Sei pronto a fare la tua parte? Immischiati!

Immischiati è un format che nasce oltre 10 anni fa grazie alla riflessione all’interno della “Fondazione per la Natalità”, attiva nella sensibilizzazione sui temi del calo demografico e le riflessioni che ne conseguono e dell’Associazione “OL3 né indignati né rassegnati”, che mira a spiegare in modo innovativo e non convenzionale la Dottrina Sociale della Chiesa.

“È un percorso per risvegliare il senso civico, che per noi cattolici è impegnarsi nel Bene Comune” ci racconta Oscar di Stefano, coordinatore delle attività e factotum di Immischiati, “e uno strumento per rendere fruibile la Dottrina Sociale della Chiesa”.

Immischiati.com

Dagli incontri in presenza iniziali, Immischiati si è trasferita sul web, dove oggi è possibile partecipare a webinar, consultare dispense di approfondimento e ascoltare podcast sulla comunicazione e sull’impegno civico per il Bene Comune. La piattaforma propone un percorso in 5 tappe, che sono i 5 pilastri della DSC:

  • Persona
  • Bene Comune
  • Solidarietà
  • Sussidiarietà
  • Partecipazione

Ogni pilastro è suddiviso in tre parti e introdotto da contenuti pop, come spezzoni di film, per agevolarne la comprensione. La prima sezione illustra i principi dottrinali, poi esplora una visione più laica e civica dei contenuti espressi e infine propone una messa in pratica della Dottrina Sociale nella concretezza di tutti i giorni. “È una sorta di grande enciclopedia della DSC”, ci racconta Oscar, “che attraverso il sito riesce ad essere più facilmente fruibile, ad avere una diffusione capillare e rivolgersi ad un pubblico diversificato”. Attualmente sono circa 7000 gli iscritti a Immischiati, provenienti da tutto il territorio nazionale.

La legge di attrazione che innesca il cambiamento

Immischiati promuove un’idea di cittadinanza attiva e consapevole. Non è un partito e non ha velleità politiche. Mira a risvegliare il desiderio di Bene Comune nelle persone, a rimettere in moto quei “fermenti attivi” che in tutta Italia fanno la propria parte. L’obiettivo è che ognuno, nel proprio network e nel proprio raggio d’azione, possa incidere sulla realtà a favore del Bene Comune.

Come innescare questo nuovo sguardo sulla realtà? Attraverso l’esempio. “È per una legge di attrazione” ci spiega Oscar “che le persone sono portate ad operare un cambiamento. La gioia che io per primo emano nelle cose che faccio contagia gli altri”. Una forza, un magnetismo intrinseco al Bene Comune, dunque, capace di motivare e riattivare le persone.

I giovani: tra strumenti di riattivazione e felicità

Per generare cambiamento il contributo dei giovani è imprescindibile. Dopo una generazione che ha faticato a trovare la propria strada, i ragazzi di oggi, secondo Oscar, sono smarriti e non sentono l’urgenza di realizzarsi. Il pericolo è l’assopimento e l’egoismo, che distrugge la solidarietà.

La responsabilità è del mondo adulto, molto spesso infelice e non realizzato, che ha trasmesso questo stato esistenziale alle nuove generazioni. Qualche filosofo contemporaneo direbbe che è mancata la noia e la carenza, perché i giovani di oggi hanno avuto un’infanzia troppo ricca. E in questa società della performance manca la cultura dell’insuccesso, che ti fa accettare le cadute ed elaborare una via per rialzarti.

Un punto di partenza allora è riabilitare la parola “ambizione”, un termine oggi interpretato negativamente, ma che in realtà esprime desiderio. È il motore che ci spinge ad agire.

Servono esempi positivi, “persone con gli occhi che brillano” le chiama Oscar. Perché i giovani ambiscano a raggiungere non il loro ruolo sociale ma la loro gioia.

