Impatto della cultura in Italia: numeri, potenzialità e ruolo del Terzo Settore
Abbiamo fatto un focus sullo stato di salute della cultura in Italia e il contributo del non profit in questo settore
“Con la cultura non si mangia” recita un detto della tradizione popolare. Eppure il nostro Paese è pieno di testimonianze e produzioni artistiche, da proteggere, valorizzare e trasmettere, che potrebbero diventare volano di sviluppo dell’economia e della società. Ma servono fondi, strategie, idee e serve educare alla cultura.
Anche il Terzo Settore è attivo in questo ambito, perché fare cultura può essere un potente strumento di rigenerazione sociale e inclusione. Vediamo insieme qualche dato...
I numeri della Cultura in Italia

La cultura ha prodotto ricadute positive anche su altri settori economici per circa 252 mld di euro, pari al 15,8% dell’economia del Paese: si tratta quindi di un settore strategico sul quale investire! Esistono però grandi differenze tra Nord e Sud Italia: Milano è al primo posto nelle graduatorie per incidenza di ricchezza e occupazione prodotte con la cultura, mentre al Lazio spetta il record positivo per la partecipazione culturale.
I Comuni del Nord spendono in cultura circa 26 euro a cittadino, al Sud 9 euro pro capite, su una media nazionale di circa 20 euro.
Eppure siamo un Paese di eccellenza in questo settore: l’Italia infatti è in cima alla lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco con 58 siti, di cui 53 appartenenti alla categoria dei beni culturali e 5 a quella dei beni naturali. Per saperne di più visita il sito
Difficoltà per il settore: scarsi investimenti e conseguenze del Covid
Purtroppo, gli investimenti dello Stato nella cultura sono ancora insufficienti, la spesa pubblica destinata al patrimonio culturale nel 2019 è stata di circa 5 miliardi di euro, tra le più basse in Europa in rapporto al PIL: 2,8 per mille contro una media del 4,8.
Inoltre, il settore è stato molto colpito dalle restrizioni conseguenti l’emergenza Covid: la pandemia ha colpito soprattutto le arti performative e in generale la fruizione “live”, rinnovando invece l’interesse per l’offerta digitale e recuperando la prossimità territoriale.
In 2 anni, sono andati perduti 55.000 posti di lavoro del settore cultura, registrando un calo occupazionale superiore alla media del Paese: 6,7% rispetto al 2,4%, a conferma della sua fragilità strutturale (lavoro precario).
L’ultimo “Rapporto annuale sul benessere equo e solidale in Italia” dell’Istat (2021) ha evidenziato un crollo della partecipazione culturale, dal 35% del 2019 al’8% del 2021, per effetto delle misure anti Covid.
La partecipazione culturale fuori casa in quegli anni si è ridotta soprattutto per le donne, che invece dal 2017 presentavano livelli in costante miglioramento. Inoltre i giovani, che hanno sempre registrato livelli più elevati, negli anni della pandemia si sono equiparati alle altre fasce di età.
Potenzialità del settore
Le potenzialità di questo settore sono enormi e avrebbero un impatto trasversale su economia e società: le industrie culturali e creative possono infatti essere tra i settori più strategici per facilitare la ripresa economica e sociale italiana, sia per il numero di posti di lavoro che coinvolgono sia per la ricchezza che producono.
La cultura è inoltre un mezzo per coinvolgere le comunità e stimolare lo sviluppo dei territori e può diventare un motore di innovazione per l’economia e un attivatore della crescita di settori come turismo, trasporti e manifattura.
Il ruolo del Terzo Settore nella Cultura

