Fondazione Amici di Sissi

Fondazione Amici di Sissi: competenze a sostegno del Terzo Settore

Fondazione Amici di Sissi nasce da un gruppo di imprenditori e professionisti per dare supporto concreto a chi vive delicate situazioni sociali, creando nuove opportunità. Conoscenze e competenze maturate vengono messe a disposizione per sostenere realtà del Terzo Settore presenti nel lodigiano attraverso progetti di inclusione sociale e lavorativa.

Lo sviluppo

La Fondazione porta il nome di Sissi una giovane ragazza con disabilità intellettiva che fece maturare nei suoi genitori una decisione importante: realizzare iniziative di carattere sociale per aiutare coloro che vivono situazioni di fragilità. Questo desiderio spinse la famiglia di Sissi a concedere in comodato d’uso gratuito un immobile di loro proprietà con l’intento di realizzare una struttura nella quale la Fondazione avrebbe creato appartamenti da destinare a soggetti svantaggiati. I costi di ristrutturazione modificano l’idea di partenza ma non la sostanza. A San Fiorano Lo, un immobile comunale viene trasformato in una struttura di Residenzialità Leggera. Quattro appartamenti diventano residenze confortevoli prima per gli anziani, poi, in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale di Lodi, per pazienti psichiatrici che superata la fase acuta della malattia si prestavano a percorsi di vita autonomi. Ed oggi sono a disposizione per chi deve affrontare crescenti difficoltà finanziarie.

I progetti

“Durante questi anni di attività il mondo è cambiato. Le risorse economiche sono sempre più in calo, abbiamo compreso che c’è sempre più necessità di creare reti forti e avviare progetti capaci di reggersi sulle proprie gambe” racconta Paolo presidente della Fondazione. Una ragione che ha spinto Fondazione Amici di Sissi ad avviare collaborazioni con il DSM di Lodi e di Piacenza realizzando diversi progetti di inserimento lavorativo, che tutt’ora garantiscono occupazione a numerosi giovani, svantaggiati e non. Sono diverse le cooperative sociali di tipo B nate dalla volontà di creare un futuro. Come la cooperativa I Perinelli, un progetto vitivinicolo che dal 2012 lavora insieme a persone con disabilità psichica per produrre e commercializzare vino. E come il marchio “180: a noi il cioccolato fa impazzire”.

La cooperativa sociale 180

“Non so dire cosa mi abbia ispirato ma sentivo che produrre cioccolato con un laboratorio artigianale fosse un’opportunità per i giovani in difficoltà…” e così è stato. Nel 2019 nasce il Laboratorio di produzione e commercializzazione del cioccolato che in poco tempo si trasforma in Cooperativa Sociale 180 ed inaugura il primo negozio a gennaio 2020. A Codogno. Nessuno poteva immaginare che da lì a un mese la vita di tutti sarebbe cambiata. Eppure, nonostante le difficoltà, il laboratorio non ha mai smesso di funzionare perché “siamo una squadra che si integra; il lavoro di uno porta beneficio anche all’altro e non possiamo fermare questo legame”. In fin dei conti se non ci fosse l’amore, un dolce sarebbe solo un dolce. Invece la cooperativa vive dell’animo di Filippo, responsabile amministrativo e commerciale e di Federica maestra cioccolatiere. Ma anche di una ragazza vittima di tratta e di Stefano, giovane con disabilità intellettiva. Loro sono il cuore artigianale della cooperativa.

“La cooperativa è diventata un’occasione di realizzazione personale. Quando guardo i ragazzi che prima di lavorare qui non avevano occupazione e noto il loro entusiasmo, la loro felicità che traspare anche nelle fatiche, sento che stiamo creando qualcosa di buono” ammette Paolo. Qualcosa che guarda oltre e ricerca nuove soluzioni per sviluppare i sogni dei suoi dipendenti. Dall’amore per l’altro alla poesia del gusto. Il cioccolato puro al 70-80%, al latte e fondente, si trasforma in barrette, cioccolatini, pralinerie e speciali prodotti affini.

Nella Cooperativa 180 il cioccolato diventa opportunità di riscatto, di speranza e di benessere. Quando si creano attività di impresa sociale “si aiuta a costruire nuovi percorsi, a far sentire le persone parte di qualcosa, a donare senso alla vita”.

