fondazione.

Come partecipare? Possono partecipare le Parrocchie della Diocesi o della provincia veronese previa lettura del regolamento , della compilazione e dell'invio del modulo allegato. I documenti devono essere inviati a: fondazione.cattolica@cattolicaassicurazioni.it. Solo le richieste inviate entro le ore 12 del 15 giugno, complete, firmate dal Parroco o dal legale rappresentate, saranno prese in considerazione.


giovani, terzo settore e futuro

Giovani, Terzo Settore e futuro: una sfida per trasformare beni in stato di abbandono in beni per la comunità

Fondazione Cattolica entra nelle aule universitarie con “Out of the standard”, la sfida rivolta ai giovani studenti dell’Università scaligera per trovare risposte capaci di innovare il mondo non profit.

In collaborazione con il C-lab e l’Università degli Studi di Verona, Fondazione Cattolica ha promosso un percorso sfidante e stimolante capace di fare luce sulle evoluzioni che attendono il Terzo Settore. Le due sfide proposte, una sulla creazione di un mercato inclusivo per i prodotti non-profit e l’altra sulla trasformazione di beni in disuso in beni di comunità, sono state accolte da 20 studenti. Ma chi sono i ragazzi che hanno scelto di impegnare il loro tempo nella ricerca di risposte innovative per recuperare immobili abbandonati? Cosa pensano del mondo non-profit e come il loro impegno guarda al futuro?

I giovani studenti della sfida

Sono ragazzi e ragazze iscritti ad indirizzi di laurea triennale e magistrale, con esperienze di volontariato maturate in settori diversificati e con una spiccata propensione all’internazionalità.

“Ho deciso di iscrivermi a questa sfida per dimostrare che l’apertura mentale di noi umanisti può dare tanto anche al mondo dell’impresa” racconta Martina, laureata in Lettere Moderne. Un mondo che per i ragazzi sta giungendo verso il capolinea e che chiama ad un approccio diverso e alla ricerca di nuove vie d’azione. “Credo sia arrivato il momento di guardare al mondo nel suo insieme, superando il mero benessere personale e privato. Per troppo tempo l’uomo ha pensato egoisticamente solo a se stesso senza dare importanza alla comunità. È giunta l’ora di cambiare mentalità…” riflette Stefano, studente in Marketing e Comunicazione di Impresa.

La sfida proposta

La sfida “Dai beni privati ai beni comuni” si propone di trovare soluzioni capaci di attivare le comunità per recuperare immobili in stato di abbandono trasformandoli in luoghi in grado di creare valore culturale ed economico per l’intera collettività.

Gli studenti sono stati chiamati a sviluppare idee che aiutino la cooperativa sociale Work & Services di Comacchio a recuperare e dare nuova vita ad alcuni comparti dell’ex Azienda Valli Comunali sotto il profilo sociale, produttivo, culturale e strutturale. “Ho pensato che questa era l’occasione giusta per mettere in pratica gli anni di studio” riporta Federica, studentessa di Lingue per la Comunicazione Turistica e Commerciale perché, continua Alessia studentessa di Management e Strategia di Impresa, “l'innovazione sociale può essere la chiave per favorire uno sviluppo sostenibile e co-partecipato, rispondendo ai bisogni delle comunità locali”.

Le idee per il futuro

Durante questi mesi di lavoro i team Paladini del No Profit e Raggio Verde, così hanno scelto di chiamarsi i 10 ragazzi operanti sulla sfida, hanno avuto l’opportunità di conoscere le imprese sociali e il loro modo di operare acquisendo nozioni tecniche, giuridiche e pratiche grazie all’incontro con professionisti ed imprenditori sociali. “Questo percorso ha cambiato la mia idea nei confronti del non-profit. Pensavo fossero imprese di serie b…” racconta Martina. “Ho capito l'importanza di affiancare a ideali e buoni propositi anche una sostenibilità economica” continua Alessia, perché in questo modo “le organizzazioni non-profit diventano importanti per le comunità e per le persone, vere realtà imprenditoriali che combinando l’economia all’impegno sociale generano valore a beneficio dell’intera collettività” conclude Stefano.

