Rubrica Sguardi Inclusivi: ti consigliamo una poesia..
Per iniziare il nuovo anno con gratitudine e pace, per la rubrica Sguardi Inclusivi ti suggeriamo una poesia di Mariangela Gualtieri, Bello mondo, tratta dalla raccolta “Le giovani parole” pubblicata da Einaudi nel 2015.
Una poesia fatta di parole semplici ma che racchiudono il significato del nostro stare al mondo.
Parole che evocano la bellezza della nostra esistenza e fanno nascere un moto spontaneo dal cuore: grazie.
"Bello Mondo": la poesia consigliata dalla rubrica Sguardi Inclusivi
In quest’ora della sera
da questo punto del mondo
Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare
ringraziare desidero
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e il sale
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede
per l’arte dell’amicizia
per l’ultima giornata di Socrate
per il linguaggio, che può simulare la sapienza
io ringraziare desidero
per il coraggio e la felicità degli altri
per la patria sentita nei gelsomini
e per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare
senza uno stupore antico
e per il mare
che è il più vicino e il più dolce
fra tutti gli Dèi
ringraziare desidero
perché sono tornate le lucciole
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati
per la bellezza delle parole
natura astratta di Dio
per la scrittura e la lettura
che ci fanno esplorare noi stessi e il mondo
per la quiete della casa
per i bambini che sono
nostre divinità domestiche
per l’anima, perché se scende dal suo gradino
la terra muore
per il fatto di avere una sorella
ringraziare desidero per tutti quelli
che sono piccoli, limpidi e liberi
per l’antica arte del teatro, quando
ancora raduna i vivi e li nutre
per l’intelligenza d’amore
per il vino e il suo colore
per l’ozio con la sua attesa di niente
per la bellezza tanto antica e tanto nuova
io ringraziare desidero per le facce del mondo
che sono varie e molte sono adorabili
per quando la notte
si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati
per l’attenzione
che è la preghiera spontanea dell’anima
per tutte le biblioteche del mondo
e per quello stare bene fra altri che leggono
per i nostri maestri immensi
per chi nei secoli ha ragionato in noi
per il bene dell’amicizia
quando si dicono cose stupide e care
per tutti i baci d’amore
per l’amore che rende impavidi
per la contentezza, l’entusiasmo, l’ebbrezza
per i morti nostri
che fanno della morte un luogo abitato.
Ringraziare desidero
perché su questa terra esiste la musica
per la mano destra e la mano sinistra
e il loro intimo accordo
per chi è indifferente alla notorietà
per i cani, per i gatti
esseri fraterni carichi di mistero
per i fiori
e la segreta vittoria che celebrano
per il silenzio e i suoi molti doni
per il silenzio che forse è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.
Io ringraziare desidero
per Borges
per Whitman e Francesco d’Assisi
per Hopkins, per Herbert
perché scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.
Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per gli intimi doni che non enumero
per il sonno e la morte
quei due tesori occulti.
E infine ringraziare desidero
per la gran potenza d’antico amor
per l’amor che move il sole e l’altre stelle.
E muove tutto in noi.
Parole.. e voce
Leggi queste parole ma ascoltale anche dalla voce della poetessa che le ha scritte, perché il loro suono ne rinforza il contenuto.
Mariangela Gualtieri, poetessa, drammaturga e fondatrice del Teatro Valdoca di Cesena, a conclusione della raccolta enumera le sue preziose fonti. Scrive infatti che questa poesia prende spunto dalla Poesia dei Doni di Borges, da cui sono liberamente tratte le parti in corsivo. Ma i prestiti e i riferimenti sono ancora più ampi: da Pessoa a dante Alighieri, da Sant’Agostino a Rimbaud e molti altri.
Una proposta della rubrica Sguardi Inclusivi: "tu per cosa vuoi dire grazie?"
Ti facciamo una proposta: perché non scrivere anche tu le tue parole di ringraziamento? Prova a prendere carta e penna, e ricordare quanto di buono questo anno ti ha donato.
Salviamo il bello, salviamo il buono, perché da quello possiamo partire per cambiare anche quanto di negativo può averci accompagnato quest’anno. È scegliendo di dare luce che si rischiarano le tenebre.
Noi di Fondazione Cattolica ringraziamo voi, che ci leggete e ci siete stati accanto nel nostro cammino e vi auguriamo ogni bene per questo nuovo anno che verrà!
La rubrica Sguardi Inclusivi ti incuriosisce? Leggi le altre proposte partendo da questo articolo.
