I 5 passi fondamentali per: attivare una comunità e sviluppare prossimità
Gli enti no profit sono organizzazioni immerse nei tessuti sociali delle città. Come è possibile appassionare le persone alla propria causa sociale? Come si acquisisce valore agli occhi dei propri concittadini? Queste domande sono ricorrenti in chi, all’inizio dell’attività sociale o in prossimità di un ricambio, deve confrontarsi con la realtà. Abbiamo chiesto a Gaia Barbieri, volontaria senior dell’associazione Mani Tese Finale Emilia, di aiutarci a trovare alcune risposte. L’esperienza pluridecennale dell’associazione di cui è parte le consente di trarre 5 punti fondamentali da evidenziare.

1. Saper valutare sé stessi
Essere volontari è essere anche un po' visionari pianificatori, esperti, formatori, innovatori perché gli stimoli stimolano, le persone avvicinano, interrogano e generano salvezza.
Quando abbiamo costruito la nostra sede, in un sogno che ancora oggi vediamo come folle, ma di quella follia che scorre forte ancora oggi, ci piaceva chiamarci “il cantiere “ non solo perché stavamo progettando e costruendo in modo partecipato le mura, l’immobile, i costi ma soprattutto perché volevamo provare a essere elemento di trasformazione, attori di cambiamento nella nostra storia e nella storia sociale che ci circonda, come un cantiere che installa gru, scava, rovista, progetta e si insedia .
Per attivare nuove reti e costruire relazioni è importante saper accogliere e aprirsi alle esigenze del proprio territorio, leggere i bisogni mutevoli (come ad esempio da noi sono stati importanti il terremoto del 2012 nel nostro Comune, il Covid e l’emergenza di oggi) e cercare di dare risposte specialmente alle periferie e alle dimenticanze.
Oggi vediamo quanto è stato importante in questi ultimi anni attivare nuovi servizi che rivalutino e rileggano i valori originali. Non si parla più di usato ma di economia circolare, non più scarti ma bene rimesso in circolo, non più beneficenza ma solidarietà e impegno civico, non terzomondismo ma diritti universali e distribuzione equa delle risorse, non più buonismo ma inclusione lavorativa, dignitosa partecipazione ed equità.
Favorire la trasmissione di questi valori con nuovi progetti che impattano e parlano alle istituzioni in modo nuovo, che le interroghino per co-progettare e co-programmare guardando insieme ai bisogni reali, concreti, permette di combattere l’asimmetria di conoscenze purtroppo diffuse dei nostri enti.

2. Sviluppare un corpo sociale
Quando si testimonia la scelta di prendersi un impegno, quella scelta diventa un plusvalore per la comunità. Ogni comunità infatti si sviluppa in un contesto dove i singoli progetti valgono molto di più della singola azione perché la varietà delle persone coinvolte l’arricchisce, il vissuto delle persone lo dota di valore e consente di valutare l’impatto che i progetti hanno su persone e sulla società circostante
Bisogna cercare di attivare sempre la viva collaborazione. In essa i rapporti umani potenziano la creatività e le azioni vivono nelle azioni di prossimità che si creano. Un corpo che diventa socialità vissuta, fatto di mani operanti, teste pensanti, braccia tese, sguardi incrociati, un corpo che sbaglia, riparte, soffre, ride.

3. Lasciare spazio
Cosa significa prossimità? Rallegrarsi, rattristarsi, arrabbiarsi, confrontarsi, rimescolarsi e riadattarsi. È iniziare a immaginare spazi e idee, dando spazi e lasciando idee. È sopportare che la tua storia quella che tu tieni dentro come colonna dell’ente no profit, possa continuare ma possa essere cambiata, mutata nel progettare il futuro, senza soccombere alle nostalgie.
È fare un salto, dal tuo passato al loro presente. Il presente dei giovani. Degli utenti. Dei beneficiari.
La prossimità è vedere le nuove generazioni come un invito a stare con loro per trasmettere memoria e tracciare senza proselitismi nuove socialità. È parlare di solidarietà, mutualismo, accoglienza, inclusione in un luogo libero, aperto, autonomo e autogestito.
Avvicinarsi ma non schiacciare, è condivisione ma non imposizione, è valorizzazione delle differenze nell’incontro, ma soprattutto nel Lavoro che diventa convivenza e vita vissuta.
È però caricarsi anche di una responsabilità, del potersi fidare, dell’abbandono del si è sempre fatto cosi, del prendersi cura dei giovani per renderli attori a loro volta nella partecipazione e nella promozione del bene comune. È anche scontro, ma è anche mischiare e dare spazi ed iniziativa fidandosi di risultati invisibili ai nostri occhi ma ben presenti nei loro.

4. Avere cura dei beni comuni
Siamo un esercito di sognatori che cammina per fare la propria piccola parte di costruzione di un mondo più giusto, inclusivo e sostenibile dove lasciare in un angolo la solitudine di molti, l’indifferenza dell’io, per sollevarsi nel NOI. Siamo in cammino nelle storie degli altri per una convivialità delle risorse e delle debolezze di ognuno, portatore di movimento e prossimità.
Credo sia importante partire per un nuovo progetto anche “senza i soldi” perché avere a cuore i beni comuni è attenzione alle opportunità e alle risorse. È avere cura della comunità, è mobilitazione concreta, è piccola intraprendenza che osa. Nel tempo i nostri volontari hanno scoperto che si celano opportunità anche dentro i bene che vengono scartati. Questo lavoro ci ha permesso di comprendere il significato della generatività dalla frugalità. Un’economia solidale, sobria, circolare. Questa è la casa che abbiamo costruito, questo è un bene da curare, qui si incontrano e si vive con tante persone che cercano una seconda opportunità, accolte e unite nel lavoro. Si diviene responsabili l’uno dell’altro, influenzandosi reciprocamente, curandosi e curando il bene comune. Cosi si genera per generarsi.

