Bando GREST Verona 2021
Per l’estate 2021 Fondazione Cattolica attiva il Bando GREST. Il bando rivolto alle Parrocchie della Diocesi e/o della Provincia di Verona interessate a realizzare un’esperienza estiva ad alto impatto educativo per bambini e ragazzi.
Estate: tempo di vacanze, di giochi, di divertimento e… di GREST. Per molte famiglie le attività proposte dagli oratori e dalle parrocchie rappresentano un luogo sicuro in cui lasciare i propri figli durante il periodo estivo. Bambini e animatori crescono insieme in un clima valoriale caratterizzato da condivisione, collaborazione ed inclusione. Il GREST ha una funzione sociale, ludica e comunitaria. Alla dimensione educativa, realizzata tramite progetti formativi specifici, definiti per età del ragazzo, si associa una dimensione spirituale che orienta e dà senso al tutto.
Fondazione Cattolica, crede nella formazione dei ragazzi e ritiene il GREST uno strumento insostituibile di crescita educativa. Per questo ha stanziato un Bando dal valore complessivo di 100mila euro. Il contributo assegnato sarà compreso tra i 500 e i 2.000 euro per ciascuna Parrocchia che risulterà assegnataria del bando. La valutazione assegnata è a insindacabile giudizio della Fondazione.
Come partecipare? Possono partecipare le Parrocchie della Diocesi o della provincia veronese previa lettura del regolamento , della compilazione e dell'invio del modulo allegato. I documenti devono essere inviati a: fondazione.cattolica@cattolicaassicurazioni.it. Solo le richieste inviate entro le ore 12 del 15 giugno, complete, firmate dal Parroco o dal legale rappresentate, saranno prese in considerazione.
Giovani, Terzo Settore e futuro: una sfida per trasformare beni in stato di abbandono in beni per la comunità
Fondazione Cattolica entra nelle aule universitarie con “Out of the standard”, la sfida rivolta ai giovani studenti dell’Università scaligera per trovare risposte capaci di innovare il mondo non profit.
In collaborazione con il C-lab e l’Università degli Studi di Verona, Fondazione Cattolica ha promosso un percorso sfidante e stimolante capace di fare luce sulle evoluzioni che attendono il Terzo Settore. Le due sfide proposte, una sulla creazione di un mercato inclusivo per i prodotti non-profit e l’altra sulla trasformazione di beni in disuso in beni di comunità, sono state accolte da 20 studenti. Ma chi sono i ragazzi che hanno scelto di impegnare il loro tempo nella ricerca di risposte innovative per recuperare immobili abbandonati? Cosa pensano del mondo non-profit e come il loro impegno guarda al futuro?
I giovani studenti della sfida
Sono ragazzi e ragazze iscritti ad indirizzi di laurea triennale e magistrale, con esperienze di volontariato maturate in settori diversificati e con una spiccata propensione all’internazionalità.
“Ho deciso di iscrivermi a questa sfida per dimostrare che l’apertura mentale di noi umanisti può dare tanto anche al mondo dell’impresa” racconta Martina, laureata in Lettere Moderne. Un mondo che per i ragazzi sta giungendo verso il capolinea e che chiama ad un approccio diverso e alla ricerca di nuove vie d’azione. “Credo sia arrivato il momento di guardare al mondo nel suo insieme, superando il mero benessere personale e privato. Per troppo tempo l’uomo ha pensato egoisticamente solo a se stesso senza dare importanza alla comunità. È giunta l’ora di cambiare mentalità…” riflette Stefano, studente in Marketing e Comunicazione di Impresa.


La sfida proposta
La sfida “Dai beni privati ai beni comuni” si propone di trovare soluzioni capaci di attivare le comunità per recuperare immobili in stato di abbandono trasformandoli in luoghi in grado di creare valore culturale ed economico per l’intera collettività.
Gli studenti sono stati chiamati a sviluppare idee che aiutino la cooperativa sociale Work & Services di Comacchio a recuperare e dare nuova vita ad alcuni comparti dell’ex Azienda Valli Comunali sotto il profilo sociale, produttivo, culturale e strutturale. “Ho pensato che questa era l’occasione giusta per mettere in pratica gli anni di studio” riporta Federica, studentessa di Lingue per la Comunicazione Turistica e Commerciale perché, continua Alessia studentessa di Management e Strategia di Impresa, “l'innovazione sociale può essere la chiave per favorire uno sviluppo sostenibile e co-partecipato, rispondendo ai bisogni delle comunità locali”.
Le idee per il futuro
Durante questi mesi di lavoro i team Paladini del No Profit e Raggio Verde, così hanno scelto di chiamarsi i 10 ragazzi operanti sulla sfida, hanno avuto l’opportunità di conoscere le imprese sociali e il loro modo di operare acquisendo nozioni tecniche, giuridiche e pratiche grazie all’incontro con professionisti ed imprenditori sociali. “Questo percorso ha cambiato la mia idea nei confronti del non-profit. Pensavo fossero imprese di serie b…” racconta Martina. “Ho capito l'importanza di affiancare a ideali e buoni propositi anche una sostenibilità economica” continua Alessia, perché in questo modo “le organizzazioni non-profit diventano importanti per le comunità e per le persone, vere realtà imprenditoriali che combinando l’economia all’impegno sociale generano valore a beneficio dell’intera collettività” conclude Stefano.