BINARIO ZERO, UNO SPAZIO DI LIBERTA’ E PARTECIPAZIONE
Un luogo in cui immaginare iniziative e sperimentare connessioni. Binario Zero è il progetto di Rulli Frulli LAB che offre uno spazio rigenerativo per la comunità.
Che cos’è Binario Zero? È una nuova area della Stazione Rulli Frulli, una ex autostazione di Finale Emilia, in cui l’associazione di promozione sociale Rulli Frulli Lab ha sede. “È uno spazio, è persone, azioni che si propongono”, ci racconta Agnese, responsabile progettazione ed educatrice. Un luogo in ascolto della comunità, dove tutti possono trovare spazio.
Binario Zero: da progetto a.. azioni!

Binario Zero nasce nell’ottobre 2022 dalla volontà di far interagire i progetti di Rulli Frulli fra di loro e offrire uno spazio di libertà e partecipazione aperto alla comunità.
“Nella Stazione coesistono vari progetti: la banda Rulli Frulli che fa musica di integrazione, Astronavelab, una falegnameria sociale pensata per dare un’occupazione a ragazzi con disabilità oltre che offrire un’attività per il tempo libero, la radioweb, il ristorante… mancava però un vero e proprio collante. Dovevamo trovare il modo di essere in tanti, essere diversi, sentirci tutti partecipi e accogliere anche chi ancora non ci conosceva - dice Agnese - Così nasce Binario Zero. La nostra è un’associazione che vuole fare rumore, vogliamo fare interazione e creare scompiglio”.
L’associazione prende forma dai ragazzi. Attraverso i percorsi di Alternanza Scuola Lavoro attivati con le scuole superiori, un gruppo di 15 giovanissimi ha elaborato un progetto iniziale, individuando i bisogni del territorio e pensando come il nostro spazio poteva rispondere a quelle esigenze. “Ci siamo presi cura anche dell’aspetto esteriore dell’ambiente, progettando spazi divisi da pannelli mobili ideati e realizzati insieme ad una falegnameria professionale. Abbiamo aperto lo spazio di accoglienza per organizzare feste, supportato le attività del bar ristorante, organizzato laboratori e iniziative rivolte a bambini e ragazzini e abbiamo anche avviato un centro estivo alternativo per l’estate”.
Un salto nel vuoto. Per la prima volta chi entrava in Binario Zero non conosce il metodo di Rulli Frulli, un modello sperimentato e consolidato con l’esperienza della banda. Ma, inevitabilmente, ne viene contagiato. “Adesso siamo una trentina di ragazzi volontari. Ci troviamo una volta ogni due mesi e programmiamo le attività. Siamo diventati un gruppo organizzativo che pensa, coordina e progetta le attività di tutta la stazione”.
Uno spazio di libertà e partecipazione per la comunità

Luoghi con un così alto potenziale creativo talvolta rischiano di diventare circoli chiusi, rivolti ad una cerchia ristretta di persone. Ma non è proprio questo il caso! Per coinvolgere la comunità, i ragazzi di Binario Zero hanno puntato su due elementi: la presenza concreta sul posto e l’offerta di proposte accattivanti.
“Fin dall’inizio ci siamo posti come un luogo da abitare, un obiettivo impegnativo e che richiede di essere presenti. Il punto di forza è che noi in questo posto ci siamo, lo presidiamo ma con apertura verso gli altri”, conferma Agnese. “Per favorire la partecipazione siamo partiti dalla promozione di eventi interessanti, coinvolgenti ma anche conviviali, che rispondessero ai bisogni del territorio. Abbiamo ospitato approfondimenti sul tema degli hikikomori, serate di prevenzione con il Comune e i Servizi Sociali, occasioni cui partecipare non solo per ascoltare ma anche per incontrare le persone. Alcune aziende hanno organizzato da noi cene aziendali, meeting, giornate di team building. Abbiamo avviato corsi di cucina e serate di gaming”.
In un anno sono entrate quasi 20mila persone, ma lo slancio di ascolto continua e si evolve. “Ai ragazzi è venuto in mente di creare sulle tovagliette del ristorante un modulo scansionabile dove chi viene può dire cosa vorrebbe fare. Uno strumento per metterci in ascolto della comunità... Perché per essere casa bisogna diventare un valore per gli altri”.
Un percorso che si autorigenera

L’associazione Rulli Frulli è ormai attiva da oltre 10 anni ed è arrivato il momento di immaginare il proprio futuro: “In prospettiva vogliamo diventare grandi ma farlo con il nostro vivaio! Fare in modo che i ragazzi ne siamo sempre più i protagonisti”. Questa è la prova del nove: un luogo rigenerante, in grado di autorigenerarsi.