Bisogna sviluppare un pensiero critico e imparare a decriptare la realtà dalla virtualità, per capire dove sta la vera felicità.

E poi ognuno deve fare la propria parte, “il nostro pezzetto di Bene Comune”, per abitare la propria quotidianità e trovare la felicità, così da emanare una gioia contagiosa, che rigenera e riattiva gli altri.

Progetti per il futuro

Immischiati non si ferma. In questi giorni si sta registrando un nuovo ciclo di video corsi ed è in programma un tour nazionale di eventi. Cinque tappe in cinque città italiane in cui approfondire i 5 pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa attraverso speaker del territorio.

E allora cosa aspetti… Immischiati! Sei pronto a fare la tua parte?

Ti è piaciuto leggere di questa storia? Se vuoi conoscere altre esperienze nel mondo non profit leggi l’articolo dedicato a Progetto Mirasole.


Podcast 19

Impresa sociale: il sapore dell’inclusione che dà gusto alla vita

Filippo si iscrive all’università di scienze e tecnologie agrarie, perché la sua famiglia ha un’azienda agricola e quella sembra la scelta più naturale. Ma la passione non decolla. Non trova stimoli, mollare tutto però fa paura. Poi è arrivato il famoso “treno”, quello inaspettato, che ha qualcosa di magnetico che ti attrae a sé. Cosa fai: sali a bordo o lo guardi passare? Filippo ha colto l’occasione e si è avvicinato a una cooperativa sociale di produzione artigianale di cioccolato con ragazzi autistici. Un’impresa dal cuore dolce che nutre le potenzialità. Da quella esperienza è nata So.ciok srl, una piccola media impresa a vocazione sociale che ha come mission l’inserimento lavorativo di persone con disabilità. Una realtà che ad oggi gestisce 2 negozi, un laboratorio di produzione continuativa di cioccolato in tutte le sue sfaccettature, 8 dipendenti e una rete distributiva allargata che crea valore. Era questo che Filippo andava cercando: la possibilità di reinventarsi ogni giorno, di tessere relazioni e sognare idee da convertire in progetti insieme a un team.

Avviare un’impresa sociale: tra ostacoli e competitività

L’impresa sociale è un’impresa a tutti gli effetti e va costruita considerando tutti gli aspetti previsti anche nel mondo profit. Un’idea imprenditoriale valida, una produzione di qualità, un progetto di marketing, un’adeguata struttura commerciale. L’inserimento lavorativo è “la ciliegina sulla torta” ci racconta Filippo Mazzocchi, presidente di So.ciok, “è una responsabilità in più che l’impresa decide si assumersi”. E perché sia efficace, è importante capire quale tipo di persone può collaborare, in base al tipo di produzione che si intende realizzare.

Gli ostacoli possono provenire dall’esterno, come è stato per Filippo che ha avviato l’attività a Codogno nel 2019, pochi mesi prima dello scoppio della pandemia. Ci sono poi le sfide interne, come nel mercato del lavoro classico, ovvero riconoscere le attitudini delle persone, individuare le loro qualità e capire in quale ambito lavorativo collocarle. E poi c’è l’aspetto commerciale, che per il mondo dell’impresa sociale significa abbattere i pregiudizi con la qualità del prodotto.

Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra produzione e impatto sociale, per creare qualità e valore.

Le forme di sostegno all’imprenditoria sociale

“Il quadro delle imprenditoria sociale non si presenta ad oggi omogeneo” ci spiega l’avvocato Felice Scalvini, membro del Comitato Scientifico di Cattolica Assicurazioni. Le cooperative, che rappresentano circa il 90% dell’imprenditoria sociale nel nostro Paese, hanno un quadro di riferimento fiscale e normativo definito. Le altre forme invece, introdotte dalla legge del 2007 e poi nel codice del Terzo Settore, “sono ancora in attesa di una piena legittimazione per quanto riguarda i provvedimenti fiscali da parte dell’Unione Europea”.

