Alberto, il giovane prete che evangelizza l'amore

Alberto, il giovane prete che evangelizza l’amore

Io non lo sapevo cosa volevo diventare da grande. Mi piaceva l’idea di poter aiutare ma non avevo un progetto. Poi un giorno la mia vita è cambiata. E ora eccomi qui: prete, influencer ma soprattutto Alberto.

Hai presente quando gli adulti, parlando tra loro, si gonfiano dicendo: “E’ proprio un bravo bambino!”.

Ecco quel bambino ero io. Educato, a modo, generoso, rispettoso, intelligente e pure diligente.

Loro dicevano quello che vedevano. Anche se non sapevano che dietro tutto, c’era altro…

La verità è che ero ipersensibile e ho scelto di diventare bravo per emanciparmi dalle grandi litigate a cui assistevo. I contrasti in famiglia mi facevano male. Le urla di papà mi entravano dentro. Allora mi sono difeso come ho potuto: ho attivato la parte migliore di me per diventare indipendente il prima possibile!

Per questo durante l’estate stavo in oratorio. Facevo l’animatore ai bambini. Io ero lì per loro, però quell’attività ha aperto il mio mondo: ho scoperto i miei talenti e rafforzato le mie debolezze…insomma ho compreso chi ero.

Penserai “Wow a sedici anni sapeva già tutto!”, mica tanto. Da fuori ero sempre il bravo ragazzo, il leader, quello pieno di amici. Ma dentro qualcosa era inceppato, come se fossi bloccato. Fino a quando, durante una vacanza parrocchiale, ho trovato un Amico vero, Andrea, che aprì i miei orizzonti. Nell’ascolto trovai l’origine del mio blocco: io non mi sentivo voluto bene.

La mia ferita si aprì. Non sgorgava sangue ma sofferenza, tutto il dolore represso dalla fiducia che mi mancava. Allora sono andato a confessarmi ed è stato incredibile. Più manifestavo la mia tristezza, più mi sentivo felice, più raccontavo le mie mancanze, più percepivo amore.

Mi scoprii libero di vivere. Vivere la mia felicità!

Da lì, tutto è cambiato, il mio cuore si era spalancato. A settembre mi innamorai per la prima volta. Un amore tra i banchi di scuola inarrivabile, che sublimavo infilandomi le cuffie e perdendomi nei pensieri. Nel silenzio riflettevo sulle cose eterne: qual è il mio posto nel mondo? Ho una missione? Chi è Dio? E sentii crearsi un conflitto dentro di me.

Io pensavo e ripensavo. Poi una notte ecco arrivarmi l’illuminazione: “Ma se da grande facessi il prete?” mi chiesi. Vorrei dire che è stato facile, ma mentirei. Ho custodito gelosamente il mio segreto, ho superato la distanza creatasi con i miei genitori che avevano paura di vedermi triste e desolato con la tonaca addosso e ho visto gli anni dell’adolescenza volare.

Ma quelle erano le mie prove perché avevo compreso quale era la mia chiamata. L’amore di Dio mi aveva permesso di scoprire qual è il mio ruolo nel mondo, liberando le mie energie, il mio affetto incondizionato alla vita. E io volevo mettermi a servizio per far conoscere questa fonte di amore inesauribile a tutti.

Quindi eccomi qui! Mi occupo di giovani e della loro crescita. Riattivo le fede nei loro cuori perché questo significa renderli protagonisti della loro storia, che poi diventa la storia di una Comunità. Una sfida? Certo! Aprire i confini della Chiesa e diventare influencer porta invidie, gelosie e timori. Ma non sarà la rigidità a fare miracoli.

E io li vedo, i ragazzi che scoprendosi fioriscono. Li vedo in chiesa, nell’associazione LabOratorium dove trasformano talenti in competenze e in Fraternità, la community di migliaia di giovani che organizza eventi e promuove un’appartenenza di fede senza confini perchè quello che lega è l’esperienza, il messaggio, la libertà di essere e di divenire insieme.