Le novità in arrivo sono il progetto di produzione alimentare Rulli Food e un piano di formazione e inclusione intergenerazionale. “Abbiamo vinto un bando finanziato dai fondi del PNRR sulla conciliazione vita lavoro” ci racconta Agnese, “con il quale 6 ragazzi con disabilità andranno a vivere in appartamenti vicino alla Stazione. Verranno formati da noi nell’ambito della ristorazione e lavoreranno qui per 3 anni. Pensiamo ad un’attività aperta a tutte le fasce della popolazione, in cui persone con fragilità, studenti e anziani possono formarsi insieme, scambiandosi competenze, cura e sensibilità”.
Il destino di Binario Zero è continuare ad essere un luogo che risponda alle esigenze di tutti. Un posto in cui respirare serenità, libertà, accoglienza ma anche una grande energia creativa. Uno spazio con una magia particolare, rigenerativa!
Per questo Fondazione Cattolica ha deciso di stare accanto all’Associazione Rulli Frulli Lab anche in questo ultimo progetto: perché crediamo in chi desidera rigenerare le persone, con progetti concreti e che fanno la differenza.
Ti è piaciuto questo articolo? Leggi altre esperienze di storie sociali! Come Modus, il salotto fuori casa.
Rigenerare i territori per rigenerare le comunità
È possibile ripensare i nostri territori e le nostre città in un’ottica che promuova una rigenerazione anche umana in termini di inclusività e sostenibilità? Ne parliamo con Catherine Dezio.
Da alcuni anni sta maturando nella società una maggiore attenzione alla cura del territorio e alla riqualificazione delle città. Una sensibilità che è emersa a seguito dell’evidenza dei cambiamenti climatici da un lato e dal bisogno di ricercare buone pratiche che possano restituire gli spazi urbani alla collettività.
Ma cosa significa rigenerare un territorio? E quali sono gli impatti sulle comunità?
Lo abbiamo chiesto a Catherine Dezio, architetto, che dopo anni di studio in Italia e all’estero è ora strutturata del Dipartimento di Territorio e Sistemi Agroforestali dell’Università degli Studi di Padova, docente di Pianificazione Territoriale e vicepresidente della laurea in Pianificazione e Gestione del Territorio e del Verde.

Catherine da anni il tuo campo di ricerca sono i sistemi agroambientali nei contesti urbani ed extraurbani. Ci racconti qual è la situazione italiana in termini di stato del territorio e densità abitativa, anche in rapporto ai cambiamenti climatici?
"L’Italia è sempre stata definita come il paese dei piccoli comuni. Ha una geografia particolarmente articolata, costituita da un centinaio di città dove risiede la metà della popolazione, e 7.900 piccoli comuni in cui vive il 50% restante. Comuni sotto i 15-10.000 abitanti, anche sotto i 5.000, che soffrono una situazione di grande spopolamento da diversi decenni.
La geografia già di per sé racconta diverse tipologie di fragilità. Quelle delle grandi città sono dovute a fattori quali il consumo di suolo, il degrado sociale, la solitudine degli anziani, la sicurezza, in particolare per le donne, la questione abitativa, il rischio idrogeologico. Nei piccoli comuni invece la fragilità è conseguenza dello spopolamento, della mancanza dei servizi primari (sanitari, di assistenza sociale, educativi), dell’abbandono delle terre e del patrimonio culturale.
Il tema della rigenerazione è allora la risposta che di pari passo si declina a seconda del contesto in cui ci troviamo".
Quali sono le operazioni di rigenerazione urbana che si possono mettere in atto?
"Dipende dai contesti. Esistono strumenti a basso impatto economico, che si chiamano azioni di urbanismo tattico. Movimenti, talvolta anarchici, di riappropriazione del territorio, come la famosa “guerrilla gardening”, una sorta di giardinaggio “d’assalto”.
Ma ci sono anche azioni guidate, in cui interviene l’urbanistica, l’istituzione. Godono di ampia risonanza mediatica e si possono tradurre in eliminazione dei parcheggi, pedonalizzazione delle strade, colorazione delle aree per cambiare funzione agli spazi. C'è poi la forestazione urbana. Il sistema del verde consente infatti di cambiare molto la qualità dello spazio. Non a caso gli immobili in prossimità delle aree verdi acquistano molto valore. Perché il verde è un’opportunità per tutti. È l’ombra sotto cui tutti vogliono parcheggiare, l’ambito di gioco dei bambini. Rispetto i cambiamenti climatici riduce gli inquinanti e abbassa la temperatura. Quindi ha un effetto sul microclima delle città e in parte anche sul riscaldamento delle abitazioni. Può essere, se ben utilizzato, anche uno strumento per modificare lo spazio stradale. Nel momento in cui viene progettato lo spazio verde infatti, si possono avviare altre progettualità. Inserire un percorso ciclabile, eliminare i parcheggi e piano piano cambia il volto della città.