Sul fronte privato invece, stanno nascendo nuove e originali iniziative nella relazione con le fondazioni e gli enti filantropici, che possono intervenire a sostegno delle imprese sociali.

Un’ulteriore opportunità è il fondo gestito da Invitalia. L’agenzia governativa per lo sviluppo d’impresa ha un fondo dedicato all’economia sociale, che ha una dotazione di oltre 200 milioni di euro al quale varie imprese sociali hanno iniziato ad aderire.

 

Sinergie e coprogettazione

Esistono vari strumenti che possono generare opportunità e creare sinergie efficaci. La coprogettazione, con la pubblica amministrazione e con soggetti privati. I partenariati con le pubbliche amministrazioni. Forme di integrazione operativa tra imprenditoria sociale, pubblica amministrazione ed enti filantropici. Una triangolazione virtuosa che permette di realizzare ampie progettualità e attrarre risorse da soggetti diversi.

Ti interessa approfondire il tema dell’imprenditoria sociale? Leggi questo articolo!


San Giuseppe: patrono dei papà e dei lavoratori

Il 19 marzo è il giorno dedicato a San Giuseppe, sposo di Maria e padre di Gesù. Dal culto di questo santo nasce la Festa del Papà, che ancora oggi celebriamo.

 Ma San Giuseppe è anche patrono dei lavoratori e per questo festeggiato il 1° maggio.

In questo articolo scopriamo come si è diffusa la venerazione e rappresentazione di questo santo, che ancora oggi ispira opere di Bene.

Il culto di San Giuseppe

La venerazione di San Giuseppe è molto antica ed ha probabilmente origine in Oriente nell’Alto Medio Evo. Nel Trecento si è diffusa anche in Occidente, grazie all’opera degli ordini mendicanti, in particolare dei francescani e in seguito, nel Cinquecento, dei Gesuiti.

La festività di san Giuseppe fu inserita nel calendario romano già nel 1479 da papa Sisto IV. Nel 1871 poi la Chiesa cattolica proclamò San Giuseppe “protettore dei padri di famiglia e patrono della Chiesa Universale”. Con l’inizio del XIX secolo, l’usanza di celebrare la Festa del Papà cominciò a diffondersi in tutto il mondo, anche fuori dai paesi cattolici, ma in date differenti.

Iconografia e iconologia

Le rappresentazioni di San Giuseppe sono spesso legate a temi del racconto biblico. Viene ritratto in episodi dell’Infanzia di Gesù (Fuga in Egitto, Natività, Presentazione di Gesù al Tempo) e della vita della Vergine (Sposalizio della Vergine, Visitazione), quale componente della Sacra Famiglia.

Giotto, Sposalizio della Vergine, Cappella degli Scrovegni, Padova, 1304-1305.

Viene raffigurato come un uomo anziano, per sottolineare la sua estraneità al concepimento di Cristo, opera dello Spirito Santo. I suoi attributi più tipici sono il giglio, che rappresenta la castità, gli attrezzi da falegname, in riferimento alla sua occupazione e la verga fiorita, che richiama l’episodio dello sposalizio della Vergine narrato anche nella Leggenda Aurea[1].

San Giuseppe e l'angelo, Battistero di San Giovanni, Firenze, XIII secolo.

Una delle rare rappresentazioni autonome del Santo è il sogno di Giuseppe, che si riferisce a due distinti episodi. Uno è narrato nel Libro apocrifo di Giacomo e racconta che l’arcangelo Gabriele in sogno gli spiegò la situazione in merito la concezione di Maria. In un’altra apparizione, descritta nel Vangelo di Matteo (2,13), l’angelo gli ordina di fuggire in Egitto, perché Erode vuole uccidere Gesù.

Dal Rinascimento in poi San Giuseppe viene rappresentato anche nell’atteggiamento del filosofo, con un libro in mano, in quanto uomo giusto che attinge la sua saggezza dalla volontà di Dio, espressa nelle Sacre Scritture.