Anche il Terzo Settore fa la sua parte: i dati Istat 2020, gli ultimi disponibili, rilevano la presenza di 57.615 realtà che si occupano di attività culturali e artistiche, pari al 15.9% del totale degli enti non profit (363.499) e impiegano 20.038 dipendenti.
In questo ambito sono prevalenti le APS – associazioni di promozione sociale, pari al 32,4% della realtà, seguono altre forme organizzative 16,6%, le onlus 12,3%, le organizzazioni di volontariato 8,5% e le imprese sociali 2,6%.
Le organizzazioni non profit che si occupano di attività culturali e artistiche non sembrano essere particolarmente premiate dai contribuenti italiani: solo il 3,3% delle realtà di questo settore ammesse al contributo del 5 per mille, pari al 10,6% del totale degli enti selezionabili, viene scelto dai cittadini e a queste sono destinate il 3,7% delle risorse, quasi 17 milioni di euro.
Rispetto al 2019, risulta in diminuzione dello 0,6% il numero di realtà non profit nel settore “cultura, sport e ricreazione” e del 5,6% il numero dei dipendenti. Si rileva inoltre una riduzione del fatturato superiore al 20% per il 62,5% delle attività culturali e artistiche. Questi dati sono sicuramente influenzati dagli effetti della pandemia e delle conseguenti misure di contenimento.
PNRR e Cultura
Gli interventi previsti dal PNRR per il settore cultura intendono ristrutturare gli asset chiave del patrimonio italiano e favorire la nascita di nuovi servizi per migliorarne l’attrattività, l’accessibilità (sia fisica che digitale) e la sicurezza, in un’ottica generale di sostenibilità ambientale. Le misure sono tre:
- Patrimonio culturale per la prossima generazione: 1,1 mld €
- Rigenerazione di piccoli siti culturali, patrimonio culturale religioso e rurale: 2,72 mld €
- Industria culturale e creativa 4.0: 0,46 mld €
Progetti per il futuro
In Italia c’è molta offerta culturale, ma manca la domanda: cosa si potrebbe fare per renderla più attrattiva? Noi abbiamo incontrato Mario e abbiamo visto come la cultura ha cambiato le dinamiche di un Rione intero!
Fonti Istat, Ministero della Cultura, Unesco, Fondazione Symbola report annuale “Io sono cultura 2022”, Unioncamere
Christian, da marinaio a psicologo per aiutare gli altri
La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce della storia di Christian, 27enne ligure, che nella vita ha abbracciato strade diverse fino a capire sulla sua pelle che star bene e far star bene gli altri è il più gratificante dei lavori.
A 15 anni pensavo che mai nella vita sarei diventato psicologo. Un po’ perché stare con chi soffre mi dava i brividi. Un po’ perché ero stanco di studiare già dopo i primi anni di liceo. Per questo ho cambiato scuola e ho preso il diploma come perito meccanico. Eppure quel lavoro non mi piaceva neanche un po’. La mia passione era il mare e lì volevo stare!
Ma ti immagini un marinaio sempre in viaggio? Sulla barca a vela o uno yatch? Con il sole sempre in fronte e solo con i suoi pensieri? Per me non c’era niente di più bello. Così ho lavorato sodo per prendere il libretto di navigazione e poi ho salpato l’ancora.
Per chiunque la mia vita era fichissima. Peccato che ero solo e dopo due anni di navigazione, pulendo i gabinetti, mi sono trovato a chiedermi “Davvero vuoi che la tua vita sia questo?”. E lì ho capito: non per forza la vita deve essere ristretta a una sola passione.
“Si ma, cosa voglio fare?” mi chiedevo. Ho iniziato a fare il commesso, il cameriere e pure rivenditore di spiedini ma non capivo. Da mio padre ho imparato che quando hai delle paure le devi affrontare. Testa alta, un passo alla volta.
Ho scelto la psicoanalisi. Volevo mettere un punto al mio vagabondare, alle mie sofferenze emotive. Volevo dare un futuro alla mia relazione d’amore e smettere di scappare. E pensare che c’è ancora chi dice “lo psicologo serve solo ai matti!”. Lo sai cosa è successo? La relazione d’aiuto mi ha conquistato!
Mi ha dato uno sguardo nuovo che ha scatenato in me la necessità intima di stare bene e di far star bene gli altri. E alla fine l’ho fatto, mi sono iscritto a Psicologia, mi sono laureato e come sempre mi sono trovato a fare un lavoro davvero unico.
L’investigatore! Andavo a lavorare in camicia, ero un responsabile, i clienti mi chiamavano dottore. Wow! Cosa vuoi più di così? C’era che io cercavo davvero qualcosa di più e quel di più per me sono le persone.
Di cooperative non sapevo nulla fino a quando non sono arrivato in Lindbergh. Entrare al Centro Nuovo Volo è stato forte. Mi sono spaventato. Ho sentito gridare. Per la prima volta sono entrato in contatto con la disabilità. E ho avuto paura. Ma di cosa?
Qui ho scoperto che ci sono persone e non etichette. Che i modi di comunicare e usare il corpo sono forme di linguaggio. Che c’è chi ride e chi per ridere grida. La disabilità, anche quella grave, offre un modo di vedere il mondo che è puro. E io per la prima volta mi sono sentito grato. Perché loro mi trasmettevano benessere. Perché io posso contribuire al loro benessere.
In poco tempo ho compreso come si cresce insieme agli altri. E ho capito che quando aiuti le persone a stare meglio, a loro volta diffondono benessere. Un po’ come un contagio di Bene e sai cosa? Io voglio essere parte di questa onda infinita.
Christian Valdettaro, 27 anni – Cooperativa Lindbergh La Spezia -
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LVIA per costruire la pace tra Africa e Italia
Nonostante il mondo sembra essersi fermato di fronte alla malattia, milioni di persone scappano ancora dai propri Paesi. Solo in Italia a partire dall’inizio dell’anno quasi 6 mila persone sono sbarcate sui confini nazionali. Come intervenire?
Quando l’odio supera la conoscenza e il pregiudizio offusca la visione dell’altro è necessario fare qualcosa. Ne è consapevole LVIA, associazione di solidarietà e cooperazione internazionale che dal 1966 contribuisce a creare sistemi orientati al superamento della povertà estrema, alla realizzazione di uno sviluppo equo e sostenibile e al dialogo tra le comunità italiane e africane. L’associazione opera in 10 Stati africani per permettere agli abitanti di vivere una vita dignitosa. Igiene, acqua, sicurezza alimentare, agricoltura e sviluppo rurale, ma anche partecipazione democratica, tutela ambientale ed azione umanitaria sono i settori di intervento su cui l’associazione investe affinchè l’Africa possa superare il depauperamento inflitto per secoli a favore di una nuova economia.