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storia di elena brigo

La storia di Elena Brigo, una donna che guarda le persone e non le loro etichette

Questa è la storia di Elena presidente della cooperativa sociale Panta Rei

Tutto scorre. In silenzio o nel frastuono. Mutano le leggi, il tempo, le abitudini eppure tra la gente qualcosa resta immobile e sedimenta: dalla malattia mentale meglio starne alla larga. Un pensiero comune a tanti che ad Elena però non è mai piaciuto.

Elena che ama ciò che profuma di cartoleria e sogna di fare l’attrice. La sua voce calda e ferma non ha bisogno di microfoni per essere sentita anche nelle ultime file dei teatri. Cresce, ascolta storie, legge i volti e resta incantata sempre più dai labirinti che crea la mente. Per questo sceglie di studiarla.

Psicologia e psicoterapia. Elena impara e pensa al futuro. Il suo studio, il paziente che entra, un comodo lettino e la porta che si chiude. No! No, non fa per lei. Niente porte chiuse, niente stanze in cui riflettere. Elena ha bisogno della comunità, di percepire le persone, di vedere che insieme lavorano per superare le differenze e lasciare un segno.

A 27 anni entra in Panta Rei e comprende che da quella neonata cooperativa non se ne sarebbe andata. Sente che ogni giorno può rispondere alla domanda che le frulla in testa: cosa hai fatto oggi per gli altri? Elena prende il suo entusiasmo e lo trasforma in lavoro. Dalle idee ai progetti, dalla teoria ai gesti quotidiani. Non si ferma un attimo, si arrabatta come meglio può per imparare aspetti amministrativi, burocratici, economici e finanziari perché sa che non deve commettere errori. Sa che ogni pretesto alimenta quella paura.

Siamo sicuri? Non è che è troppo? le chiedono quando vuole fare qualcosa di nuovo. Ricordiamoci che sono pazienti! le intimano gli psichiatri. Non sta andando oltre? le domandano quando vuole inserire in Cda soci lavoratori svantaggiati. Elena tiene duro. Gonfia il suo idealismo in un palloncino ad elio che fa volare via. Perché lei vede a cosa porta il suo impegno: uomini e donne, spesso intrattenuti più che valorizzati, scoprono che non sono malati da assistere ma persone con qualcosa da dire e da dare. Lavoratori e cittadini con cui si può condividere.

Elena corre contro il tempo: deve garantire il lavoro per prendersi cura delle persone. Persone, non più pazienti. Persone con sentimenti, emozioni e vite vere. Persone come lei. Ma per cambiare la corrente bisogna lavorare insieme. Serve un gruppo con una visione condivisa. Così Elena cerca, cerca e trova. Non si sente più sola e insieme ai suoi colleghi inizia a crescere.

Lei e la cooperativa. Lei e i suoi soci. Strutture residenziali, lavanderia, manutenzione, ristorante e albergo. I 50 dipendenti di cui il 70% con disagio mentale, le 30 mila ore lavorate e il costante aumento dei ricavi grazie alle fonti private, danno forza al suo credo: la malattia mentale non è uno stigma.

A 44 anni Elena è in pace. Tutto scorre nei suoi pensieri con la certezza che non esistono ostacoli troppo grandi ma solo motivazioni troppo piccole. “Credo alle persone che non si limitano ma che invece prendono un pezzo di sé e lo mettono dentro quello che fanno”.

Imprenditrice sociale, mamma e compagna. Elena è una donna che fa la differenza.

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Volontariato e nuove povertà

Come il volontariato italiano risponde alle nuove povertà? Un incontro illustra il tema portando alla luce esempi, pratiche e normative

In occasione degli eventi di chiusura dell’anno di Padova Capitale Europea del Volontariato 2020, la Business Unit Enti Religiosi e Terzo Settore di Cattolica Assicurazioni organizza un webinar che porta ad affrontare l’argomento e a leggerne gli sviluppi.

Mercoledì 28 aprile dalle ore 17.30 alle 18.30 si terrà in diretta facebook e youtube l’incontro “Il volontariato italiano risponde alle nuove povertà. Tra cooperazione internazionale e fragilità territoriali”. Un incontro volto a conoscere le politiche europee a sostegno delle nuove povertà e gli interventi della società civile italiana messi in azione per contrastare la crisi.