Oggi mi sento fortunatissimo: posso comunicare alle genti e assistere a tanti risvegli perché quando le persone attraversano l’amore divino, trovano il senso e danno un senso alla loro vita.

Posso dirlo? Il fuoco che si accende in ognuno di loro è il mio carburante. Il frutto della mia missione!

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Martina e quella fortuna costruita col tempo

Martina e quella fortuna costruita col tempo

La rubrica "Giovani Speranze" si arrichisce con la storia di Martina Tommasi, Responsabile Area Progetti e Sviluppo delle Acli di Verona

Da bambina volevo fare la capa, di cosa non lo sapevo e come nemmeno!

Mia mamma dice che sono nata con una certa repellenza alle regole e con la convinzione che nella vita decido da me! perché essere autonoma e indipendente sono sempre stati i miei obiettivi. D’altronde cos’altro potevo fare?

Ero piccola per capire la scelta dei miei genitori e quel vivere separati mi ha segnata.  Mi sentivo sola e diversa da tutti; ero insicura e anche abbastanza arrabbiata. Pensavo che “io” potevo essere l’unica persona su cui contare davvero. Così ho iniziato.

A 13 anni ho scelto una scuola che mi avrebbe fatta lavorare subito. Non avevo fatto i conti, però, con l’imprevedibilità della vita: mi sono innamorata del diritto. Mi piaceva l’idea di poter creare opportunità, di tutelare le persone, di prendermene cura. “Continua – mi dissero i professori – hai un futuro davanti!”.

La mia piccola ambizione mi ha portato ed Economia e management ma l’Università l’ho vista poco. Mi sentivo soffocare: ero solo un numero nel sistema. Mi mancava la relazione, stringere legami con adulti che aprono gli occhi e orientano la vita. Per questo studiavo lavorando a tempo pieno!

Commessa, hostess, impiegata, ho fatto di tutto fino a quando mi sono imbattuta nel Servizio Civile. Vedevo persone felici e sfide da vincere. E li ho iniziato a capire. Non volevo un lavoro per coprire le spese. Volevo qualificare il Terzo Settore e valorizzarlo. Ho scelto di uscire dal binario tradizionale: lavorare per generare profitto e ho continuato l’Università per presentarmi al non profit con qualità!

Si lo ammetto, quando sono entrata nelle Acli ero scettica. Cosa c’entro io con i valori cristiani? mi chiedevo. Poi mi sono accorta che qui le persone lavorano per le persone e che i valori sono quelli umani: favorire l’equità, crea opportunità, agire per la pace... Era quel che volevo da ragazzina. E la verità è che ho trovato anche molto di più!

Ho sostituito la sete individuale con l’interrelazione. Ho sperimentato cosa significa stare accanto. Ascoltare bisogni e trovare le risposte. Ho compreso il significato della collaborazione e che solo quando si fa insieme si possono cambiare le cose.

Beh, certo alle volte non è stato semplice far convivere il mio carattere prorompete con un’organizzazione storica. Ma c’è disponibilità e incontro e forse nelle Acli hanno visto che il Bene lo voglio fare bene. Sta di fatto che oggi sono Responsabile dell’Area Progetti e Sviluppo e mi sento fortunata ma non perché faccio il capo!

Quello non mi interessa più. Mi interessa sapere che anche grazie al mio impegno Verona può essere una città migliore. Mi interessa creare un equilibrio sociale per favorire la felicità. Mi interessa fare per lasciare un segno, perché i ragazzi abbiano opportunità e un giorno possano dire “anche io sono fortunato!”.

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Anna insieme ai bambini sordi per renderli adulti autonomi

Anna: insieme ai bambini sordi per renderli adulti autonomi!