Altro intervento possibile è l’agricoltura urbana, che in molti sistemi urbani rappresenta un’opportunità di aggregazione e non solo di produzione del cibo. Uno spazio di socialità per gli anziani e se ben progetto anche per l’intergenerazionalità.
Interventi più abituali sono anche il riuso delle abitazioni e la riqualificazione degli edifici.
Il concetto fondante di tutti questi interventi è la riappropriazione dello spazio pubblico. Un'idea che è alla base del diritto alla città teorizzato da Henri Lefebvre nel 1968. È la rivendicazione collettiva dello spazio pubblico e la cura del territorio comune, come diritto della comunità. Inteso non solo come azione progettuale, ma come utilizzo concreto dello spazio".
Ci racconti alcuni esempi concreti di rigenerazione urbana e umana cui hai preso parte?
"Tutto quello che è intervento sul sistema urbano, sul territorio e sullo spazio in generale ha un riscontro sul sistema sociale. Lo dicevano i grandi urbanisti del ‘900, Bernardo Secchi in primis.
Vi propongo due esempi di rigenerazione. Uno in una grande città, che usa l’agricoltura urbana, la forestazione urbana, la riqualificazione degli edifici. E per il contesto dei territori minori, un intervento che promuove l’inclusione sociale e un’idea di turismo differente".
1) OPEN AGRI
"Milano, 2017, lavoravo al Politecnico e come gruppo di lavoro siamo stati coinvolti in un grande progetto europeo per la rigenerazione di un'area di Milano. La zona individuata era tra il parco agricolo sud e la zona sud est della città. Quell’area agricola che si trova tra Fondazione Prada, borgo di Chiaravalle e il bosco di Rogoredo. L'obiettivo principale del progetto era la realizzazione di un Hub Agricola innovativa, agroecologica, alle porte di Milano. Per fare questo, il progetto prevedeva di ristrutturare una cascina abbandonata (Cascina Nosedo) e destinare 34 ettari di terreni abbandonati a start up di giovani, non agricoltori, che avessero presentato progetti innovativi (in cui, ad esempio, l’agricoltura diventasse veicolo di aggregazione e inclusione di soggetti fragili). Il contesto urbano particolare e complesso, però, ci ha spinto a fare un passo in più. Realizzare non solo l’hub agricola, ridistribuire i terreni e avviare la produzione, ma anche riappropriarci del territorio e restituire alla comunità un parco agricolo aperto alla collettività. Come lo abbiamo fatto? Attraverso il progetto urbanistico. Tracciando percorsi pedonali, ciclabili, progettando una riforestazione che ridisegnasse il paesaggio tradizionale lombardo. Ma la vera chiave è stata la progettazione partecipata. Abbiamo coinvolto i nostri studenti del Politecnico e i residenti organizzando camminate e laboratori, dando loro la possibilità di discutere di quella che doveva essere l’immagine e lo scenario futuro di questo spazio. La riappropriazione è stata alla base della rigenerazione del luogo".
2) TWIN
"È un progetto che nasce dentro il laboratorio del progetto VENTO, il progetto della ciclabile più lunga d’Italia, da Venezia a Torino, attualmente in realizzazione (780km). Un modello che ha fatto scuola. Non tanto per la ciclabile ma per l’idea che il turismo lento possa essere strumento di rigenerazione per i territori marginali. Il territorio italiano è particolarmente denso di linee lente, cammini, sentieri, che però spesso scarseggiano di manutenzione e servizi. Per questo è difficile far decollare il turismo in quei luoghi. Aree ricchissime dal punto di vista delle risorse culturali e naturali ma povere di servizi essenziali, opportunità lavorative e capacità economica.
Il progetto TWIN (Trekking, Walking, Cycling for INnclusion), nel nome evoca la presenza di due elementi gemelli, turismo lento ed inclusione sociale. È stato finanziato dal fondo Polisocial del Politecnico di Milano ed è stato realizzato in un’area dell’Appennino Tosco Emiliano, sul Passo della Cisa. Lì si incrociano un fascio di linee lente, tra cui anche la via Francigena, ma scarseggiano servizi di accoglienza. L'idea è stata costruire un bivacco di montagna, autosufficiente (dotato di bagno e dell'occorrente per cucinare), utilizzando il legno della tempesta di Vaia, progettato da noi e realizzato in collaborazione con i detenuti del carcere di Monza. Questo bivacco è stato dato in gestione al comune di Berceto e ad alcune cooperative sociali del territorio, dando un’opportunità di lavoro a soggetti fragili, che si occupano di accoglienza e informazione turistica. Si chiama CAPANNA 1, in quanto l'idea è di moltiplicare il progetto e replicarlo su altri territori fragili".