5. Apprezzare il lavoro
Il lavoro può diventare convivenza, le competenze emergono e possono essere accolte nella loro diversificazione perché tutte sono necessarie e il lavoro genera dignità di operare e cambiare. Da un tavolo a un trasloco, da una riorganizzazione di uno spazio per un nuovo progetto inaspettato, a una festa che finisce a tarda notte e non se ne può più..
Per lavorare insieme si deve però pensare e progettare insieme. Quando si partecipa si agisce, si costruisce, si abita un luogo che diventa anche mio, tuo, suo dove si possono riconoscere le fatiche proprie in quelle di tutti, dove la ricchezza e la diversità sono espresse, dove posso esercitare anche la capacità di ascolto e la possibilità di parlare, scoprendo me stesso.
Giungere infine ad un obiettivo nuovo, di stile di vita concreto, dove dare la stessa qualità del “tempo libero” al “tempo lavorato insieme”.

Perché strutturare un Piano di Comunicazione nelle Imprese Sociali
Ogni ente sociale per raggiungere utenti e beneficiari, per creare una comunità intorno a sé e raccontare la missione del proprio lavoro, comunica. Lo si fa in tanti modi dai più informali a quelli strutturati. Lo si fa in piazza, in privato, durante manifestazioni pubbliche ma anche su piattaforme social e digital. Cosa fa la differenza? Perché alcune organizzazioni riescono a comunicare meglio di altre?
Abbiamo chiesto a Silvia Barone, esperta di marketing digitale, di aiutarci a capire come mai i Piani di Comunicazione sono importanti e aiutano a raccontarsi meglio.
Silvia, quale è la tua esperienza professionale nel terzo settore?
Iniziai la mia collaborazione con Fondazione Più di un Sogno nel 2015 perché rimasi colpita dal progetto che sostiene persone con sindrome di Down e disabilità intellettiva, dall’infanzia all’età adulta. Nel panorama delle imprese sociali trovai in Più di un Sogno delle idee e delle iniziative appassionate, oltre che colleghi competenti con cui è possibile dare vita a progetti entusiasmanti e ambiziosi Con il mio lavoro mi occupo di pianificare e sviluppare strumenti di comunicazione per imprese private e sociali.
Ho una laurea specialistica in Comunicazione ed Editoria Multimediale e un Master in Comunicazione Integrata d’Impresa. Dal 2018 sono docente MIUR presso la scuola pubblica e da anni insego marketing digitale in corsi per adulti così ho pensato di trasferire le mie competenze all’interno di questa organizzazione.
Da dove bisogna partire per costruire un piano di comunicazione?
Partendo dal presupposto che strutturare un Piano di Comunicazione è un percorso estremamente “intimo”, auspicabile per ogni impresa sociale, credo sia utile offrire degli spunti per condividere un possibile approccio, prima di avviarci verso la strada della stesura di questo fondamentale “strumento di comunicazione d’impresa”. Parlo di strumento di comunicazione perché lo è a tutti gli effetti, trattandosi di un documento formale in grado di farci raggiungere, nel tempo, obiettivi specifici che vengono dichiarati, nero su bianco, e applicati concretamente dall’impresa in maniera strumentale e fattiva.
Il piano di comunicazione è un documento difficilmente standardizzabile, proprio perché gli obiettivi a breve, medio e lungo periodo sono molto diversi da una realtà d’impresa sociale ad un’altra, pertanto presuppone che prima di mettercisi a lavorare, essi siano ben chiari nella mente dei coinvolti, insieme alla missione e ai valori. Ecco perché, di norma, si parte con un’analisi dello stato d’arte degli strumenti di comunicazione utilizzati dall’organizzazione e con una serie di incontri atti a generare un “briefing” che restituisca una fotografia del contemporaneo.
Cosa bisogna cercare durante l’analisi?
L’analisi ci conduce a creare una sorta di “sintetico bignami” legato al nostro operato, che fungerà da ossatura strutturale e che possiamo definire una “buona causa”. Il Piano di Comunicazione infatti, è un documento strategico più ampio di un semplice briefing, dal quale si possono evincere chiaramente gli obiettivi nel tempo e gli strumenti di comunicazione atti a raggiungerli. Come ogni strumento strategico, è frutto di un lavoro congiunto di professionalità e competenze, in grado di cogliere e rappresentare l’essenza corale dell’anima di un’organizzazione. Il primo doveroso impegno di comunicazione di quasi tutte le organizzazioni è capire sé stesse e dove stanno andando, aspetti che non si possono lasciare per scontati. E per far ciò, l’organizzazione ha bisogno del “suo tempo”, senza forzature, “perché non si può chiedere ad una mela di maturare in anticipo”.
Poiché in ogni organizzazione è in costante balia di voci differenti, talvolta contrastanti, e di repentini cambiamenti, il primo lavoro che richiede tempo e impegno, è uniformare una visione che deve essere condivisa e accettata almeno ai massimi livelli, per poi essere diffusa a tutta la rete capillare di utenti coinvolti.
Cosa bisogna aspettarsi dal Piano di Comunicazione?
Il Piano di Comunicazione ci aiuterà a capire e raccontare chi è la nostra organizzazione e cosa fa, migliorerà la nostra visibilità e ci aiuterà a tenere monitorata la nostra reputazione, pilastro basilare del marketing contemporaneo.
Il secondo step significativo e imprescindibile da compiere è comprendere quali sono i pubblici a cui ci rivolgiamo, le loro caratteristiche e i loro sogni e desideri. Si tratta di individuare le community che abbiano la sensibilità per comprendere e recepire il nostro messaggio. Attenzione: non è mai una sola e, purtroppo, è impossibile semplificarla ad un unico gruppo. Si tratta di pubblici molto diversi tra loro, per i quali dobbiamo sforzarci di comunicare nel modo più efficace. Il racconto stesso dell’organizzazione si tinge quindi di sfumature diverse e deve essere pronto ad utilizzare linguaggi diversi.
Solo allora, nel Piano di Comunicazione, saremo in grado di avanzare ipotesi concrete sugli strumenti che riteniamo più adatti per comunicare con il nostro pubblico: dal cartaceo al web, dagli eventi al digital, dai social al video.
Ad ognuno infine, la scelta delle priorità per intraprendere un’avventura avvincente, in grado di sensibilizzare sul nostro “fare bene” il pubblico più vasto possibile.
Per guardare oltre il limite c’è Cuore 21
C’è un momento nella vita in cui cambia tutto. A Maria Cristina è accaduto 33 anni fa quando diede al mondo la sua bambina. Una bambina down. “Quando me la diedero in braccio ricordo che chiesi Quale differenza c’è tra le persone down? e il medico mi rispose La differenza la fa l’educazione”. In quel frangente Maria Cristina capì che spettava a lei e alla sua famiglia fare il meglio per crescere quella piccola.
E allora si misero a cercare, a trovare spazi educativi che potessero far emergere il massimo delle capacità della bambina. “Per sette anni ogni settimana salivamo da Riccione a Milano perché mia figlia suonava in un’orchestra sinfonica. È stato impegnativo? Certo che lo è stato, ma per lei era un’esperienza importante e a quei tempi, qui non trovavamo nulla con quel valore”. È un dato di fatto: la disabilità in famiglia focalizza le scelte, permette di vedere cosa è importante e cosa lo è meno.
Poi arrivano gli anni ’90 e con essi una grande novità per Riccione: viene fondata l’associazione di volontariato Centro 21 uno spazio voluto dai familiari di persone con sindrome di Down e disabilità intellettiva, volontari, amici e simpatizzanti per offrire sostegno quotidiano e lavorare sulle abilità dei ragazzi consentendo loro di diventare sempre più autonomi. L’associazione si occupa da subito di adolescenti e adulti, pone al centro la persona con le sue caratteristiche e le sue vulnerabilità, e si preoccupa di creare percorsi educativi abilitanti per gli utenti.
“L’esperienza associativa fece capire che potevamo fare ancora di più. Così nel 2015 abbiamo fondato la cooperativa Cuore 21 e la prima cosa con cui siamo partiti è stato un centro estivo per bambini. Per tutti i bambini indipendentemente dalle loro abilità - racconta Maria Cristina presidente della cooperativa – Cuore 21 ha una funzione educante sia per le persone che in esso seguono percorsi educativi, sia per la città. Crediamo nell’integrazione e seguendo questo obiettivo abbiamo ideato una serie di servizi che evidenziano le abilità attraverso la capacità espressiva”. Ogni persona possiede delle risorse che possono essere messe a frutto per gli altri. La danza, il teatro, le letture animate consentono ai ragazzi con sindrome di Down di prendere confidenza con le proprie capacità trasmettendole all’esterno. La cooperativa ha infatti creato una rete con musei, alberghi, locali, scuole di ballo, scuole del territorio in cui i ragazzi diventano animatori di attività. “Lo facciamo perché i piccoli si accorgano che nella disabilità c’è bellezza, non ci sono solo limiti, e questo permette di far rivalutare anche agli adulti il concetto stesso di disabilità”.
Appena nata la cooperativa seguiva i ragazzi a partire dall’età adolescenziale. Le numerose richieste delle famiglie li hanno spinti a ideare percorsi anche per i più piccoli per tracciare una strada formativa volta allo sviluppo delle autonomie personali, sociali e lavorative. “Realizziamo progetti lavorando in modo individualizzato con percorsi che si modificano in itinere, rivisti e condivisi ogni anno con le famiglie e con i servizi. Nella prima fase di vita sono di tipo socio-educativo e relazionale mentre poi si iniziano a sperimentare le autonomie professionali attraverso alcuni laboratori - racconta Maria Cristina – Abbiamo creato collegamenti sia con il mondo scolastico che con il mercato del lavoro. Stiamo attenti a creare ponti con realtà professionali che diano contratti veri, a tempo indeterminato ai ragazzi, perché crediamo nelle loro capacità e siamo consapevoli che possano diventare fonte di ricchezza per la comunità”.