La rubrica Giovani Speranze si arricchisce con la storia di Anna Chelini, logogenista che all'interno della cooperativa Logogenia si impegna per accompagnare bambini, ragazzi e giovani adulti sordi all'apprendimento della lingua perchè "comunicare significa integrare!"

Da bambina sognavo di fare la ballerina.

Chi l’avrebbe detto che avrei fatto il mestiere che faccio ora!

Quando ho iniziato a studiare lingue mi è sembrato di avere il mondo nelle mani. Il linguaggio era il mio strumento per conoscere il pensiero altrui senza confini spaziali. Italiano, inglese, islandese… la diversità delle parole mi emozionava!

Ma c’era una diversità che non riuscivo a collocare. Mi sentivo sulla soglia di una porta. Qui c’ero io e lì iniziava la comunità dei sordi. Però io volevo entrare. Volevo abbattere quella barriera invisibile che mi divideva da persone che avrei potuto conoscere. E così ho fatto il primo passo!

Sono andata a studiare a Venezia Linguistica per la sordità e i disturbi del linguaggio, un percorso appassionante, capace di farmi perdere la cognizione temporale. Amavo quel che studiavo e così quando mi sono laureata mi sono accorta che ancora non mi ero posta la fatidica domanda: Anna, cosa vuoi fare nella vita?

Io la risposta non l’avevo. Non sapevo come trasportare il mio titolo alla realtà e ci è voluto un soffio per farmi entrare in crisi! Sentivo di dover dimostrare qualcosa. Così ho accettato il primo lavoro d’ufficio che mi è capitato…ma era chiaro che quello non era il mio posto.

Lì non c’ero io. Io volevo mettere una parte di me nell’attività, stare con le persone, contribuire alla loro crescita. E adesso che lo so? - mi chiedevo - Cosa faccio? La risposta mi è arrivata tra le mani con un biglietto, un numero e un nome: Logogenia.

Hai presente la soglia di quella porta? Ecco Logogenia mi ha portato dentro a un nuovo mondo. Un mondo visuale, empatico, relazionale. E qui ho sentito che potevo essere io: potevo dare, trasmettere, stimolare per permettere a bambini, ragazzi e giovani adulti di diventare persone autonome. Perché comprendere e comunicare ti dà questo: integrazione.

La verità, lo ammetto, è che la prima ad aver imparato sono stata io! “Guarda la bambina” mi diceva la mia tutor. Tensione, smarrimento, frustrazione. Apprendere è un processo lento e faticoso, fatto di parole, tempi e gesti. Ma sono una logogenista, sto. Attendo. E quando il bambino si illumina, mi guarda felice e dice “Ho capito!” non vorrei essere in nessun altro luogo al mondo se non lì, accanto a quella gioia!

La mia agenda è un puzzle colorato di appuntamenti e incontri. Percorsi di crescita che arricchiscono la vita degli altri e la mia. Adesso so che non devo dimostrare nulla perché questo lavoro è la mia missione. Così dico Grazie e penso a come includere una persona in più!

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica. Parti da Filippo e dall'impresa dolce che nutre le potenzialità!


Filippo e l’impresa dal cuore dolce che nutre potenzialità

Filippo e l’impresa dal cuore dolce che nutre potenzialità

La rubrica Giovani Speranze si arricchisce con la storia di Filippo Mazzocchi, presidente di Sociok, una Srl a vocazione sociale sviluppata dall’esperienza della Cooperativa sociale 180 impegnata nella produzione di cioccolato e nell’inclusione lavorativa di giovani con disabilità.

La pralina al caramello. Tra tutti i cioccolatini, il gusto della pralina al caramello mi conquista. Sai perché? Per il contrasto. Quel mix di dolce e salato che la rende perfetta. Lo stesso mix forte e avvolgente che ho trovato anche nella mia vita…

Arrivo da una famiglia proprietaria di un’azienda agricola. Sono cresciuto innamorandomi della campagna. Per questo per me è stato facile scegliere cosa studiare: Scienze tecnologie agrarie. Ma la verità è che non sempre quel che ami corrisponde a quel che studi, solo che non puoi prevederlo, lo scopri. E io quando l’ho capito sono scappato!