Quali sono gli ostacoli da superare in un percorso di rigenerazione urbana e conseguentemente anche umana?
"La rigenerazione urbana per creare valore, non solo economico ma anche ambientale e sociale, richiede una visione, un'idea di città condivisa coralmente. Questa visione deve passare attraverso un dibattito che coinvolga operatori pubblici, privati, associazioni e comunità. Il problema di un processo di questo tipo è mettere tutti questi attori allo stesso tavolo, liberarli da preconcetti e predisporli a nuove sfide di collaborazione e dialogo. La rigenerazione è un lavoro di squadra. Non lo può fare un soggetto solo. Non è sufficiente l’intervento dell’istituzione. Se l’istituzione mette a posto una strada quella non è rigenerazione. La rigenerazione è un progetto condiviso, un laboratorio di sperimentazione e innovazione in cui si lavora in team, con competenze diverse e attori diversi. Se manca uno di questi soggetti non si ha vera rigenerazione.
Inoltre, vedo che si fa ancora fatica ad accogliere un'immagine di università che scende dal piedistallo e si sporca le mani. Aperta a non impartire lezioni ma, anzi, a collaborare all'unisono per un progetto comune. Non è sempre stato così, ma ora anche l'università è cosciente del fatto che l'innovazione si concretizza necessariamente sul campo, nel sociale e nel territorio".
L’Italia e l’Europa stanno adottando politiche che favoriscano la rigenerazione dei territori e delle comunità?
"Per quanto riguarda la riappropriazione dello spazio e gli interventi di urbanismo tattico, spesso l’idea che hanno alla base è che l’uso dello spazio e la qualità della vita viene prima dell’uso dell’automobile. Concetto completamente estraneo alla mentalità italiana. Negli anni ’60, quando i paesi del nord Europa investivano sui mezzi di trasporto pubblico, da noi si investiva sul diritto alla casa e di conseguenza sulla proprietà. Proprietà della casa, degli elettrodomestici e della macchina appunto. Di conseguenza lo spazio urbano della città italiana è uno spazio in cui muoversi in macchina. Per migliorare la nostra qualità di vita (e di salute) è necessario un vero e proprio cambiamento culturale, che possa alimentare una trasformazione delle nostre città.
..segnali di cambiamento
Qualcosa si è attivato durante il Covid. Si è diffuso lo slogan “Reclaim your city”, "riappropriati della tua città", del movimento delle C40. Una visione che considera lo spazio urbano una propagazione dello spazio privato. È un concetto difficile per noi italiani. Generalmente pensiamo che solo ciò che è di nostra proprietà debba essere curato. Invece, la "cosa pubblica" e il bene comune comporta allo stesso tempo sia un dovere che un diritto inalienabile di cura collettiva.
A Milano durante la pandemia si sono attivate strategie di urbanismo tattico, come il progetto PIAZZE APERTE, di grande successo. Sono state individuate una serie di piazze nella città, rese pedonali e liberate dagli stalli auto. È stato ideato un progetto grafico a basso costo e partecipato che, dipingendo l'asfalto, ha ridefinito l'ambito di utilizzo e l'immagine del luogo. In questo modo è cambiato anche il mercato immobiliare. Alcune zone sono state riqualificate, anche dal punto di vista umano. Se porti le persone ad abitare uno spazio aperto, porti un presidio ed è l’animazione territoriale che riesce effettivamente a mantenere la sicurezza.
Anche il Comune di Verona, l'Università di Verona e noi dell'Università di Padova abbiamo recentemente avviato un progetto innovativo di rigenerazione: èVRgreen. Prevede l'utilizzo dello strumento della forestazione urbana e il monitoraggio dei parametri agroambientali per migliorare lo spazio pubblico e la qualità della vita dei cittadini. Un segnale positivo, che ci conferma che la trasformazione culturale è in atto".
Fondazione Cattolica
Il progetto di turismo lento raccontato da Catherine sull'Appennino Tosco Emiliano ci ricorda molto i nostri Viaggi Controcorrente. Occasioni di esperienze di senso proposte dalle realtà della nostra rete, che coniugano inclusività, sostenibilità e valorizzazione del territorio. Vuoi saperne di più? Scopri qui il nostro catalogo.
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La rete Contagiamoci al Festival della Dottrina Sociale
All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.