Persone, inclusione, dignità e pari opportunità per tutti, insieme alla co-progettazione, sono i valori che gli studenti hanno riconosciuto agli enti del Terzo Settore. “La passione che trasmettono gli imprenditori sociali spinge ad impegnarsi ogni giorno di più – racconta Alessia, studentessa di Marketing e Comunicazione d’Impresa – immergermi in questo mondo mi ha entusiasmata, tanto da voler far parte in futuro di una realtà come quelle incontrate”. Perché il futuro per gli studenti è fatto di inclusione e valorizzazione dei talenti e della capacità altrui; di riduzione degli sprechi, di attenzione alla formazione civile dell’uomo. Un mondo senza pregiudizi, dove la fiducia consenta di lavorare con persone diverse per scopi comuni. Un futuro fatto di solidarietà ed inclusione che può svilupparsi grazie anche all’intervento dei giovani. 


Nuove accoglienze

Nuove Accoglienze per l'Italia di domani

Nuove Accoglienze è una cooperativa che cerca di cambiare i luoghi comuni sull’accoglienza con operazioni concrete. Strutture di ospitalità, assistenza personale e psicologica, inclusione lavorativa, diventano strumenti per rendere dignitosa la vita di chi fugge dal proprio Paese.

Secondo i dati registrati dall’Ismu, in Italia sono presenti 76.305 immigrati in accoglienza. Il numero dei migranti che raggiunge le coste o supera i confini nazionali aumenta di mese in mese. Dall’inizio dell’anno oltre 10.000 (a fronte dei 3 mila del 2020) sono sbarcate sulle nostre coste lasciando il proprio Paese per cercare rifugio altrove. Ma quale stile assume l’accoglienza in Italia?

Le strutture d'accoglienza

“Quando abbiamo avviato la cooperativa ci siamo resi conto di quanta disinformazione ci sia sul fenomeno migratorio” racconta Gianfilippo Dughera vicepresidente di Nuove Accoglienze. “Non abbiamo mai voluto creare un ricovero per le persone anche se la normativa vigente vorrebbe limitare tutto ad un servizio di pura assistenza. Per noi accoglienza significa inserimento nel tessuto sociale e creazione di opportunità di lavoro”.

Da oltre sei anni, la cooperativa opera in Emilia Romagna con 3 strutture d’accoglienza in cui sono ospitati uomini adulti e famiglie con minori a carico. Nello specifico 65 persone a Casola Valsenio, 65 a Glorie di Bagnacavallo e 12 a Forlì.

In questi anni il flusso migratorio è cambiato e con esso la provenienza dei migranti. Se in un primo periodo il 90% dei migranti arrivava dall’Africa oggi le strutture sono abitate da africani, pachistani, bengalesi e afgani. Le persone vengono assegnate dalle Prefetture di competenza. Dopo un colloquio conoscitivo e la condivisione delle regole che permettono una serena convivenza, inizia la vera accoglienza con abiti puliti, un kit per l’igiene, un’abitazione e molto di più come la cucina dei paesi d’origine con qualche contaminazione romagnola

Le attività della cooperativa

La cooperativa si struttura su alcuni pilastri: l’inserimento sociale, la formazione e l’inserimento lavorativoDiversi assistenti sociali, in collaborazione con le strutture locali e con i servizi sociali di zona, offrono sostegno psicologico ed emotivo ai migranti. “Spesso arrivano persone che hanno subito torture nei campi libici, sfinite dalle persecuzioni, giovani donne vittime di tratta...” testimonia Gianfilippo. In cooperativa si lavora sulla parte educativa della persona, sulla formazione linguistica. Soprattutto si creano esperienze professionali che consentano ai migranti di sviluppare capacità, prendere consapevolezza dei ritmi lavorativi del Paese attraverso l’attività agricola di orticoltura, l’allevamento di maiali autoctoni di razza Mora romagnola, la falegnameria e la pizzeria Casolè. Inoltre “mettiamo in contatto i ragazzi con imprenditori che offrono lavoro regolare e coerente con le norme vigenti.  Con i datori di lavoro verifichiamo che le condizioni e i contratti siano conformi alle disposizioni di legge” continua Gianfilippo, perché il problema del caporalato è sempre più diffuso.