Dentro all’università non usciva la mia creatività. Mi sentivo chiuso all’interno di un percorso già definito, senza alcuna possibilità di spaziare. Faticavo a rimanere concentrato sui libri e mi saliva l’ansia. Un po’ frustrante se l’obiettivo è portare a casa esami, no? Il fatto è che a me non importava collezionare punteggi. Io volevo vivere esperienze!

Sai perché la gente fatica a mollare? Per paura! Del futuro, del fallimento, dell’idea degli altri. Io ho scelto di non spaventarmi, mi sono radicato al mio presente per continuare. Avevo la mia famiglia e i ragazzi che allenavo a pallone. Chi l’avrebbe detto che proprio a bordo di un campo da calcio sarebbe nata la mia occasione!

Pensare che io di cioccolato non ne sapevo nulla, non ne ero ghiotto e non mi ero mai interrogato sulle possibilità di lavoro per chi “diverso”. Ma quando Paolo mi ha parlato di una cooperativa di produzione artigianale di cioccolato con ragazzi autistici, qualcosa in me ha iniziato a scalpitare. C’era tutto da fare… e tutto da imparare!

La verità è che all’inizio l’inserimento lavorativo mi sembrava una difficoltà. Arrivo da un mondo che mastica un linguaggio fatto di limiti e vantaggi. Ma forse il vero limite è non riuscire a guardare con occhi diversi, quello sguardo che invece ci ha salvati. Perché cosa fai quando a Codogno, un mese esatto dopo l’apertura del primo negozio, con affitti e stipendi da pagare, scoppia la pandemia e si chiudono tutte le attività commerciali?

Ti inventi qualcosa con fantasia, creatività e confronto. Il cioccolato è un mondo romantico ma nel mercato non è una novità. Cosa fai per esserci? Come il capitano di una squadra ho iniziato a correre: la palla tra i piedi e un goal da segnare. Perché in quella vittoria per me c’era tutto. Un’impresa dal cuore dolce che nutre le potenzialità.

Ci vuole coraggio, fiducia, determinazione. Non ho mai pensato di vendere cioccolato ma di creare relazioni. Perché il cioccolato è un’esperienza di gusto e di vita. E così da un laboratorio che produceva una barretta siamo diventati Sociok, una Srl a vocazione sociale con 2 negozi, una produzione continuativa, 8 dipendenti e una rete distributiva allargata che insieme a noi trasmette felicità.

L’ho capito a distanza di anni perché l’Università mi stava stretta. Avevo bisogno di reinventarmi ogni giorno, di tessere relazioni, di sognare idee da convertire in progetti insieme a un team. Volevo svegliarmi senza limiti o barriere ed oggi, oggi che faccio l’imprenditore non per portarmi a casa 10mila euro al mese ma per creare valore, sono felice. Sono realizzato!

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Christian, da marinaio a psicologo per aiutare gli altri

Christian, da marinaio a psicologo per aiutare gli altri

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce della storia di Christian, 27enne ligure, che nella vita ha abbracciato strade diverse fino a capire sulla sua pelle che star bene e far star bene gli altri è il più gratificante dei lavori.

A 15 anni pensavo che mai nella vita sarei diventato psicologo. Un po’ perché stare con chi soffre mi dava i brividi. Un po’ perché ero stanco di studiare già dopo i primi anni di liceo. Per questo ho cambiato scuola e ho preso il diploma come perito meccanico. Eppure quel lavoro non mi piaceva neanche un po’. La mia passione era il mare e lì volevo stare!

Ma ti immagini un marinaio sempre in viaggio? Sulla barca a vela o uno yatch? Con il sole sempre in fronte e solo con i suoi pensieri? Per me non c’era niente di più bello. Così ho lavorato sodo per prendere il libretto di navigazione e poi ho salpato l’ancora.