Il programma prevede gli interventi di:

La cooperazione internazionale
prof. Vincenzo Buonomo – Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense

Fondi sociali europei a favore degli Enti del Terzo Settore
prof.ssa Jessica Romeo – Docente Pontificia Università Lateranense

Strutturazione internazionale del Banco Alimentare e la capacità di fare rete nel gestire le nuove povertà in Italia, anche alla luce della pandemia
dott.ssa Angela Frigo – Segretaria generale FEBA Banco Alimentare

Sistemi di supporto alle iniziative sociali nei territori nazionali ed internazionali
Emanuele Alecci – Presidente Padova capitale europea del volontariato 2020

Modera Carlo Peretti – Business Unit Enti Religiosi e Terzo Settore Cattolica Assicurazioni


economia ibrida alleanza profit e nonprofit

Un'economia più ibrida in 5 passi

L’attuale situazione chiama sempre di più a volgere uno sguardo verso forme di economia ibrida. Profit e non profit, quali alleanze possono stringere per favorire lo sviluppo del territorio?

Per rispondere a questa domanda abbiamo chiesto a Massimo Erbetta, presidente della Cooperativa Sociale B.Plano di Vedano Olona, di raccontarci i 5 passi fondamentali della loro positiva esperienza.

Massimo, da dove siete partiti e come siete riusciti a costruire sinergie propositive tra mondo profit e non profit? B.Plano è una cooperativa sociale di tipo B nata nel 2013, a seguito dell'incontro tra una realtà della cooperazione sociale di tipo A molto attiva nel territorio e un’associazione locale di imprenditori, nata per promuovere in ambito cittadino il tema del lavoro e dell'occupazione. Il mio è il punto di vista di un cooperatore sociale che, pur avendo in mente la necessità per il mondo della cooperazione di rinnovarsi e di esplorare orizzonti nuovi facendosi impresa, continua a ritenere che questa definizione sia quella che meglio lo rappresenti. Cosa abbiamo fatto...

1. Partire da problemi concreti

Quando siamo partiti il mondo sociale e imprenditoriale muoveva i propri passi verso obiettivi diversi. Noi operatori sociali siamo partiti da un problema: il Centro di Aggregazione Giovanile era pieno, tutti i giorni e tutto il giorno, di giovani che oggi potremmo definire NEET: ragazze e ragazzi fermi, incerti se procedere nel percorso di studi, o nella ricerca di un lavoro, con un orizzonte temporaneamente (così la pensavamo e la pensiamo) bloccato.

Piccoli imprenditori hanno dato una disponibilità ad ospitare, per brevi periodi di stage, alcuni di loro; abbiamo notato dei cambiamenti o, meglio, abbiamo visto che l'esperienza lavorativa metteva in luce capacità già presenti ma non espresse: la puntualità, la responsabilità, la buona educazione... B.Plano è il dispositivo che abbiamo creato per dare continuità a queste esperienze, estendendo il concetto di inserimento lavorativo a tutte le persone che stanno attraversando momenti di difficoltà personale e promuovendo la nascita di un luogo di lavoro attento alla valorizzazione dei talenti di ciascuno.

L'Associazione di imprenditori partiva aveva invece la necessità di rendersi visibile nella comunità, e di realizzare qualcosa di concreto che qualificasse il proprio operato in termini realmente sociali, cioè orientati ai bisogni degli altri.

2. Vincere lo stereotipo

La prima volta che abbiamo incontrato un imprenditore abbiamo incontrato il nostro stereotipo. Accade anche a te? Di vedere una persona affabile e cordiale, ma tesa a perseguire il proprio interesse individuale attraverso il raggiungimento di obiettivi aziendali volti a massimizzare il profitto e ridurre i costi? Ovvio, non ti dice proprio così, ma tu lo senti e lo respiri nelle sue parole e atteggiamenti; lo vedi da come si rivolge ai propri collaboratori, ma soprattutto da come loro si rivolgono a lui. La seconda volta che incontriamo un imprenditore, lo stereotipo si conferma. La terza volta diventa un giudizio netto senza possibilità di revisione alcuna. Ma pochi arrivano al terzo incontro; lo stereotipo vince in fretta, e spesso il primo incontro è anche l'ultimo. Avere la forza e la volontà di proseguire, di incontrarsi per conoscersi, è il passo fondamentale. All'inizio sono i ruoli ad incontrarsi, ma dopo un po' di tempo (molto tempo) ci si incontra tra persone. I ruoli parlano di organizzazioni, le persone parlano, soprattutto, di altro. Arrivati qui, potrebbe capitare di scoprire che lo stereotipo era reciproco, e che il tuo imprenditore interlocutore ha passato molto tempo a chiedersi che lavoro facesse un operatore sociale, considerandolo spesso un perditempo o, nella migliore delle ipotesi, un sognatore velleitario.