All’interno del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, tenutosi al Pala Expo di Verona Fiere dal 24 al 26 novembre, 180 persone da 75 enti sociali della rete Contagiamoci di Fondazione Cattolica hanno valorizzato l’impegno di chi opera nel Terzo Settore e ricerca nuove soluzioni operative per rispondere alle tematiche emergenti.
L’obiettivo più specifico, all’interno di un percorso iniziato oramai 5 anni fa, è stato guardare avanti, delineare il futuro, individuare delle linee guida condivise che possano accompagnare, caratterizzare, custodire tutti i componenti di questa rete informale.
“Laddove non ci tiene insieme l’interesse, l’economia, il legame giuridico – ha affermato Adriano Tomba - ci tiene insieme la relazione. Non ci siamo mai contati, non abbiamo mai guardato il tasso di fede, né il logo dell’associazione: siamo in relazione come persone, non simboli o appartenenze. La nostra forza è riuscire a entrare in relazione con altri e la chiave è la presenza.”
Due giorni immersivi passati tra convegni, conferenze, tavoli di lavoro e workshop tematici come quello proposto dalla cooperativa sociale Logogenia sulle Strategie di lavoro per veicolare una stimolazione linguistica efficace.


“Siamo in una fase di frantumazione dove le cose stanno insieme per brevi momenti” ammette Johnny Dotti “per costruire pensiero e affrontare le sfide future delle comunità servono tre cose: lavorare sulle persone per costruire relazioni che promuovono reti; creare conoscenza attraverso la ricerca degli elementi raccolti durante l’esperienza fatta sul campo e infine darsi una forma giuridica flessibile ma che proponga un contratto di intenti che garantisca anche la partecipazione delle giovani generazioni”.
Ci sono sfide molto forti che non è possibile affrontare da soli. Per irrobustirci abbiamo tutti bisogno di poter attingere ad una solidità di esperienze condivise, di cominciare a pensare le cose insieme e a camminare lungo percorsi che consolidano.
“Contagiamoci” è un modello. Un modello che permette di costruire, di trovare soluzioni quando incontriamo problemi, stimoli quando siamo stanchi, compagni di viaggio quando ci sembra di essere soli.
Questo modello l’abbiamo sperimentato, cioè ne abbiamo fatto esperienza. Ci riguarda. Ci tocca.
Custodire l’intenzione originaria è il fondamento. E di questo si è parlato con Patrizia Cappelletti – Centro di ricerche ARC dell’Università Cattolica - nell’incontro del giugno scorso a Carpi. Delineare le parole chiave perché questa esperienza possa continuare è invece il tema sviluppato con Johnny Dotti nell’incontro al Pala Expo.
E le parole individuate sono tre. Semplici quanto significative: libertà, fiducia e generatività.
Sono la fiamma che va custodita affinchè la fatiche non ci schiaccino, i risultati non ci esaltino ed i progetti che ci stanno a cuore si realizzino.
I tavoli di lavoro al Contagiamoci!
Quest’anno i partecipanti hanno potuto scegliere di condividere le proprie esperienze ed apprendere nuove competenze e stimoli all’interno di sei tavoli di lavoro.
Le comunità educanti
Come generare comunità educanti, come esserne parte, come custodirle.
L’incontro condotto da Francesca Carli e Emanuele Borghetti di Villa Angaran, ha permesso di lavorare sulla relazione e sull’apprendimento delle reti territoriali. Il gruppo ha constatato l’importanza di questa rete per formulare pensiero condiviso con il quale incontrare poi persone e comunità.
Giovani e lavoro nel sociale
Punti di forza, criticità, ambiti di miglioramento.
Insieme a Luca Tagliapietra (Il Ponte Schio) e ad Arianna Cocchi (Sophia Impresa Sociale), i partecipanti hanno sviluppato un dialogo costruttivo partendo dalle 3 P: preoccupazione, precarietà, povertà. I giovani d’oggi hanno sogni tradizionali e bisogni reali: mettere in piedi una famiglia, comprare casa, pagare l’affitto… Come creare un futuro? La proposta è di sviluppare una leadership orizzontale e di provare a cambiare lo status quo delle organizzazioni migliorando la comunicazione tra il vertice e la base dell’organigramma aziendale. Attraverso compartecipazione, fiducia e ascolto è possibile superare le logiche di controllo e favorire un miglioramento della qualità di vita sia lavorativa che personale.