Nella cooperativa lavorano 9 persone e ci lavorano con il cuore perché quando si inizia un percorso personalizzato, quel percorso dura una vita intera sia con la persona che con la sua famiglia. Ogni estate incontrano più di 60 bambini ai centri estivi, seguono 35 utenti con disabilità durante l’anno e portano beneficio ad un’intera città. Viene da chiedersi come sia possibile in poco tempo riuscire a realizzare una rete attenta alle attività della cooperativa. “Siamo riusciti a fare tutto questo perché la città ha riconosciuto l’impegno della nostra associazione – testimonia Maria Cristina – Ed è attraverso il riconoscimento di questo impegno che èaumentata la fiducia nei nostri confronti insieme alla nostra credibilità. Solo così è possibile creare un servizio utile, di valore e di impatto sociale”.
Laboratorio Lesignola, l’amore che salva
Sono solo adolescenti. Eppure per il mondo esterno sono ragazzi ingombranti e nessuno li vuole perché è complesso gestire le ferite che portano dentro e che contro la loro volontà si aprono, fanno male e producono effetti ogni volta diversi. “Per la società è come se fossero invisibili oppure sporchi oppure cattivi – racconta Carminio fondatore del Laboratorio Lesignola – invece noi quando abbiamo avviato i nostri laboratori nelle scuole abbiamo visto la loro bellezza, il loro bisogno nascosto e abbiamo deciso che per loro dovevamo fare qualcosa. Volevamo aiutarli a crescere…”
L’esperienza di Carminio inizia quasi trent’anni fa quando faceva la vita da studente universitario ma sentiva che ricercava altro, qualcosa che lo toccasse nel profondo. Ci è voluto un viaggio, un mese d’Africa, in una terra lontana per scoprire qualcosa in più di sè. “In Africa ho compreso il valore dell’altro e quando sono rientrato avevo voglia di impegnarmi, di fare, di esserci per le persone. Così ho iniziato a fare volontariato, lavoravo per una cooperativa sociale e mi sono laureato in veterinaria. Lì sono entrato in confusione perché non capivo. Io volevo fare il veterinario o l’educatore?” A salvarlo dal proprio bivio è stato un libro: Animali guaritori. “Quando mi è capitato tra le mani non ho dormito per giorni e terminata l’ultima pagina avevo capito cosa volevo fare da grande: terapia con gli animali!”.
La vita riserva sorprese inaspettate. Mentre Carminio matura esperienze come educatore in diversi ambiti con disabili, minori e immigrati, conosce la compagna della vita, psicologa, e un’amica pedagogista. Con loro inizia a sperimentare laboratori scolastici sulla relazione con gli animali e sono proprio i ragazzi più fragili a dimostrare un rapporto speciale con i mammiferi. Per un ragazzo è facile capire che gli animali hanno sentimenti e bisogni. Mentre per loro è difficile capire che anche le persone li hanno. Trattavano gli animali come loro pari”. Dopo quattro anni di progettazione decidono di aprire una cooperativa sociale ma in loro matura una frustrazione importante. “Ci accorgevamo di fare passi importanti con i ragazzi. Però quando gli adolescenti tornavano a casa, con le situazioni famigliari complesse a cui erano sottoposti, si azzeravano le tappe del percorso e ogni volta era un ricominciare da principio” racconta Carminio per questo scelsero di aprire una comunità educativa loro. “Non abbiamo mai avuto santi protettori, siamo andati in banca e abbiamo chiesto un prestito per partire. Ci sono voluti diversi anni per standardizzare le nostre attività. Gli animali e la natura sono divenuti parte integrante dei progetti: cavalli, muli, asini, cani, conigli… ogni animale è adatto per agire sui punti di crescita e ci permettono di lavorare sulle emozioni dei ragazzi”. Prendendosi cura dell’animale, stabilendo con esso una relazione si lavora sull’emozionalità, sulla consapevolezza, l’empatia e i talenti di ciascuno. “Ognuno di noi possiede un’energia – spiega Carminio – gli animali aiutano a modularla per entrare al meglio nelle relazioni e insegnano che non sei sbagliato, vai bene così. Gli animali ti accettano per quello che sei, a loro non interessa come siamo fatti, il nostro passato ma come siamo con loro. Un lavoro che si fa su di sé per avere ricadute positive nei contesti sociali”.
Laboratorio Lesignola comprende due comunità per minori e una fattoria di 8 ettari per promuovere educazione, socialità ma anche lavoro. “Ci siamo accorti che una volta usciti da qui i ragazzi non avevano difficoltà a trovare lavoro ma a mantenerlo. Per cui abbiamo deciso di creare attività lavorative qui, per allenarli alle conseguenze del lavoro. Abbiamo 150 alberi da frutto, campi di frumento per il pane, attività manuali di varia natura e produciamo gelato artigianale”.
In questo piccolo colle in provincia di Reggio Emilia si sono incontrate storie di 140 ragazzi tutte accomunate da un passato burrascoso, dalla difficoltà di creare amicizie con altri e dalla paura per il futuro. “Il nostro lavoro è duro. Un po’ per il tempo che impieghi a costruire un legame di fiducia reciproco, un po’ perchè i risultati li vedi dopo anni di lavoro, un po’ perché non ti senti mai veramente utile per loro… lo vedi dopo, nei fatti, nelle telefonate che ricevi, nel contatto che si mantiene. Alla fine scopri che diventi la loro famiglia anche se non lo ammetteranno mai perché ammetterlo significherebbe dire che la loro di famiglia non andava bene!”
27 educatori e una relazione d’affetto capace di nutrire il futuro. Un futuro che la cooperativa si augura di rendere sempre più inclusivo aprendo le porte della fattoria a molteplici esperienze con anziani, minori e disabili. Vogliono far nascere una commistione vincente che crei un abbassamento della diffidenza per allargare gli orizzonti e non chiuderli.
Generiamo il futuro: percorso formativo per giovani
Di cosa hanno bisogno i giovani che guardano lontano? Quali conoscenze, competenze e valori possono trasformare il lavoro in una missione, dare un senso a ciò che si fa e generare futuro? Come renderli protagonisti di un futuro che ha bisogno di loro per diventare presente?
Sono tante le realtà sociali che abbiamo accompagnato in questi anni e molte di loro si pongono domande sul proprio futuro organizzativo ed il ricambio generazionale. Associazioni, cooperative, onlus e imprese
sociali hanno un desiderio comune: lasciare ai giovani in eredità delle loro mission da custodire e far crescere. Ma come? Serve seminare buone pratiche, coltivare il pensiero, orientare le azioni e rafforzare competenze. Per questo abbiamo deciso di dare avvio a Generiamo il futuro il percorso formativo rivolto ai giovani degli enti no profit presenti nella rete #GenerAttivi ma che saremmo lieti di estendere a chi vi sta a cuore.
Un percorso composto da 12 incontri che si svolgeranno ogni mercoledì dalle 18 alle 20 a partire dal 18 novembre 2020 al 24 febbraio 2021. Un’aula virtuale, di incontro, scambio e conoscenza attiva su una piattaforma digitale (ma che appena possibile diverrà reale!). Un’occasione unica per confrontarsi con docenti e professionisti del mercato, per imparare ma anche per raccontarsi ed ascoltare esperienze altrui con l’obiettivo di crescere e di crescere insieme.
Ecco il programma:
- 18 novembre – Le colonne che reggono l’impresa sociale
Mauro Magatti Docente Sociologia Università del Sacro Cuore.
- 25 novembre – Responsabilità: come acquisirla e come trasmetterla
Johnny Dotti Pedagogista e presidente di Welfare Impresa Sociale.
- 2 dicembre – Generatività e solidarietà diffusa: ripartire o rigenerare?
Patrizia Cappelletti Ricercatrice sociale Università Sacro Cuore.
- 9 dicembre – Elementi fondanti il cammino da coop. ad impresa sociale.
Antonio Di Donna Presidente Genera-azioni.
- 16 dicembre – La partecipazione attiva: motivarsi per motivare.
Pierangelo Pollini Founder Business Awareness Institute.
- 13 gennaio – Modalità nuove per progetti nuovi: il lavoro in equipe.
Davide Babetto Psicologo La Vigna impresa sociale.
- 20 gennaio – Rapporto profit e non profit: costruire relazioni positive e sinergie.
Marco Chinello Presidente cooperativa Riesco.
- 27 gennaio – Senso del lavoro ed equa remunerazione.
Chiara Luisetto Educatrice Villaggio Sos.
- 3 febbraio – Lavoro e impatto sociale: come programmare una strategia.
Marco Freddoni, Filosofo Direttore Commerciale di Storti Spa.
- 10 febbraio – Marketing e commerciale: applicazioni in impresa sociale.
Roberto Dusio, Commerciale presso Stella Foods.
- 17 febbraio – Sostenibilità economica nell’impresa sociale: strade da percorrere.
Giuseppe Moretto, Commercialista.
- 24 febbraio – Intraprendere per essere abilitati alla vita.
Davide Rondoni Giornalista e poeta.
Per iscriversi basta cliccare qui!
Al percorso possono iscriversi anche i senior delle organizzazioni purchè intraprendano il percorso con l’obiettivo di sviluppare la generazione giovanile dei loro enti.
Cinema Africano: per non fermare il dialogo
Quello del Cinema Africano sarebbe un compleanno importante, un anniversario da festeggiare, perché 40 anni portano con sé una lunga storia e sfide da superare.
Una storia fatta di volti e miti sfatati. Di incontri e amicizie. Di saperi e tradizioni perché il Festival nasce con la volontà di avvicinare le persone all’Africa, un continente pressoché sconosciuto, legato a pregiudizi e stereotipi confezionati dalla comunicazione occidentale. “Volevamo trovare un mezzo con cui far scoprire le realtà africane agli italiani. Volevamo dare voce agli africani facendo raccontare loro le storie che li appartengono per far conoscere la bellezza delle loro culture millenarie” racconta Stefano Gaiga direttore artistico del Festival.
Nei film proiettati all’interno delle sale appare chiaro come l’Africa sia molto più di guerre, povertà, calamità naturali e fame. È ingegno, creatività, vitalità: un continente ricco di fantasia e di diversità. “Abbiamo sempre parlato del cinema delle afriche perché le culture sono così differenti che è riduttivo attribuire loro una nomea. Durante i primi anni abbiamo sperimentato, poi ci siamo orientati alle novità del cinema africano per offrire una panoramica di 10 produzioni favorendo la diversità e la conoscenza” testimonia Stefano.