L’iconografia del Santo subisce alcune importanti trasformazioni nel Cinquecento, all’epoca della Controriforma. A quel tempo il ruolo del padre fu profondamente rivalutato. San Giuseppe acquistò molto popolarità, incarnando gli ideali e il ruolo del padre cristiano: umile, giusto e lavoratore. Divenne centrale il tema famigliare. Le Sacre Famiglie del tempo liberarono la scena dai personaggi secondari per concentrarsi unicamente sugli attori principali, Maria, Giuseppe e il Bambino. A quest’epoca inoltre risalgono le prime rappresentazioni di San Giuseppe, con una fisionomia più giovanile, ritratto in scene di vita familiare non strettamente legate al racconto biblico.

Rare sono le raffigurazioni della morte di Giuseppe, che secondo una biografica apocrifa morì all’età di 111 anni, o la sua incoronazione, soggetto diffusosi nella seconda metà del XVI secolo nelle chiese dei gesuiti.

San Giuseppe patrono dei lavoratori

Meno conosciuto è il ruolo di San Giuseppe come patrono di falegnami, ebanisti, carpentieri, senzatetto e persino dei Monti di Pietà. Nel 1955 Pio XII volle ricordarlo come patrono di artigiani e operai e festeggiarlo nel giorno del 1° maggio, Festa dei Lavoratori.

Ricordare San Giuseppe in questa occasione significò per la Chiesa riconoscere “la dignità del lavoro umano come dovere dell’uomo e prolungamento dell’opera del Creatore”[2].

Terzo Settore: l'associazione San Giuseppe Imprenditore

Proprio al San Giuseppe patrono dei lavoratori si richiama l’associazione “San Giuseppe Imprenditore”.

Ad Asti un gruppo di ex imprenditori e professionisti ha dato vita ad un’associazione che aiuta industriali, artigiani, commercianti e lavoratori autonomi in grave difficoltà. Nel proprio nome richiama San Giuseppe, come modello virtuoso di riferimento. Il falegname che nel suo piccolo fu imprenditore e coinvolse anche il figlio nella sua attività. Una figura che diede dignità al lavoro, che ne richiama il valore cristiano di servizio alla comunità e contributo al Bene comune.

L’Associazione fornisce supporto tecnico-legale e consigli a persone che stanno attraversando una situazione di crisi economica e aziendale. Aiuta a trovare soluzioni e opportunità di ripresa. Sostiene buone pratiche nel lavoro, guidate dall’insegnamento evangelico, che promuovano un’economia sostenibile e a misura d’uomo.

 

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[1] Si narra infatti che il sommo sacerdote del tempio di Gerusalemme, ispirato da Dio, disse ai pretendenti di portare un ramo secco e deporlo sull’altare. Lo sposo prescelto sarebbe stato quello la cui verga fosse fiorita. Il miracolo avvenne e indicò in Giuseppe il promesso sposo della Vergine. La verga fiorita del Santo è in alcuni dipinti sormontata da una colomba, secondo quanto narrato nel Libro di Giacomo, uno scritto apocrifo. Così, ad esempio, nella cappella degli Scrovegni a Padova, affrescata da Giotto. Qui Giuseppe, come da tradizione del Medioevo, sta per ricevere un colpo sulla schiena dal padrino della sposa, per saggiare la sua virilità (Chiara Frugoni, La voce delle Immagini, Einaudi, 2010, p. 132).