Conciliare anima ed organizzazione
Come organizzare al meglio il lavoro destreggiandosi tra rete/delega
Il gruppo, guidato da Andrea Coden (coop. Sociale Equa), si è inizialmente interrogato sul significato e sul peso dell’anima. Esiste una spiritualità che crea riti proposti anche nei contesti organizzativi. Attraverso azioni concrete è possibile motivare l’organizzazione. Come? Il gruppo ha proposto alcune modalità:
prendendosi tempo per staccare dall’ordinario e dare linea ai pensieri; prendendosi cura e favorendo il team building; valorizzando le esperienze individuali; donando le proprie competenze; creando flessibilità organizzativa; educando con leggerezza; curando le parole e utilizzando un linguaggio accorto; favorendo lo scambio tra realtà della rete e migliorando la propria professionalità.
Co-progettazione e rapporti con la Pubblica Amministrazione
Linee guida ed esempi per una efficace co-progettazione con pubblica amministrazione ed imprese.
Questo tavolo, guidato da Mauro Fanchini (Il ponte – Invorio), ha smosso il desiderio di entrare dentro alla Riforma. Gli enti sociali manifestano una stanchezza importante ma questa fase di transito viene vista anche come una grande opportunità. Lasciarsi trasportare o diventare propositori di programmi? È questa la chiamata che sente il gruppo: prepararsi e offrire le proprie competenze per creare un sistema che non imbrigli ma che valorizzi. Cosa fare allora per creare città dove i cittadini stiano bene? Serve formarsi e informarsi per poi creare un dialogo propositivo.
Volontariato e vocazione
Dal donare il tempo libero alla presenza che dà senso alla vita
Insieme a Gaia Barbieri (ManiTese) e Andrea Boccanera (Onlus Gulliver) si è affrontato un tema importante: ingaggiare la presenza mettendo a fuoco il valore che ogni persona porta con sé e può trasferire alla comunità
Parole e immagini per comunicare il sociale
Come comunicare in modo efficace utilizzando nuovi strumenti e modalità.
Con Carmine Falanga e Andrea Ferrari (ISES) i partecipanti hanno condiviso le loro esperienze, conosciuto strumenti che consentono di raccontarsi sia online che offline!
Vuoi saperne di più di Contagiamoci? Guarda i fondamenti della rete!
Escogito lancia l’appello dei giovani: “Non lasciateci soli!”
Un evento con e per i giovani. All’iniziativa Escogito Fondazione Cattolica ha incontrato gli studenti della città per rispondere alla domanda “Qual è il mio posto nel mondo?”
Il 70% dei giovani intervistati nella ricerca “La parola ai giovani” condotta da Fondazione Cattolica su un campione di 600 studenti veronesi tra i 14 e i 22 anni, racconta di credere nel futuro. Ma solo il 40% lo vede nella propria città. Di cosa hanno bisogno i ragazzi? “Ci servono guide. Sappiamo che il futuro lo dobbiamo costruire ma abbiamo bisogno di alleati per farlo” a questo appello da Fondazione Cattolica abbiamo risposto con un evento che cerca di trasmettere nuovi modelli d’azione con cui costruire il domani.
Escogito
Dopo la prima edizione, Fondazione Cattolica ha rinnovato l’appuntamento con Escogito, evento rivolto a 600 studenti di Verona e Provincia che si è tenuto l’1 dicembre in Gran Guardia. L’incontro, patrocinato dal Comune di Verona, ha avuto l’obiettivo di aiutare i ragazzi a rispondere alla domanda “Qual è il mio posto nel mondo?” attraverso una mattina di cultura, ricerca ed esperienza.
Sul palco di Escogito, condotto da Marta Dal Corso si sono alternati Andrea Castelletti, regista teatrale Spazio Modus Verona, Matilde Gozzi, studentessa Liceo Alle Stimate, Davide Peccantini, Docente di Diritto ed economia aziendale Istituto Seghetti, Emanuele Bortolazzi, Docente di Religione Istituto Tusini e Thomas Ambrosi CEO Ambrosi S.r.l., Jacopo Buffolo, Assessore alle Politiche Giovanili.
La mattina si è suddivisa in tre parti con una rappresentazione teatrale, “7 giorni”, che ha coinvolto alcuni studenti di Labcreativo45; è proseguita con la presentazione dei risultati di un’indagine realizzata da Fondazione Cattolica intervistando ragazzi veronesi sulle loro aspettative verso il futuro e si è conclusa con la consegna del Premio “Giovani di Valore”, riconoscimento a 5 giovani che si sono distinti a livello nazionale per il loro talento, capacità imprenditoriale o impegno nel sociale.