Per chiunque la mia vita era fichissima. Peccato che ero solo e dopo due anni di navigazione, pulendo i gabinetti, mi sono trovato a chiedermi “Davvero vuoi che la tua vita sia questo?”. E lì ho capito: non per forza la vita deve essere ristretta a una sola passione.

 “Si ma, cosa voglio fare?” mi chiedevo. Ho iniziato a fare il commesso, il cameriere e pure rivenditore di spiedini ma non capivo. Da mio padre ho imparato che quando hai delle paure le devi affrontare. Testa alta, un passo alla volta.

Ho scelto la psicoanalisi. Volevo mettere un punto al mio vagabondare, alle mie sofferenze emotive. Volevo dare un futuro alla mia relazione d’amore e smettere di scappare.  E pensare che c’è ancora chi dice “lo psicologo serve solo ai matti!”.  Lo sai cosa è successo? La relazione d’aiuto mi ha conquistato!

Mi ha dato uno sguardo nuovo che ha scatenato in me la necessità intima di stare bene e di far star bene gli altri. E alla fine l’ho fatto, mi sono iscritto a Psicologia, mi sono laureato e come sempre mi sono trovato a fare un lavoro davvero unico.

L’investigatore! Andavo a lavorare in camicia, ero un responsabile, i clienti mi chiamavano dottore. Wow! Cosa vuoi più di così? C’era che io cercavo davvero qualcosa di più e quel di più per me sono le persone.

Di cooperative non sapevo nulla fino a quando non sono arrivato in Lindbergh. Entrare al Centro Nuovo Volo è stato forte. Mi sono spaventato. Ho sentito gridare. Per la prima volta sono entrato in contatto con la disabilità. E ho avuto paura. Ma di cosa?

Qui ho scoperto che ci sono persone e non etichette. Che i modi di comunicare e usare il corpo sono forme di linguaggio. Che c’è chi ride e chi per ridere grida. La disabilità, anche quella grave, offre un modo di vedere il mondo che è puro. E io per la prima volta mi sono sentito grato. Perché loro mi trasmettevano benessere. Perché io posso contribuire al loro benessere.

In poco tempo ho compreso come si cresce insieme agli altri. E ho capito che quando aiuti le persone a stare meglio, a loro volta diffondono benessere. Un po’ come un contagio di Bene e sai cosa? Io voglio essere parte di questa onda infinita.

Christian Valdettaro, 27 anni – Cooperativa Lindbergh La Spezia -

Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggere le altre della rubrica #giovanisperanze partendo da Valentina e Federica


Storia di due sorelle che hanno scommesso sul futuro

“Ma chi ve l’ha fatto fare?” storia di due sorelle che hanno scommesso sul futuro

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce della storia di Valentina e Federica, due sorelle, che hanno scelto di dedicarsi al futuro di chi vive la disabilità.

Quando doveva nascere ero contenta. Avevo una sorella, sai che bello avere anche un fratello? Mi immaginavo di coccolarlo e rincorrerlo. Di giocare insieme e anche litigare. Ma mio fratello non è nato come lo avrei voluto io. Lui era lui e le mie aspettative sono volate fuori dalla finestra.

Giò ha un ritardo cognitivo grave. Eppure non è stato il suo modo di essere a farmi capire cos’è la disabilità. Sono stati gli altri. Vedere mamma e papà sfiniti. Sentirsi gli occhi addosso se al ristorante arriva una crisi. Preparare i tuoi amici prima di farli entrare in casa…

Giò non è come noi. Eppure…

Lui ci ha portate a vivere fuori dagli schemi. Ha sviluppato la nostra sensibilità. Ci ha fatto capire che la vita bisogna riempirla, impegnandosi per qualcuno, per darle senso. Non la si può vivere stando sul divano!