[2]https://www.famigliacristiana.it/articolo/san-giuseppe-il-falegname-simbolo-della-dignita-del-lavoro.aspx#:~:text=01%2F05%2F2023%20%C3%88%20il,giorno%20della%20festa%20dei%20lavoratori



Festa della donna

Ascolta: stiamo risvegliando armonia

Esistono particolari momenti storici, in cui profonde sensibilità, elaborate per lungo tempo dalla società, giungono a maturazione. Sul fronte del tema delle donne, ora ci siamo. Ci troviamo in un’epoca di risveglio e una nuova idea di donna sta prendendo forma. Dopo millenni in cui il pensiero maschile ha modellato la storia, le donne di oggi sono in trasformazione e su più fronti stanno recuperando il potenziale inespresso.

In questo viaggio, dall’antico femminino alle donne di oggi, abbiamo scelto di farci guidare da due “esploratrici”. Donne che nel loro percorso di vita hanno saputo aprirsi all’incontro con altre culture e ne hanno ricavato bellezza.

Luciana Riggio, già docente di lettere antiche e studiosa di antropologia, ha avviato l’associazione Africagoo, che sostiene progetti solidali in Africa. Lì promuove la formazione e l’inserimento lavorativo delle giovani donne africane, per liberarle da un futuro già scritto e, attraverso l’indipendenza economica, consentirgli di generare un destino diverso.

Barbara Spezini, educatrice, direttrice dell’associazione Articolo 10 di Torino, ha dato vita alla Sartoria Colori Vivi, un laboratorio artigianale multietnico, in cui donne migranti possono sviluppare una professione, rendersi autonome e scegliere il proprio futuro.

Luciana, partiamo da te: cos’è il femminino? Quali qualità lo contraddistinguono?

Si dice che viviamo immersi in una società patriarcale, maschilista. Una concezione che individua il problema nel potere maschile. In realtà la nostra società si basa da millenni su un intero sistema di pensiero maschile. E qui sta l’ostacolo vero: non concepiamo un’organizzazione di pensiero femminile.

Per la cultura animista delle popolazioni africane subsahariane, prima dell’arrivo dei colonizzatori, l’universo era suddiviso in quattro elementi, gli stessi della filosofia presocratica greca. Acqua, terra, fuoco e aria. I primi due sono elementi femminili, gli altri due maschili. I primi sono preposti alla conservazione e riproduzione della vita e gli altri due alla distruzione della vita. Quando la forza maschile e femminile è bilanciata, la vita è armonica.

Ad un certo punto però il principio distruttivo ha superato quello creativo. La creatività è stata sopraffatta dall’esercizio del potere, che ha improntato l’organizzazione della vita in ogni suo ambito.

Distruttività sia dal punto di vista dei rapporti umani che della natura. Il femminile invece, creatore, è armonico nei confronti della natura. Con la prima mestruazione, ad esempio, entriamo in relazione con la luna e tutte noi donne siamo connesse con la natura.  L’interferenza energetica è continua. L’energia è movimento e si manifesta sotto forma di danza, come l’orbita dei pianeti. L’universo intero è un’armonia che si esprime attraverso il suono e il movimento. Se questa armonia universale entrasse nel nostro modo di vivere, ci trasformerebbe dall’interno. Infatti se ti senti parte di un flusso di vita che continua, allora anche la paura della solitudine e della morte si annienta, perché tutto si trasforma insieme a te.

Il femminile è la capacità di lasciarsi andare al flusso della vita. Come le doglie del parto: non puoi opporti, ti lasci andare e vivi quel momento. E questo “lasciarsi andare”, fa vivere meglio.

Oggi il problema delle lotte delle donne è che stiamo partendo dall’ultimo anello: impadronirci di un potere che è però sempre inteso sul modello maschile. Se le donne per esercitare un potere devono trasformarsi in uomini, non è una vittoria per la società. È vero che in questa fase non possiamo fare una rivoluzione totalizzante, ma quello deve essere l’obiettivo.

Cosa è accaduto al femminino nell’evoluzione storica? Dall’antichità ai giorni nostri, cosa è cambiato?