Un Festival focalizzato a produrre cultura e integrazione. “Fin dall’inizio abbiamo pensato di lavorare con le scuole, organizziamo laboratori, gestiamo percorsi formativi in accordo con gli insegnati e abbiamo creato una giuria valutativa di studenti. Per noi è importante lavorare con i ragazzi perché lanciamo piccoli semi, li avviciniamo a un contesto, facciamo respirare internazionalità e una molteplicità di culture che aprono gli orizzonti”. Il Festival del Cinema Africano insegna a guardare il mondo come se fosse la propria casa. “Vogliamo abbattere stereotipi e chiusure mentali. Cerchiamo di favorire il dialogo, l’incontro e la conoscenza reciproca”.
La settimana dedicata al Festival diventa un full immersion di scambi culturali. Mostre, spettacoli, esibizioni teatrali e danza. Installazioni audio e video insieme al cinema fatto di lungometraggi, cortometraggi e sezioni a tema. In un solo anno il Festival ha incontrato più di 17 mila spettatori di cui 8 mila studenti, ha coinvolto più di 100 organizzazioni, 86 volontari, 5 giurie con circa 140 proiezioni in 25 territori diversi. “Anno dopo anno sono arrivate 800 opere tra lungometraggi, corti e documentari. Gli spettatori sono stati più di 200 mila e oltre 500 ospiti ci hanno raggiunto dall’Africa e dall’Europa!”
Purtroppo, la situazione sanitaria ha duramente colpito le possibilità del Festival. “Abbiamo deciso di aprire una campagna crowdfunding per non fermare l’incontro delle culture e continuare a favorire il dialogo e la crescita reciproca – racconta Stefano – la campagna ci permetterà di raccogliere fondi per creare nuove azioni di promozione culturale e sociale. Confidiamo di poter raccogliere quando sarà utile per creare una rassegna degna dei 40 anni del festival e per continuare un’istruzione inclusiva che allenta le disuguaglianze al posto di ampliarle”. È possibile sostenere il Festival partecipando alla loro campagna di crowdfunding un modo di agire oggi per promuovere il bene di domani.