3. Rispondere ai bisogni con professionalità

I ruoli organizzativi parlano di bisogni dell'organizzazione. Quindi, il primo livello di collaborazione per noi - ma forse un po' per tutti - è quello fornitore-cliente. Il nostro primo cliente, e attualmente il più importante, ha fin da subito dato del lavoro in cooperativa; come membro dell'Associazione fondatrice, la loro intenzione era di sostenere la nascita e l'avvio della nostra impresa attraverso il conferimento di commesse, e questo era utile anche per noi, in qualità di cooperativa di inserimento lavorativo. Ma non lo abbiamo mai considerato un mero atto di profonda e disinteressata generosità; questa, infatti, tende ad esaurirsi se non è sostenuta da una utilità che permane. Nel tempo è diventato evidente come il conferimento di lavoro alla cooperativa fosse un vantaggio anche per l'impresa; non tanto dal punto di vista economico, perchè la cooperativa non fa sconti e non abbassa i prezzi per facilitare la "conquista" di un cliente, quanto da quello della qualità del lavoro svolto, dell'efficienza e della capacità di risolvere i problemi che inevitabilmente sorgono in un rapporto di lavoro. Questa graduale consapevolezza ha dato grande spinta alla cooperativa e ai suoi soci e lavoratori ed è, insieme ad altri fattori, un elemento di forza che ci ha aiutati a fare scelte impegnative di sviluppo; oggi noi diciamo ai Servizi Sociali che il nostro lavoro principale è l'inserimento lavorativo, ma alle aziende ci presentiamo come professionisti del confezionamento che è, a tutti gli effetti, un lavoro e un codice Ateco. Interessa questo alle imprese, all'inizio.

4. Avere pazienza per costruire

Con calma, di confezione in confezione, dopo migliaia di consegne e ritiri, rinnovati i contratti con l'azienda di anno in anno per 6 anni, abbiamo realizzato che in questo tempo, lunghissimo, stava accadendo qualcosa d'altro rispetto al lavoro esplicito e manifesto. Si stava sviluppando un legame, che ha generato il contesto giusto perchè si incontrassero le persone, non più i ruoli. E le persone portano altro. Portano, all'inizio, alcuni problemi di gestione del loro tempo libero e chiedono maggiori informazioni su quelle attività che la cooperativa ha nel frattempo attivato, ancora in fase di avvio ma interessanti e forse utili; la nostra sartoria sociale potrebbe fornire riparazioni ai dipendenti? Il laboratorio di falegnameria potrebbe fare piccoli lavori di riparazione domestica? A un certo punto, forse per magia ma noi pensiamo di no, ricompare un aggettivo, fino ad ora confinato all'interno della cooperativa: Sociale. Ed è a partire da qui che le richieste cambiano: l'imprenditore, o chi per lui, pensa ai suoi dipendenti che sono anche genitori con figli che seguono la DAD, e alle difficoltà che possono avere in questo tempo strano; pensa ai dipendenti figli di genitori anziani bisognosi di cure e assistenza. Cambiano le richieste, cambia il rapporto: non più quello cliente-fornitore regolato da un contratto, ma quello di soggetti co-progettanti tenuti insieme da una convenzione.

5. Lavorare insieme per costruire

La zona industriale nella quale la cooperativa ha sede è frequentata quotidianamente da circa 2.000 persone impiegate nelle aziende. Una bella porzione di territorio sta lì per otto ore al giorno; perchè non provare a entrare in relazione, a conoscere, a proporre? Ci vuole tempo e, soprattutto all'inizio, tanta fatica. A volte sembra che ci sia un muro tra aziende e cooperative sociali, e questo muro è costruito da entrambe le parti. Spaventano le tante differenze, probabilmente, ma spesso c'è il timore di "sporcarsi", di dover rivedere stili e consapevolezze costruiti in anni di lavoro spesso vissuto come antagonista... Allo stesso tempo stiamo assistendo alla profonda crisi nel rapporto con l'Ente Pubblico, che nel nostro territorio rappresenta praticamente la totalità delle committenze di molte cooperative sociali. crisi che lascia chiaramente intendere come pure questo modello di sviluppo, costruito negli anni, basato sulla funzione pubblica delle cooperative sociali, non sia più sostenibile. E il mondo profit rappresenta una vastissima area di mercato, praticamente ancora non esplorata, che potrebbe garantire lavoro, molto lavoro, per i prossimi anni. Perchè no?