Nell’epoca primigenia c’era la credenza di un femminino che intesseva il mondo. Una delle ipotesi è che sia stata la rivoluzione agricola che ha determinato la supremazia del maschile, perché sono nati i concetti di accumulo, progettazione e controllo, che sono tipici dell’energia maschile.

Oggi siamo immersi in questa sete di controllo. La scienza cerca di controllare ogni fase della vita. Un esercizio di potere che non è controbilanciato da una potenza femminile e genera una cultura artificiale, che non sa più confrontarsi con le proprie origini.

Due miti descrivono in chiave simbolica il momento in cui si è verificato questo squilibrio tra maschile e femminile. Il racconto di Adamo ed Eva, nella cultura semitica e il mito di Prometeo, in quella greca.

La coppia edenica viveva in uno stato di natura, dove la natura dava tutto. Essi avevano con Dio un rapporto di confidenza, cioè il divino era in loro. Questo perfetto stato di natura era un’assoluta beatitudine. La tentazione - mangiare dall’albero della conoscenza del bene e del male- posta dal serpente fu il potere. Quando Adamo ed Eva decisero di conoscere il potere, Dio uscì dalla relazione, divenne una voce esterna. Furono cacciati dallo stato di natura. La donna fu destinata a partorire con dolore, perché staccata dalla dimensione naturale e l’uomo a lavorare con fatica, perché era venuto meno il rapporto armonico con la natura.

Prometeo invece, donò agli uomini il fuoco, che rappresenta la tècne e con essa il tempo lineare, della progettazione ma anche della morte e dell’angoscia che ne deriva poiché non la si può dominare. E per questo venne punito da Zeus.

L’umanità ha quindi mantenuto a livello mitico il ricordo di una traumatica rottura con l’armonia primigenia, che ha spezzato un equilibrio e provocato disarmonia.

Chi gioverà della riscoperta del femminino?

La strada da intraprendere passa anche dal coinvolgimento degli uomini, cui finora è stato negato un vivere armonioso. I maschi sono le prime vittime di questo sistema. Basti pensare ai padri, che fino a poco tempo fa erano privati della dimensione educativa dei figli e dell’espressione della tenerezza.

Serve un cambiamento profondo e consapevole.

Ogni donna dovrebbe sentire per sé e per le sue figlie una missione: ricreare un mondo al femminile, dove non combattiamo tra noi per raggiungere il potere maschile, ma portiamo la sete di armonia al potere.

È necessario tornare in armonia con la natura e fare come il colibrì di una famosa storia africana. Il racconto narra che nella foresta scoppiò un incendio, tutti gli animali fuggirono e il colibrì, un essere minuscolo, tornò indietro e decise di fare la propria parte. Portò gocce d’acqua nel suo becco per spegnere le fiamme e con il suo esempio attivò anche gli altri animali.

Si parte da piccoli gesti, è così che si realizzano grandi trasformazioni.

E poi dobbiamo favorire rapporti interpersonali di gentilezza. Il rispetto per gli altri e per le unicità altrui. Iniziare la giornata con un sorriso. Vivere con consapevolezza. Aggiungere alla parola “progresso”, che ha guidato l’evoluzione umana, l’aggettivo “armonico”. Favorire un’economia nuova, non più basata solo sul consumo. Interrompere l’accumulo dei capitali nelle mani di pochi e ridistribuire la ricchezza.

Quello che ci attende è una rivoluzione, ma fatta di strumenti nuovi: di semina di armonia e cura del Bene comune.

Barbara, come imprenditrice sociale, da diversi anni stai incontrando donne provenienti da contesti geografici e culturali diversi. Quali caratteristiche accomunano le donne che incontri?

Le donne con cui lavoro sono migranti e rifugiate, scappate per motivi di guerra o politici. Fuggite da una violenza che le colpisce solo per il fatto di essere donne. Hanno un’identità personale e intima molto privata, che condividono raramente, ma se riesci ad entrare in questo canale puoi scoprire una bellezza incredibile.