Il Ramo, dal cuore al lavoro
“È dal cuore che può iniziare il bene” diceva don Oreste Benzi. A partire dal cuore e dalla consapevolezza che il mondo cambia se ognuno fa la sua parte, dalla fine degli anni ’80, in provincia di Cuneo, si formano alcuni centri diurni, con annessi laboratori, per offrire un intervento riabilitativo, operativo e relazionale a persone che trovavano difficoltà ad inserirsi nei complicati meccanismi della società. Proprio da uno di questi laboratori si sviluppa Il Ramo, la cooperativa sociale emanazione diretta della Comunità Papa Giovani XXIII, che crede nella vita condivisa con gli esclusi e gli oppressi perché solo accogliendo le persone, rendendole costruttrici di storie e non oggetto di assistenza, è possibile rimuovere l’emarginazione.
“La cooperativa nasce per rispondere al bisogno di chi veniva accolto in case famiglia, strutture affidatarie e di pronta accoglienza – racconta Luca presidente del Ramo – Stando a contatto con gli ospiti ci accorgevamo che tutti avevano delle abilità: chi manuali, chi intellettive quindi ci si chiedeva: “Cosa gli facciamo fare durante il giorno?” Perché in quegli anni il territorio non offriva grandi opportunità e le persone più fragili rischiavano di rimanere isolate nelle loro necessità. Sapevamo che le persone che frequentavano il centro potevano esprimersi, potevano trovare un modo per dare un senso alla giornata, perché alla fine è questo che fa il lavoro: ti appropria della dignità grazie alle capacità che possiedi”.
Il lavoro diventa quindi un mezzo per trasformare storie di disabilità, alcoolismo, droga, carcere, malattia mentale ed emarginazione in riscoperta di sé, delle proprie abilità creando così nuove chance di vita. La cooperativa diventa un punto di riferimento sul territorio sia per gli invii da parte dalla comunità Papa Giovanni che dai servizi sociali. Ognuno portatore del suo vissuto e delle sue abilità, all’interno del “Ramo” trova spazio per crescere, socializzare e ricominciare. “Siamo partiti con un’attività di lavanderia e successivamente abbiamo attivato altri servizi: selezione abiti usati e rivendita in negozi, gestione dell’ostello della gioventù, disboscamento, cura delle aree verdi, accoglienza e housing sociale, confezionamento alimentare, servizio di pulizia per enti pubblici, privati e aziende…”.
Una cooperativa che conta 90 lavoratori, 40 soci volontari, presente in 14 strutture di cui possono beneficiare più di un centinaio di persone. “Gestiamo 5 centri diurni per persone disabili ed anziani ed abbiamo avviato una decina di diverse attività lavorative per permettere a tutti di trovare un posto nella società. Non l’abbiamo fatto perché siamo bravi ma perché abbiamo osservato le persone, le abbiamo sentite, abbiamo colto le loro esigenze e allora abbiamo aperto nuove vie” testimonia Luca.