L'inserimento comunitario

“In Africa ci sono stato quattro anni fa, perché volevo capire le origini della migrazione: siccità, carestie, desertificazione. Le persone scappano perché sono in cerca di lavoro. Spesso vogliono guadagnare per poi tornare nei luoghi di provenienza. Per farlo affrontano di tutto: prigionia, schiavitù, campi di concentramento. Sono persone in mano ad organizzazioni mafiose che gestiscono a loro modo i flussi migratori” testimonia Gianfilippo. Serve attenzione politica, ma anche lavoro e sensibilizzazione territoriale. Per questo la cooperativa ha scelto di indirizzare i migranti in attività di volotariato, come creare gli stand per le sagre locali, pulire i giardini, verniciare le panchine. Azioni semplici che aiutano però i cittadini a comprendere il valore delle persone, a cambiare la percezione nei loro confronti, a farli sentire membri della comunità. “Abbiamo preferito puntare sulla socializzazione piuttosto che sull’elemosina” dichiara Gianfilippo.

In cooperativa lavorano 11 persone. Insieme a 8 volontari seguono le vite di 150 persone accolte. Il lavoro non manca, si pensano i progetti e si cercano uomini o enti di buona volontà con cui realizzarli. “I migranti restano con noi fino a quando ricevono i documenti per poter rimanere legalmente in Italia. Lavoriamo perché arrivino pronti per affrontare quel momento: il mondo del lavoro, l’autosostentamento” racconta Gianfilippo che ha trovato nella cooperativa un senso di gratificazione mai provato prima. “Abbiamo conosciuto persone, visto nascere bimbi, svilupparsi idee imprenditoriali … sono tanti coloro che restano nel cuore e che ci danno l’energia per continuare”.

Altre esperienze di accoglienza, inclusione e sviluppo sono raccontate da LVIA


apertura generatività

Energie in rete: per creare non bastano buone idee

A Pesaro, Onlus Gulliver apre Generatività una bottega del riuso sviluppata grazie alle energie messe in rete. Uno spazio rivolto alla cittadinanza in cui acquistare prodotti realizzati da persone con talenti diversi.

La realizzazione di questa nuova bottega rappresenta per Fondazione Cattolica un importante riconoscimento del valore della rete #GenerAttivi: una rete nata pochi anni fa che riunisce più di 250 enti sociali provenienti da tutta Italia che la Fondazione ha accompagnato negli anni. Dall’incontro e dal riconoscimento di intenti condivisi, Onlus Gulliver insieme a Mani Tese Finale Emilia hanno portato a frutto Generatività, un progetto che ha qualcosa da raccontare e che proprio le voci di Gaia, rappresentate per ManiTese e Andrea Onlus Gulliver,  testimoniano.

Da dove siete partiti? Come avete trasformato un'idea in un vero progetto?

Gaia: “Siamo partiti da esperienze comuni, dalla concretezza dell’agire di due realtà che si assomigliavano, che si sono incontrate perché entrambe finanziate da Fondazione Cattolica.  Durante un appuntamento della rete #GenerAttivi, dopo una cena a base di anguille e pesciolini degli amici I Marinati di Comacchio, abbiamo prolungato una lunga chiacchierata fino a notte fonda. Andrea mi chiese Ma voi come fate? Ma gli sgomberi come li gestite? E i vestiti donati?  La sartoria come è nata? Da qui siamo partiti. Con Andrea si salta presto al fare: chiama qui, fai così, volantino e prova.  Dal porto sicuro delle certezze ci siamo lanciati lasciando che il motto per moltiplicare basta condividere ci guidasse”.

Andrea: “Adriano Tomba dice spesso “L’amore non va parlato, l’amore va agito”. La rete #GenerAttivi non è solo l’incontro di un weekend. È un percorso e se lo intraprendi con verità e sincerità, ti porta in un mare. Ti trovi con poche barche e pochi pesci che vanno controcorrente e vogliono cambiare quella corrente. In #GenerAttivi si ha la prima stretta di mano con l’altro che non conosci ma che è tuo fratello, si ascolta un approfondimento, ti racconti e ascolti. Si possono fare delle scelte, camminare come il vento, o camminare seminando. Con Gaia abbiamo scelto di camminare seminando".

Quali azioni avete messo in campo per arrivare fino a qui?

 Gaia: “Credo che l’elemento principale sia stato il fidarsi di una possibilità. Costruire nuove direzioni sebbene ognuno con i propri mezzi, partendo però sempre dal gusto vivo per le persone, le relazioni, la cura, la gioia del dare e ricevere. Tante telefonate e consigli, obiettivi chiari, concreti, precisi e voglia di vedersi presto".