Se dovessi elencare dei punti comuni direi: intelligenza pratica, lealtà e fede.

Intelligenza pratica perché sanno leggere le situazioni, sanno avvertire il pericolo, sanno salvarsi. Sono sopravvissute a esperienze terribili. Hanno enormi traumi alle spalle, eppure, un po’come le nostre nonne che hanno vissuto la guerra, hanno un meccanismo interiore per cui il passato è passato. Non ne parlano. Guardano avanti.

Sono leali. Tra me e queste donne, lontanissime dalla mia esperienza di vita, si è creato un rapporto paritario e specchiante. È un incontro tra donne, dove non esiste la dinamica di potere. Io mi occupo di loro ma con un senso di gratitudine reciproco. Hanno cambiato il mio sguardo e attraverso di loro ho trovato il mio posto nel mondo. Sono nata qui per fare qualcosa per loro. Ed è uno scambio reciproco. Il senso della mia vita e la qualità di quello che offro ha senso se posso fare la differenza per qualcuno. Questo mi rende protagonista della mia vita.

E poi hanno fede. Un affidarsi fiducioso, dai tratti a volte magici, rafforzato dalle difficoltà che incontrano nella vita. La traversata in mare, ad esempio, che molte hanno compiuto, è un’esperienza terrificante e quando toccano terra il loro pensiero è “Dio mi ha salvata”. Spesso questo canale, della fede, è stata la porticina che mi ha permesso di entrare in relazione con loro.

Quale fatiche percepisci nelle donne contemporanee? Cosa credi che stiano ricercando le donne di oggi?

Ascolto. Le donne soffrono di condizionamenti derivanti da migliaia di anni di storia. Io dico che abbiamo bevuto il latte di nostra madre, della nonna e della bisnonna. Di generazione in generazione abbiamo ereditato un complesso di inferiorità che oggi si è trasformato in rabbia e ha rotto gli equilibri di un mondo ancora fortemente maschile. Non credo al femminismo violento. Penso che gli equilibri si raggiungano tra compensazioni di reazioni. Le donne oggi sono arrabbiate. Ma non sanno per cosa. Ci vorrà tempo e ascolto, per far uscire il dolore. Ma il cambiamento ci sarà e a farlo saranno le donne, insieme agli uomini, nelle loro reciproche diversità.

Bisogna lasciare che le ragazze di oggi sperimentino, perché hanno imparato il valore della libertà, che significa gestire da sole il limite del rispetto dell’altro. Servono i saggi e serve educazione. Il cambiamento deve passare per una scuola che fin dall’asilo nido educhi al femminile, anche nell’uomo, a un’educazione affettiva, emotiva, spirituale ampia, che accolga. 

Chi è una donna per te, oggi?

È il domani. Ha una gerla addosso gigante, indossa un vestito che ormai è un cencio e vuole cambiare abito. Diventa protagonista dei processi e deve essere una paladina di pace. Deve essere forte, per aprire una breccia nelle mura che l’hanno rinchiusa. E in questo cammino deve accompagnarsi con l’uomo e insieme abbattere i confini che limitano entrambi.

 

Attraverso le parole di queste donne, con gli stessi magnetici occhi chiari, abbiamo compreso che per costruire un orizzonte di pensiero femminile è necessario riscoprire le caratteristiche intrinseche dell’essere donna e tracciare un cammino condiviso con gli uomini. È fondamentale il loro coinvolgimento e per loro la strada sarà forse ancora più misteriosa. Li porterà a scoprire sfaccettature del loro stare nel mondo completamente inesplorate.

Possiamo ristabilire un nuovo equilibrio tra i due principi indissolubili del maschile e del femminile. Prima però abbiamo bisogno di ascolto, di noi stesse e da parte degli uomini, per prendere fiato, lasciar andare e risvegliare un’armonia di cui tutti potranno partecipare.

"Ascoltaci: stiamo risvegliando armonia!"


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