La cooperativa non è solo un posto di lavoro, un posto in cui passare il tempo. È un luogo famigliare in cui si sta bene. Perché quando si vedono madri immigrate sole, con figli a carico, si percepisce che a loro si sta dando l’opportunità di crearsi una nuova vita. Quando chi ha perso la fiducia di tutti riesce piano piano a ricostruire la sua vita, si capisce che con l’impegno si riguadagna la vicinanza sociale. Quando si inseriscono i capi-famiglia e si vedono i figli degli altri crescere bene si trova un senso al proprio fare. “Io penso di fare il lavoro più bello del mondo – afferma Luca – Dopo aver conseguito un Diploma Universitario in Amministrazione Aziendale ho iniziato a lavorare in banca: ero ritenuto fortunato da tutti, avevo un lavoro sicuro e ben remunerato. Dopo qualche anno ho lasciato tutto per venire qui: non mi sono mai pentito di questa scelta perché in cooperativa ho iniziato a crescere tantissimo, sia dal punto di vista umano che lavorativo. Dopo poco tempo ho conseguito il diploma da Operatore Socio Sanitario: in parte mettevo a frutto gli studi effettuati e in parte mi dedicavo alle attività con gli ospiti diversamente abili che frequentavano i nostri Centri Diurni. Con la crescita della cooperativa mi sono dedicato sempre di più all’aspetto amministrativo/contabile e meno a quello educativo, ma sono felice perché sto mettendo a frutto le mie competenze a favore delle persone più fragili e bisognose”.
Il ramo non è solo assistenza, educazione e lavoro. E’ anche collaborazione e sinergia territoriale per sensibilizzare i cittadini a vivere insieme in una comunità capace di abbracciare chiunque, anche chi è diverso da sé. “Ospitiamo i ragazzi delle scuole superiori per tirocini perché lavorando con le giovani generazioni sia sempre più facile capire che non siamo ghetti ma cerchiamo di vivere e far vivere persone con fragilità immersi nella società”. Nonostante la pandemia li abbia spinti a riguardare le cose per affrontare il futuro, Luca è certo che “insieme, dalla fiducia reciproca e nella collaborazione che ci contraddistingue, riusciremo a creare nuovi progetti che abbiano sempre a fuoco la persona, la persona in difficoltà”.

Una casa che sa di famiglia
Ci sono luoghi che per quanto puoi andare lontano restano sempre. A modo loro ti chiamano a non andartene mai perché hanno quella capacità di educare l’anima e di farti vedere il mondo con occhi nuovi. Lo ha sperimentato Davide Pellizzari quando aveva solo 20 anni, un futuro davanti e il servizio civile obbligatorio. “Avevo trascorso un anno, mi avevano chiesto di fermarmi part-time ma io lavoravo in una concessionaria e ho voluto riprendere da dove ero partito. Però quell’esperienza mi aveva fatto stare bene così ho continuato a frequentarla come volontario…” poi il suo contratto non viene rinnovato e il posto che non aveva accettato lo stava ancora aspettando.
La cooperativa San Gaetano prende forma quando, negli anni ’90, la comunità di Albinea iniziò ad interrogarsi sul principio della carità. “All’epoca i vescovi avevano invitato ad avvicinarsi a persone bisognose attraverso opere di carità – spiega Davide, oggi presidente dell’ente – In quel periodo in parrocchia arrivavano molte richieste di accoglienza. Cosa possiamo fare? si chiedevano in tanti e così si scelse di offrire una casa, un posto dove dormire, mangiare, vestirsi e prendersi cura di sé”. La Casa Famiglia della Carità nasce come segno piccolo ma concreto e visibile di una comunità che accoglie, vive, supporta e assiste persone in difficoltà. “Si voleva far vivere l’esperienza dell’essere famiglia a chi una famiglia, per ragioni diverse, non l’ha più. Per questo si scelse di far gestire la Casa a famiglie volontarie creando un appartamento comunicante ma indipendente, nel quale soggiornano a turno per tre mesi”.