Per questo ho deciso di laurearmi, di viaggiare, di fare l’insegnante per trasmettere la mia passione agli studenti. Nonostante fossi appagata, avessi un posto sicuro e ben retribuito sentivo un vuoto dentro. Mi mancava qualcosa.

Ho fatto ostetricia perché volevo essere utile. E lo ero, ma ho capito che era solo un lavoro quando ho iniziato a dedicarmi ad una pizzeria che fa inclusione lavorativa. Crescevo e imparavo insieme a ragazzi in difficoltà. Ed era lì che mi sentivo bene. Non in ambulatorio.

Poi c’erano i pranzi della domenica e tra un piatto e l’altro, in casa sognavamo. Mamma è un vulcano di idee e papà da vero imprenditore trasforma parole in fatti. Volevano migliorare la vita dei tanti Giò e delle loro famiglie. E noi abbiamo iniziato ad immaginare con loro. Lo facevamo così intensamente da arrivare al lunedì a scuola e in ambulatorio chiedendoci è davvero questo il nostro posto?

Saremo capaci di farlo? Noi siamo diverse, a tratti opposte, ma nel sangue circola lo spirito imprenditoriale e solidale dei nostri genitori.  E poi abbiamo lo sguardo orientato nella stessa direzione. Così ci siamo prese per mano e ci siamo lanciate verso il futuro.

Il nostro cuore è qui a OpenHouse. È nelle carte da compilare, in mezzo ai campi, nei laboratori. È nella paura di sbagliare e nell’entusiasmo del fare. E’ negli occhi che ci brillano e nelle mani indaffarate di chi sta cambiando affinchè tutti possano godere della pienezza della vita.

A OpenHouse siamo felici. Abbiamo abbracciato la diversità. Abbiamo scelto un futuro bello per Giò, per chi non lo credeva possibile e persino per noi.

Valentina Sorce, 30 anni – Presidente Fondazione Giò

Federica Sorce, 27 anni – Presidente Cooperativa Sociale Giò

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Ellena Bontorin giovanisperanze

Ellena, 27 anni e la vocazione che sconfigge l’indifferenza.

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Ellena Bontorin, 27enne vicentina che crede nell’impegno sociale e civile delle giovani generazioni!

Ero una bambina timida con un nome raro. Ellena deriva dal greco: protettrice dell’uomo, luce splendente. Capirai bene che rimanere nel comfort dell’anonimato per me era impossibile. Così ho imparato a tirare fuori la grinta.

Dico sempre “Contano più i fatti delle parole” se vuoi qualcosa non puoi aspettare che accada… devi agire! Dopo 5 anni di scuola potevo già lavorare. Però ho scoperto che mi annoiavo a stare in ufficio, a me serviva stare con la gente. Ma cosa potevo fare? Ed è stata una famiglia ad aprire la porta del mio futuro.

Io e il disturbo autistico all’inizio non ci siamo capiti. Guardavo quel bambino e mi sentivo messa all’angolo. Io sono una persona socievole e parlo, tanto! Ma con quel bimbo ero come trasparente. Dovevo cercare un nuovo linguaggio.

Ho imparato ad ascoltare i silenzi e a leggere dentro gli sguardi. Non ci sono modi unici per entrare in sintonia con l’altro. L’autismo ti sfida, perché non è facile ricominciare sempre in modo nuovo. Ma quando riconosci l’essenza dei bambini, non puoi farne a meno!

Ho studiato psicologia ma sono diventata educatrice. Ed è la mia vocazione! Lo dico a voce alta è E’ LA MIA VOCAZIONE perché non è solo lavoro. Il carico emotivo me lo porto a casa, continuo a formarmi, sono interessata a scoprire novità, studio e cerco ciò che può migliorare il loro futuro.

E sai cosa? Non mi pesa. Nemmeno lavorare il weekend perché condivido i progetti, vedo i risultati dei ragazzi che seguo a Càleido e capisco che il mio esserci ha un senso. Per loro, per me, per le famiglie.