Per costruire in Africa come in Italia
“Ci muoviamo in quelle terre in cui mancano i diritti fondamentali: nutrizione, istruzione, libertà di pensiero...spesso le zone rurali sono sprovviste di accessi all’acqua. Non ci sono pozzi, l’acqua è contaminata, non ci sono scuole. La siccità, i cambiamenti climatici imposti dal nostro modo di vivere, incidono pesantemente sulla coltivabilità. La terra è arida, mancano attrezzi, sementi e conoscenza di tecniche di coltivazione adatta” racconta Maurizia Sandrini progettista dell’associazione. “In Africa più del 50% della popolazione è giovane. Per questo emigrano: sono in cerca di lavoro e di speranza”.
Nel 30esimo dossier statistico sull’Immigrazione elaborato dal Centro IDOS appare chiaro come inizi il flusso migratorio: oltre 26 milioni di africani si spostano nel continente passando dalle zone rurali alle metropoli. “Le metropoli sono terre di mezzo in cui i giovani vivono spesso di espedienti, alla ricerca di fortuna e quando non riescono fanno il grande salto per uscire dal continente. Ma la domanda è: ci riusciranno?”. Oltre 40 milioni di persone nel 2019 hanno provato a varcare i confini continentali passando dalle tappe obbligate: polizia, posti di blocco, carcere. Veri e propri viaggi della speranza fino a quando il piede non tocca terrà al di là del mare.

“Lavoriamo sia in Africa che in Italia. Nel nostro Paese ci concentriamo sul campo dell’educazione alla cittadinanza mondiale – afferma Maurizia – perché la migrazione è un fenomeno che non possiamo fare altro che accogliere”. Si lavora con bambini, studenti e cittadini per sviluppare una comprensione critica della società plurale, per favorire il dialogo tra culture ma anche tra giovani ed istituzioni. “Crediamo che sia possibile una società più accogliente e i giovani in questo giocano un ruolo importante”. Sensibilizzazione e informazione sono i principali strumenti adoperati dall’associazione che incontra annualmente più di 3 mila studenti. “Il cambiamento lo noti subito: si accende in loro il desiderio di conoscere, di ascoltare, di incontrare”. Per questo si sono moltiplicate negli anni le iniziative di confronto e contatto tra culture: biblioteche viventi, progettazioni locali, inclusione sociale e lavorativa.
Il progetto Le ricette del dialogo
Nel 2019, in un periodo storico in cui più di 270 milioni di persone abbandonavano la propria casa in cerca di un Paese in cui vivere, in Italia si sentiva parlare di muri, di odio e respingimento. “A noi piace la progettazione partecipata così abbiamo raggruppato 8 enti e tante idee. Abbiamo formato 78 persone per creare un progetto innovativo capace di favorire l’inserimento lavorativo, quello sociale e lo scambio di buone pratiche. Da qui è nato Le ricette del dialogo perché non si conosce davvero qualcuno fino a quando non ti siedi e mangi con lui!”.
Il cibo è diventato un vettore di contaminazione, di conoscenza e dialogo. “Si mangia a casa di una persona migrante. I piatti tipici della sua terra sono accompagnati dal racconto dei prodotti, del luogo, delle storie tipiche di posti sconosciuti. Il cibo ha aperto le porte e allontanato la distanza” un progetto che ha favorito lo sviluppo di sei attività imprenditoriali e la creazione dell’omonimo ricettario, realizzato in partnership con Slow Food, che è stato protagonista di conferenze e fiere di rilievo.


Le attività di LVIA nell’ultimo anno hanno i coinvolto più di 922 mila persone grazie al contributo di oltre 200 dipendenti in Italia e all’estero e più di 300 volontari. “Abbiamo ancora molta strada perché per costruire una società più giusta ed integrata serve fare e serve impegno”.
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