A proposito di Massimo Erbetta

Massimo è piemontese di nascita e lombardo per professione, inizia a frequentare il mondo delle cooperative sociali da adolescente, negli anni di grande fermento dopo l'approvazione della Legge 381. Da allora ha partecipato alle attività di diverse cooperative di tipo A, per poi inspiegabilmente trovarsi a lavorare in una di tipo B. Si è sempre occupato di gestione e sviluppo delle organizzazioni di cui ha fatto parte, ricoprendo i ruoli più disparati, secondo necessità. Ha sempre guardato con interesse all'innovazione, non necessariamente quella tecnologica. Tende a stare dalla parte dei giovani, qualsiasi cosa abbiano combinato, e dei fragili, qualsiasi sia la causa.

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Approvato il Bilancio Sociale 2020

Il Consiglio di Amministrazione di Fondazione Cattolica ha approvato il Bilancio 2020 che testimonia il sostegno della Fondazione alle persone più fragili in questo periodo di emergenza sanitaria.

Il Covid-19 ha sconvolto la vita di molti. Famiglie, aziende, scuole e comunità hanno dovuto affrontare la realtà cercando nuove soluzioni a problematiche sconosciute ed aggravate dall’evolversi della pandemia.

“Fondazione, fin dal primo manifestarsi della crisi all’inizio dello scorso anno, ha risposto seguendo due direttrici di marcia ben precise – ha commentato il Presidente Paolo Bedoni - uno stanziamento straordinario di fondi volti a supportare ospedali e sanità di territorio, in modo da supplire alla carenza di dispositivi di prima necessità e di cura; e ha poi deciso di accompagnare, con appositi interventi, diverse imprese sociali create nel recente passato e chiamate a riorganizzarsi per dare continuità agli inserimenti lavorativi di persone fragili”.

Nel 2020 la Fondazione ha sostenuto 150 interventi in Italia, di cui 24 straordinari per rispondere in modo efficace all’emergenza pandemica. Sono stati erogati 2.121.250 euro a favore di iniziative negli ambiti della solidarietà, dell’educazione, della ricerca e della cultura. Di questo importo, il 44 % è stato destinato all’avvio di nuove imprese sociali. Grazie alle attività sostenute, nel corso dell’ultimo anno, è stato possibile inserire in un contesto professionale 244 persone - per un totale di 351.702 ore lavorate - e coinvolgere 3.120 volontari per un valore di 155.128 ore donate.

Fondazione ha cercato di essere generativa – continua il Presidente – per creare nuove opportunità di conoscenza e sviluppo, senza mai fermarsi, perché le “crisi non vanno sprecate” e possono, anzi devono, diventare occasioni di crescita per la comunità”.

Il senso di smarrimento, l’insicurezza e l’angoscia segnalata dagli esponenti di molti enti non profit ha indotto la Fondazione a cercare nuove strade per essere prossimi alle realtà sociali e favorire la creazione di nuove soluzioni in un contesto fortemente mutato. Per questo la Fondazione ha scelto di incrementare il proprio contributo alla formazione delle coscienze favorendo così la costruzione un welfare comunitario e generativo. Dalla primavera del 2020 si sono realizzati 3 cicli formativi che hanno coinvolto 145 partecipanti e 63 giovani provenienti da 14 regioni e facenti parte di 89 organizzazioni nonprofit.

“Uno sguardo nuovo è quello che ha permesso di affrontare un anno difficile - dichiara il Segretario Generale di Fondazione Cattolica Adriano Tomba - Fare con ciò che c’è anziché lamentarsi di ciò che manca, è la chiave per riscoprire la forza delle proprie origini e sprigionare nuove energie per Persone e Comunità”.


Libra Onlus società riparativa

Per costruire una società riparativa c'è Libra Onlus

Ha da poco compiuto 10 anni l’associazione mantovana nata per promuovere la giustizia riparativa. In un mondo abituato a distinguere il bene dal male, l’associazione Libra Onlus favorisce una visione olistica della collettività. Autori di reato, vittime e ambienti sociali diventano attori e destinatari dei servizi progettati per costruire giorno dopo giorno una società riparativa.