Questo non significa che sia semplice. Quando un bambino vive un periodo no, a me fa male perché posso solo stargli vicino. Non ho il potere di attenuare la sua crisi, i pianti o le urla. Posso solo accogliere la sofferenza e attendere con pazienza.

Mi affeziono ai bambini e alle loro famiglie. Entro in un’intimità fatta di gioie, condivisioni, debolezze e difficoltà. Io mi sento responsabile nei loro confronti perché non si possono abbandonare le persone al loro destino.

Forse è per questo che ho iniziato a fare politica. Io credo nella comunità che si prende cura e mi impegno perché l’educazione giovanile, l’impegno sociale e civile dei ragazzi, il futuro delle persone con disabilità non resti un problema di pochi ma diventi una risposta di molti.

Vivo giornate di 24 ore con un’intensità totale. Perché quando sei educatore lo sei sempre. Ma la sai una cosa? Magari a qualcuno potrebbe pesare. Invece io penso proprio di avere trovato la mia felicità.

Ellena Bontorin, 27 anni, Vicenza.

Ti piace questa storia? Puoi scoprire altri racconti della rubrica #GiovaniSperanze partendo da Nicholas


Nicholas, 27 anni e la voglia di cambiare il mondo un passo alla volta

Nicholas, 27 anni e la voglia di cambiare il mondo. Un passo alla volta.

La rubrica #GiovaniSperanze si arricchisce con la storia di Nicholas Moser, 27enne trentino che ha raccolto la sfida lanciata da un amico: cambiare in meglio il mondo!

Ho scelto di fare un liceo linguistico. Mi piaceva l’idea di poter esplorare mondi e conoscere lingue straniere. Credevo che così avrei pensato in modo differente. Ma piano piano mi sono accorto che non erano le lingue ad affascinarmi. Sono le persone.

Si, sono curioso. Ma sono anche uno che ha bisogno di mettere insieme sapere e fare. Quando mi sono laureato in Scienze Economiche e Sociali a Bolzano, mi sono chiesto “E adesso? Cosa me ne faccio di quello che so?”. Ho preso un aereo e sono volato via per fare esperienze.

Ho lavorato in Apple. Mi sono spinto fuori dalla mia zona di comfort e proprio in Irlanda ho aperto gli occhi.  Volevo che le mie otto, dieci ore lavorative valessero qualcosa per gli altri. Si, l’ho pensato. Ci ho creduto. Poi sono tornato al lavoro.

Pensa che quando studiavo, mi è capitato di leggere un articolo che raccontava come il calcio fosse uno strumento di sviluppo nei paesi poveri. Lì per lì ho pensato: è questo che voglio fare nella vita! No, non il calciatore. L’ho chiamato sviluppatore di imprese sociali. Ma come farlo? Non esiste un mestiere con questo nome!

Mentre sistemavo computer e account mi sono lanciato in un’esperienza di Sport e global education. Un po’ come in quell’articolo. Ho sempre creduto nello sport, in quel campo neutrale che permette a persone di generi, vissuti e nazionalità diverse di incontrarsi. Un mezzo per creare uguaglianza.

Dentro di me la fiamma di fare qualcosa di più si è accesa. Io volevo usare le mie competenze per scopi sociali. Così sono tornato in Italia, mi sono iscritto ad un Master e da lì ho conosciuto Progetto 92.

Mi hanno chiesto di sviluppare la parte commerciale di Beelieve un progetto di startup nata per favorire la formazione e l’occupazione di NEET, creando prodotti ad alto impatto ambientale. Mi hanno detto “Pensa al business plan sostenibile, alla programmazione delle attività, a stringere partnership con negozi, fornitori, a creare un giro di clienti…”. Una sfida. Ma io sono uno sportivo e non mi tiro indietro.