Escogito - lo spettacolo "7 giorni"

Fa riferimento ad un fatto realmente accaduto durante la Prima Guerra Mondiale quando nei campi di trincea arriva l’ordine di cessare il fuoco per una settimana a Natale. Lo spettacolo scritto e messo in opera da 16 studenti di Labcreativo45 guidati dalla regia di Teatro Impiria, fa riflettere sull’importanza di superare le diversità per agire a favore del benessere delle comunità. Questo spettacolo ha lanciato un messaggio: nessun cambiamento può avvenire se lasceremo comandare ad altri la nostra intelligenza emotiva.
Escogito - la ricerca "La parola ai giovani"
“La parola ai giovani” è il progetto di PCTO 2023 (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, ex Alternanza Scuola Lavoro) realizzato in Fondazione Cattolica con alcuni studenti iscritti ai licei di Verona su un campione di 600 persone di cui 50 intervistati qualitativamente. La ricerca ha scattato una fotografia dei giovani della città. Chi sono, cosa sentono e cosa vogliono i ragazzi tra i 14 e i 22 anni di Verona? Emerge una generazione consapevole seppur indecisa. Il futuro è percepito come una sfida, la scuola offre buone basi di partenza ma non sufficienti per affrontare la complessità; le famiglie sono ancore di legami spesso inermi rispetto alle problematicità su larga scala.

I ragazzi si sentono distanti da una città che non riconoscono come propria e nella quale non vedono opportunità di sviluppo. Sanno che per cambiare il mondo e renderlo più accogliente, come si augurano, servono alleanze generazionali. I dati evidenziano il bisogno dei giovanissimi di trovare: guide capaci di identificare il valore personale per accompagnarli ed esperienze in cui cimentare le proprie competenze.
Per questo Fondazione Cattolica ha lanciato il progetto PCTO 2024, Sperimentare per Crescere, volto a far incontrare la realtà agli studenti ed aiutarli a formulare progetti di impresa da sviluppare nei contesti scolastici.
Escogito - il Premio "Giovani di Valore"
Il “Premio Giovani di Valore” testimonia il coraggio di 5 giovani che a discapito dei pronostici hanno avviato imprese per costruire un futuro più inclusivo, equo, sostenibile. Attraverso la loro conoscenza i partecipanti hanno compreso che per trovare un posto nel mondo è necessario: appassionarsi, formarsi costantemente, creare relazioni sempre nuove e cimentarsi senza temere di sbagliare!
Valentina e Federica Sorce
Nella vita si può scegliere di fuggire al proprio destino oppure di abbracciarlo. Federica e Valentina Sorce hanno provato sulla loro pelle la fatica della diversità. Eppure ciò che in apparenza sembrava un limite è diventato il loro più grande motore di crescita. OpenHouse è un luogo di inclusione e opportunità che dà valore alla vita delle Persone rendendole parte di un sistema capace di accogliere la fragilità umana. Federica e Valentina vengono premiate perché hanno saputo trasformare il loro desiderio di un mondo fatto a misura di una persona, in una casa per tanti.
Oscar Di Stefano
L’amore è astrazione ma è anche un propulsore di energia che attiva le persone a diventare Qualcuno per gli altri. È l’amore per la cosa pubblica, per “il fare” che genera Bene Comune, ad aver attivato Oscar Di Stefano. Il progetto Immischiati è un cammino di conoscenza e consapevolezza che Oscar ha rivolto ai giovani per renderli protagonisti del futuro del nostro Paese. Oscar viene premiato perché ha scelto di investire le sue competenze in un agire collettivo che crea impatto per la comunità intera.
Aurora Caporossi
Ci vuole tempo per rimarginare le ferite ma ci vuole carattere per evolvere la sofferenza vissuta in una possibilità di trasformazione positiva per altri. Di fronte alla solitudine provata da chi vive disturbi alimentari, Aurora Caporossi ha deciso di alzare la voce, di metterci cuore e testa per creare un’altra via. Animenta è un progetto che accompagna ragazze e ragazzi in tutta Italia a scoprire sé stessi imparando ad amarsi per come si è. Aurora viene premiata perché ha dimostrato che esiste una possibilità di uscita dalla vulnerabilità e quando accade il valore personale risplende a beneficio di sé e della comunità circostante.
Giacomo Alberini
Si può giocare a fare gli imprenditori o esserlo davvero. Giacomo Alberini ha colto la sfida e ha deciso di cambiare il mondo mettendosi in gioco. Sostenibilità e comunità sono gli elementi che caratterizzano il suo pensiero fatto di concretezza e possibilità. Treebu è un’occasione per le imprese e per i territori perchè attraverso progetti di piantumazione mira a migliorare il contesto ambientale per la vita di tutti. Giacomo viene premiato perché ha trasformato il suo desiderio di “creare”, in un modello imprenditoriale di innovazione sociale e comunitaria.
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