L’associazione si sviluppa per dare concretezza ai temi di studio dell’Istituto di Criminologia di Mantova. Cosa fare per supportare le vittime di un reato? Come responsabilizzare le persone per evitare la reiterazione di comportamenti illeciti? Come favorire lo sviluppo di una società riparativa? “Abbiamo deciso di lanciarci, di creare un’entità non profit per superare i ragionamenti a senso unico. Non esiste solo l’autore di reato come non esistono solo le vittime. Esistono delle dinamiche relazionali disfunzionali che devono e possono essere modificate” racconta Angelo Puccia presidente dell’associazione.

Lo sportello Supporto Vittime

Uno dei temi più rilevanti nei gruppi di lavoro dell’Istituto di Criminologia, riguardava il supporto alle vittime di reato. Anche l’Europa si stava interrogando su come garantire i minimi standard di supporto alla persona lesa e così nel 2012, definita la direttiva europea, Libra apre lo Sportello Supporto Vittime uno spazio in cui ascoltare, informare, comunicare alle persone quali sono i loro diritti e come interfacciarsi con uffici di competenza.

“Il nostro è un team di facilitazione, supporta emotivamente le vittime di reato, crea un rapporto di fiducia, spiega cosa fare durante le indagini e il processo e fornisce una guida orientativa verso i servizi territoriali” testimonia Angelo. Psicologi e giuristi favoriscono l’empowerment della persona grazie ad un processo di consapevolezza e di risposte legali per offrire l’opportunità viva di un cambiamento che il singolo può poi scegliere di agire.

Dentro il carcere

Vittime e autori di reato sono collegati da un sottile filo invisibile che Libra tiene stretto per promuovere nuovi modelli di comportamento. In collaborazione con il carcere di Mantova l’associazione muove i primi passi all’interno della struttura penitenziaria. “Vogliamo favorire una giustizia che ripari il danno causato dal reato, che sia solidale con le vittime e che possa realmente responsabilizzare l’autore perché il reato non è solo un’infrazione alla norma ma è, prima di tutto, lesione alla persona” commenta Angelo. Da quasi dieci anni l’associazione progetta, crea e propone laboratori all’interno della struttura carceraria. I processi di ristrutturazione e riqualificazione degli spazi diventano occasioni di formazione e crescita per i detenuti. “Per dare avvio al laboratorio di panificazione abbiamo dovuto restaurare un’ala del carcere. Le ditte a cui abbiamo affidato l’incarico hanno formato i detenuti in questo modo favoriamo l’acquisizione di nuove competenze”.

Il laboratorio di panificazione prende il nome di Sapori di libertà. Consente di accompagnare le persone durante il percorso della loro pena, responsabilizzare attraverso azioni concrete e sviluppare capacità professionali utili sia nel presente che in futuro. “Il laboratorio è attivo da un paio di anni, in questo tempo abbiamo formato 20 persone, 5 ragazzi sono occupati e lavorano 6 giorni su 7”.

Fresco e secco, dolce e salato, il laboratorio è una piccola realtà imprenditoriale che sforna pane, schiacciatine, sbrisolone, colombe e molto altro ancora. Una realtà che apre le porte del carcere all’esterno creando un collegamento con: mense aziendali, scuole, imprese e privati che portano in tavola i panificati prodotti. “Lavoriamo con la persona e proprio per questo riusciamo a creare legami. Alcuni, quando escono e non hanno più alcun dovere nei nostri confronti, diventano volontari, partecipano agli incontri fanno rete insieme a noi”.

Per una società riparativa

Perché infatti Libra non si ferma qui. Per arginare le sensazioni di insicurezza, paura, sofferenza che derivano da relazioni conflittuali, lavora insieme a 7 professionisti, 5 tirocinanti, 15 volontari e 18 soci su 11 progetti che aiutano a prendersi cura delle persone. “Vogliamo scardinare quei meccanismi di minimizzazione e di delega verso terzi delle proprie responsabilità” afferma Angelo.  Così entrano nelle scuole, informano, sensibilizzano, creano progetti coinvolgendo i giovani, integrano categorie sociali distanti tra loro per tutelare il bene comune perché Libra crede che un modello di vita sociale alternativo sia possibile. E dimostra come farlo.

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