Una casa per 20 persone che portano nelle loro valigie storie diverse: chi in fuga dal proprio paese, mamme provate dall’esperienza di strada, alcolisti o tossicodipendenti in fase riabilitativa, persone che al gioco si sono giocate tutto, anche gli affetti. Con loro ci sono le famiglie che mosse da molteplici motivazioni, hanno scelto di diventare volontarie perché qui parole come condivisione, gratuità, amore e speranza si trasformano e diventano concreti gesti di attenzioni rivolte agli altri. Ognuno con i propri spazi ma con momenti condivisi, seduti a tavola per pranzare insieme, raccontarsi, andare oltre alla quotidianità. “Quando nelle famiglie volontarie ci sono bambini, si percepisce il carattere educante di questa casa – racconta Davide – I bambini hanno un approccio paritario, i dialoghi a tavola si costruiscono con facilità, fanno domande, non si vergognano, non fanno percepire le differenze. Questo aiuta i loro genitori ma anche chi vive la casa perché nelle esigenze familiari tutti trovano spazio per aiutare a loro volta, per offrire il loro tempo. Spesso come genitori cerchiamo di proteggerli nascondendo loro il bisogno degli altri. Eppure proprio i bambini ci dimostrano che anche i più bisognosi sono persone con cui si può stare bene insieme” ammette Davide.
La cooperativa si sviluppa seguendo i bisogni che nascono. “Quando è scoppiata la crisi finanziaria ed economica del 2008, diverse persone si sono trovate a passare il loro tempo nella Casa. Non potevamo lasciarli soli tutto il giorno a pensare ai loro problemi. Da un pezzo di terreno che abbiamo ricevuto in uso gratuito, abbiamo deciso di intraprendere una nuova via: volevamo farli camminare in avanti. Abbiamo messo a dimora 220 ulivi, creato un’acetaia per la produzione di aceto balsamico e avviato la produzione di marmellate”. Da una necessità si sviluppa la cooperativa di inserimento lavorativo. Oggi la Cooperativa San Gaetano conta una decina di dipendenti - tra operatori del centro diurno, disabili e ospiti della casa di accoglienza - e distribuisce i propri prodotti alimentari attraverso i supermercati locali ed i pacchi natalizi di alcune aziende. “Le persone vengono impiegate in base alle loro capacità: c’è chi lavora una giornata intera, chi etichetta, chi sfalcia…”
Semplicità, dolcezza e pazienza sono gli ingredienti che si acquistano insieme all’olio, all’aceto balsamico, alle marmellate di fragole, prugne, limoni, arance e mele, al limoncino e al miele. Gli stessi ingredienti che condiscono la vita comunitaria e il centro diurno per disabili. Gli stessi che si trovano negli appartamenti semi-indipendenti per uomini e donne che possono così ricominciare a muovere i loro passi verso la vita che li attende.

Un Fiore per la Vita: piantare speranza, raccogliere comunità
La storia della cooperativa Un fiore per la vita è la storia di una comunità. Di un popolo messo in ginocchio da decenni di soprusi e di violenza. Dal silenzio e dalla paura che portano ad isolarsi in piccole individualità da cui è difficile uscire. “Qui la camorra ha rubato il futuro, ha inquinato il terreno, ha fatto partire i giovani e ha reso la terra sterile. Viviamo in un contesto in cui le problematiche sociali sono altissime, il tasso di disoccupazione supera il 40% e la cultura di sfiducia spesso prende il sopravvento sulle persone” racconta Giuliano Ciano presidente della cooperativa.
Ma è proprio qui, dove tutto sembrava finire che invece fiorisce. “Io ero giovane, giovanissimo, ma lo ricordo il giorno in cui la camorra uccise don Beppe Diana durante la messa. È stato 26 anni fa, morì un prete ma nacque un popolo perché a quel fatto non rimanemmo indifferenti. Nello stesso anno, per mano della camorra persero la vita altre 150 persone, lo stato era assente ma iniziavamo a reagire, a ricostruire il noi, la comunità. Era una sfida ma con azioni forti e simboliche si è cominciato a dare coraggio perché non possiamo morire della realtà che viviamo”.
La cooperativa si sviluppa sulla scia dei movimenti di quegli anni, per dare risposte concrete ai problemi occupazionali delle persone in modo particolare a chi sta superando fragilità legate alla tossicodipendenza e a persone affette da disturbi mentali. “Il lavoro qui è un problema per tutti, ma per alcuni lo è ancora di più: dopo un percorso di riabilitazione che ruolo hai nella società, cosa fai, come puoi non ricadere? – testimonia Giuliano – con noi lavorano 22 dipendenti ed ognuna porta con sé un percorso personale da affrontare. L’agricoltura è un luogo privilegiato sia per creare lavoro che rieducare. Abbiamo iniziato con un terreno datoci dall’Asl, ci siamo dedicati dapprima alla floricoltura abbiamo stretto i primi rapporti commerciali, assunto persone e in pochi anni ci siamo trovati ad ampliare i servizi. Non volevamo che si creasse un parcheggio per la malattia così abbiamo aperto delle case con massimo 6-7 persone, come un nucleo familiare, da dove si può ripartire vivendo in famiglia, in una piccola comunità”.