Lo ammetto, ci sono stati attimi in cui avevo paura di non farcela. Ma qui, quel sentimento di giustizia sociale che sento forte dentro di me, prende forma e mi spinge a far funzionare tutto. Quando vedo che i ragazzi comprendono il loro valore grazie ai prodotti che hanno creato, capisco che il tempo ha sostanza.

Questo è un posto dove non mi sento solo. Siamo insieme.

Insieme crediamo ai progetti. Insieme sviluppiamo opportunità e insieme vediamo persone rinascere. Qui il tempo vale.

Ti è piaciuta la storia di Nicholas? Puoi leggere anche quella di Michela


michela estrafallaces

Michela, 31 anni e un desiderio: "Magari il mio lavoro non servisse più!"

#Giovanisperanze la rubrica dedicata a ragazzi che hanno scelto di intraprendere un percorso professionale in ambito non-profit per innovare con idee e competenze e crescere come persone.

La verità è che quando vedo qualcosa che non va mi chiedo “Cosa posso fare io?

Perchè mi piace fare qualcosa di utile, cambiare gli spazi, vedere che le persone stanno bene.

Sono nata con la passione per la creatività. Mi piace avere la testa in movimento, comprendere e inventare soluzioni. Ho scelto architettura per questo: volevo lavorare a progetti, favorire l’inclusione e la partecipazione di comunità. Ma non è andata come mi aspettavo.

Questo è un corso di architettura, non di sociologia” mi hanno detto. Ci sono rimasta. Ma non ho mollato. Quando hai un padre che subisce un incidente e dall’oggi al domani la sua vita si muove su una sedia a rotelle, diventi più attento alla funzionalità che all’estetica.

Maturi una sensibilità per le cose piccole che però creano grandi cambiamenti.

Così ho cambiato Stato e poi città, ho preso la seconda laurea e sono finita a fare un tirocinio nell’Ufficio Urbanistica vicino a casa. Mentre immaginavo soluzioni per le vicissitudini di un quartiere, è un uscito il progetto che mi ha cambiato la vita. “Candidati!” mi ha detto l’assessore per cui lavoravo.

L’ho fatto e mi hanno presa! Ho iniziato a lavorare in Bplano come coordinatrice junior di un progetto territoriale comprendente 46 comuni, 17 partner tra imprese, cooperative e associazionismo. Il mio obiettivo? Avvicinare i giovani al mondo del lavoro. Sono stati 3 anni intensi: ho iniziato a comprendere che il lavoro è fatto di linguaggi, di valori, di persone e di mondi separati. Tu sei profit, tu non profit.

Ma siamo sicuri che questa narrazione sia utile? Oggi sono una progettista sociale e mi occupo di innovazione. Trasformo idee in rami produttivi, eppure, i miei nonni credono che faccia l’assistente sociale! Come chi pensa che “educatore” significhi “giocare con i bambini”! Siamo sicuri che la dicotomia profit-non profit funzioni?

Per me è diventata una sfida e quando mi hanno proposto di fermarmi ho detto di si. Sì, perché penso che si possa cambiare registro e voglio farlo! Sì, perché qui le persone si fidano, ti rendono parte delle loro insicurezze e delle loro gioie. Qui il lavoro è vita e io posso dare il mio contributo per cambiare le cose.

Progetto, metto a terra, colmo mancanze, cerco risorse e gestisco gli imprevisti. Lo ammetto a volte è faticoso ma vedere persone disabili, giovani, migranti lavorare in questi 200mq nei laboratori di saponette, sartoria, riparazioni e sapere che vivono in autonomia, prendono la patente, trovano un compagno, ripaga sempre.

Sai alla fine cosa spero? Che il mio lavoro non serva più! Immagina che bello se la società assorbisse davvero i valori di inclusione, accettazione del limite altrui e il rispetto. Se tutti facessimo parte di un unico Settore che dà vita e crea lavoro…si dovrei inventarmi un nuovo mestiere, ma ne sarei felice!

Michela Estrafallaces

31 anni – Bplano Varese

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