Andrea: “Nel nostro quotidiano possiamo crescere fidandoci dell’altro. Nel percorso #GenerAttivi possiamo trovare chi ascolta e prova a contagiarsi replicando la tua buona pratica. E viceversa tu ascolti e prendi un pò dell’altro per seminare. Come ogni impasto serve un po’ di Lievito. Per noi questo è il ruolo che oggi ha Fondazione Cattolica”.

Quante persone e reti avete coinvolto nella prima iniziativa realizzata insieme "Dono come Lievito"?

Gaia: “A Finale Emilia abbiamo coinvolto le scuole medie, associazioni locali di volontariato, le 2 sedi della Caritas delle Parrocchie di Finale Emilia e Massa Finalese, il Comune che ha aderito con entusiasmo, giovani volontari per impacchettare e pesare. C’erano le persone dei nostri inserimenti lavorativi, due gruppi scout con i lupetti che hanno portato i beni e i ragazzi del Clan che hanno ricevuto le consegne, ma soprattutto tantissimi cittadini che si sono recati nel grande piazzale della nostra sede con sacchetti e un’adesione generosa, entusiasti collaboratori di questa prima iniziativa. Abbiamo raccolto ben 600 kg di cibo, prodotti per l’igiene scelti con attenzione per i bisognosi. La Caritas di Finale aveva preparato  solo un angolino della sede, quando lo sportello del camion si è aperto ha dovuto felicemente cercare altro posto, era davvero stupita di tanta generosità raggiunta in pochissime ore.  Questa raccolta si è fortemente legata al nostro impegno di lotta per cambiare le cause che determinano le povertà, qui come nel sud del mondo, per le diseguaglianze sociali e le ingiustizie economiche che sappiamo richiedono un nuovo modello di sviluppo e accoglienza”.

Andrea: “Mi sono mosso come referente regionale della Dsc Marche, abbiamo coinvolto sette amministrazioni comunali, oltre 50 associazioni con ben 700 volontari messi in campo su 16 punti raccolta. Abbiamo chiamato la comunità con la quale operiamo ogni giorno: quelli che non parlano di amore, ma amano. Abbiamo raccolto una enormità di beni per le famiglie bisognose e costruito ponti. A questo serve la Fondazione e #GenerAttivi: a costruire ponti, ad unire mani, a credere".

Cosa si cela nel progetto Generatività?

Gaia: “Il progetto cela uno scambio, un incontro legato alle vite e alle azioni di volontari che hanno scelto di impegnarsi con le vite degli altri, aprendo nuove finestre e lasciando aperte porte nella comunità in cui vivono.  Abbiamo capito che potevamo “contaminarci” con le nostre storie, con la gratuità e la gioia che ci caratterizza. Siamo partiti da quello per reinventarci insieme. Questo ha alleggerito il peso del “non posso farlo, non so farlo”  perché insieme si scoprono nuove strade. Dietro Generatività ci stanno dei sognatori un po’ folli, ricchi di nuove speranze, di bellezza dell’umanità che prende forme inaspettate”.

Andrea: “Generare, mettere al mondo per far nuove le cose, far crescere un progetto che si chiamava Contagiamoci, autenticare la fiducia verso l’altro ed il proprio impegno. Generatività è una follia visionaria perché vogliamo cambiare il paradigma dell’economia estrattiva che ormai riteniamo morta. Non parla di prodotti né economia né di finanza. Generatività parla d’amore. Il perché? Ho colto le parole che una volta mi disse Don Adriano Vincenzi:  non dobbiamo domandarci il perché, se siamo qui è implicito nella nostra presenza. In questo negozio raccontiamo storie, invitiamo le persone a sostenerle. Vendiamo prodotti, come quelli di Gaia e delle sue Manigolde, di Calafata, e mi auguro di poter vendere altri prodotti di enti attivi nella rete #GenerAttivi. Mi piacerebbe che fosse una sorta di shop fisico della rete in cui stiamo crescendo. E poi sta nascendo un secondo punto “Generatività” anche a Finale Emilia, ma la Gaia ancora non lo sa. Ma lo farà".

Per saperne di più puoi leggere la storia di Onlus Gulliver e di ManiTese.


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