I progetti terapeutici ricreativi individualizzati seguono le linee indicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per rieducare è necessario costruire un futuro: avere una casa, la salute, un lavoro, un ruolo sociale, un contratto vero e sviluppare la vita sentimentale. Ma sono proprio gli affetti la parte più delicata del percorso, specie per chi arriva da dipendenze legate alle droghe, all’alcol, al gioco e a internet. Ricostruire, ricucire i rapporti è un’attività che richiede tempo. “Bisogna scavare nella vita per piantare la speranza che porta frutti duraturi – enuncia Giuliano – Proprio per non lasciare i nostri dipendenti soli nelle loro fatiche ci siamo impegnati a creare un welfare mix, per dare equilibrio alla nostra economia e autofinanziarci, che ci permetta di avere un bilancio sano e flussi per pagare gli stipendi di tutti. Ci teniamo alla tutela dei lavoratori e alle loro certezze. Per questo hanno tutti busta paga e contratto a tempo indeterminato”.
Una cooperativa che si trasforma e che per rilanciare la terra d’origine apre “Fuori di Zucca”, una fattoria sociale di 20 ettari nel cuore di Aversa, una City Farm in stile europeo. Agricoltura biologica, floricoltura, agriturismo, attività didattiche, laboratori, catering, degustazioni, fastfood, la cooperativa contamina la comunità. “Siamo in città, siamo un luogo di svago e divertimento per le famiglie, di occupazione e dignità per chi ha più bisogno. Siamo rete per chi ha fame di diritti”. Insieme ad altre 7 cooperative, Un fiore per la vita fa parte del consorzio Nuova Cooperazione Organizzata con cui hanno attivato il progetto “Facciamo un pacco alla camorra” per dare un segnale che le persone e la terra casertana possono produrre cose buone, sane e genuine. Insieme ad altre 40 organizzazioni sociali sono parte del comitato Don Beppe Diana, che attraverso l’impegno civile, sociale ed economico si propone di sviluppare una cultura antimafia.
“C’è voglia di creare opportunità. Anche quando la camorra ti ruba tutto, quando sei demoralizzato e non sai come ripartire guardi quello che si è creato in questi anni e la motivazione ad andare avanti la trovi perché vedi che si può cambiare, che non è illusione ma realtà, che la rivoluzione parte da noi perché ogni singola azione ha una ripercussione sulla collettività”. Ed in questo tempo, dove il Covid ha cancellato una fonte di guadagno importante, dove le decisioni si dovranno prendere, la speranza non cede alla frustrazione. “Dobbiamo fare qualcosa per il nostro paese. Insieme ci si sente meno soli e si diventa più forti” e con questa forza generatrice Un fiore per la vita pensa al futuro.

Atelier del Bimbo: imparare dalle proprie emozioni
Quando si parla con Isabella è impossibile rimanere indifferenti alla sua intraprendenza, alla tenacia e a quella dose di saggezza che non t’aspetti in una giovane donna. Eppure Isabella è la manifestazione vivente di come una lettura attenta e consapevole di sé stessi porti l’essere umano a generare armonia, un’armonia di cui si è fatta promotrice, per diffonderla e renderla viva nei bambini e nelle famiglie che stanno crescendo. Perché oggi, per vivere felici, l’intelligenza emotiva è più importante di un elevato quoziente intellettivo.
“Ho sempre creduto che il sociale debba essere composto da persone competenti che stanno con l’altro per aiutarlo a dare il meglio di sé. Si tratta di educare, di infondere stima e coraggio e di costruire equilibrio con sé stessi – racconta Isabella Iè fondatrice dell’Atelier del Bimbo – La mia vita privata insieme all’esperienza lavorativa in comunità, mi ha fatto sorgere una domanda come dare ai ragazzi gli strumenti pratici che permettono di non farsi intaccare da ciò che è più grande di loro? La risposta la stavo vivendo sulla mia pelle grazie alla lettura dei bisogni emozionali”. Nasce così l’Atelier del Bimbo, uno spazio in centro a Verona, dedicato ai bambini di età compresa tra i 0 e i 10 anni, nel quale i piccoli intraprendono percorsi che li portano a conoscersi, a scoprire i punti di forza e le aree di miglioramento attraverso attività ludiche ed educative.
“Volevo dar vita ad un luogo diverso, dove i bambini potessero sperimentare le loro emozioni. Il nostro progetto educativo cambia in base al bambino, alle sue competenze e conoscenze ma tutto è plasmato intorno all’alfabeto emozionale perché per crescere è necessario insegnare ai piccoli come riconoscere le loro emozioni, dar loro un nome, ascoltarle ed interiorizzarle prima di agire. In questo modo le emozioni diventano compagne di crescita” rivela Isabella.
Quando i genitori portano i loro figli all’Atelier hanno la sicurezza di lasciare i bambini in un luogo sicuro dotato di percorsi e professionisti che aiutano i minori a scoprire piano piano chi sono. “Il nostro è un servizio di qualità che affianca le famiglie sia nell’alternativa ai servizi nido che alla scuola dell’infanzia. Siamo aperti dalle 8 alle 20 e oltre ai servizi scolastici è possibile iscriversi a diversi laboratori pomeridiani come quello di danza, musica, arte terapia, aiuto compiti, yoga, orticoltura e molto altro ancora” riferisce Isabella. Ma non si pensi a questi laboratori come a qualsiasi attività sportiva: qui l’insegnante non fa solo danza, insegna al bambino come accettare il suo corpo e sentirlo; lo psicomotricista lavora insieme a bambino ed adulto per accompagnarli insieme nello sviluppo; l’arte sprigiona l’espressione emotiva del piccolo…

“La nostra attività educativa si rivolge a tutti anche a bambini con disabilità e patologie come la sindrome di Tourette, H.D.A, spettri autistici – racconta Isabella – in questi anni ho lavorato duramente per costruire uno staff con competenze specifiche perché ci tengo che questo servizio sia a disposizione di tutte le famiglie con minori”. In questi anni hanno accolto 50 bambini, lavorano in modo continuativo con 15 famiglie insieme ad un team ideale di 12 professionisti. Con lo staff Isabella sogna e immagina di ampliare lo spazio per iniziare a fare attività scolastica nel bosco, a contatto con la natura.
“Da quando questo progetto è partito sono passati solo 3 anni anche se a me sembrano 20. L’esperienza imprenditoriale mi ha temprata e ha modellata la mia anima. Sono partita da sola e strada facendo ho incontrato persone che hanno creduto in me, nella progettualità e mi hanno insegnato a come andare avanti” perché non si diventa imprenditori dall’oggi al domani e quando le sfide chiamano bisogna essere capaci di affrontarle con qualche segreto. “Ho imparato a condividere i miei valori, a rendere le persone, anche gli utenti del servizio, parte della realtà e questo ha permesso all’Atelier di crescere e svilupparsi sempre più”.
L’Atelier del Bimbo testimonia la nascita di un servizio innovativo per la città. Nel suo piccolo porta il metodo montessoriano, la teoria di Goleman e la filosofia educativa di Reggio Emilia in azione per lasciare ai bambini la gioia di crescere.