Persone, inclusione, dignità e pari opportunità per tutti, insieme alla co-progettazione, sono i valori che gli studenti hanno riconosciuto agli enti del Terzo Settore. “La passione che trasmettono gli imprenditori sociali spinge ad impegnarsi ogni giorno di più – racconta Alessia, studentessa di Marketing e Comunicazione d’Impresa – immergermi in questo mondo mi ha entusiasmata, tanto da voler far parte in futuro di una realtà come quelle incontrate”. Perché il futuro per gli studenti è fatto di inclusione e valorizzazione dei talenti e della capacità altrui; di riduzione degli sprechi, di attenzione alla formazione civile dell’uomo. Un mondo senza pregiudizi, dove la fiducia consenta di lavorare con persone diverse per scopi comuni. Un futuro fatto di solidarietà ed inclusione che può svilupparsi grazie anche all’intervento dei giovani.
Out of the Standard: la sfida per innovare il sociale
Prende il via il nuovo percorso formativo del CLab dell’Università di Verona realizzato in partnership con Fondazione Cattolica Assicurazioni
Continuano le iniziative del CLab di Verona che, per il mese di marzo, avranno come focus l’innovazione nel settore no-profit. Il percorso, intitolato “Out of the Standard”, si comporrà di due sfide, lanciate dall’Università in collaborazione con Fondazione Cattolica Assicurazioni: promuovere la vendita di prodotti sociali e recuperare beni pubblici abbandonati per trasformarli in luoghi di valore per la collettività. L’iniziativa è rivolta a ragazze e ragazzi dell’ateneo che, oltre alla possibilità di ricevere un premio in denaro, acquisiranno 6 crediti formativi validi per il proprio percorso universitario.
Il programma prevede la selezione di venti studenti che verranno poi suddivisi in quattro gruppi di lavoro: due team si confronteranno sul tema del business applicato a prodotti realizzati da imprese sociali e due sul recupero dei beni pubblici in stato di degrado. Lo scopo della prima sfida è valorizzare la produzione di realtà inclusive per massimizzarne il ritorno economico tramite strategie di marketing mirate ad intercettare nuovi mercati, aiutandole così a rendersi sostenibili e creare nuove opportunità di lavoro. La seconda sfida si propone invece di trovare soluzioni capaci di attivare le comunità per recuperare beni pubblici in stato di abbandono, trasformandoli in luoghi in grado di creare valore culturale ed economico per l’intera collettività. L’obiettivo è promuovere una rete di relazioni tra artigiani e imprese locali che possano accogliere ed includere, attraverso il lavoro, persone in situazioni di fragilità. L’iniziativa si concluderà a fine maggio, con la proclamazione dei due gruppi che avranno sviluppato le idee più convincenti: a loro andrà un premio in denaro e 6 crediti formativi.
Out of the Standard rientra nel progetto CLab Verona, iniziativa nata nel 2017 nell’ambito del CLab Veneto che si pone come un punto di riferimento per la comunità universitaria di Verona che intenda partecipare a un percorso interdisciplinare e trasversale che utilizza metodi didattici non tradizionali. Il CLab punta a sviluppare nei partecipanti capacità di problem solving, team building e analisi delle opportunità imprenditoriali e di mercato legate a specifiche esigenze proposte dai partner.
Ronda della Carità: insieme per i poveri
In Italia sono salite di oltre 1 milione le famiglie che a causa della pandemia si trovano in stato di povertà. A darne testimonianza è l'Istat che registra l'aumento del 40% di richieste di aiuto. Eppure in ogni città c'è un numero di poveri che non compare sulle ricerche nazionali.
Si tratta delle persone senza dimora, uomini e donne la cui casa è diventata per cause di forza maggiore la strada. Italiani, stranieri, migranti regolari e irregolari spesso senza documenti perché rubati nel tragitto che li ha portati in Italia, non residenti nel comune di riferimento e che per questo non possono accedere ai dormitori notturni. Insieme ad Alberto Sperotto, vicepresidente della Ronda della Carità, abbiamo cercato di comprendere meglio la situazione veronese. L'associazione è nata 25 anni fa per assistere persone in stato di indigenza, in particolar modo coloro che erano senza dimora. Negli anni l'operato silenzioso e notturno dell'ente lo ha reso un punto di riferimento per la città, sia per le istituzioni che per i cittadini. Oggi l'associazione lavora insieme per i poveri della città.
Chi sono le persone senza dimora
L'esperienza della Ronda aiuta a delineare in modo più preciso chi sono le persone che vivono in strada. La realtà rovescia il luogo comune di pensare che chi vive la strada lo fa per scelta. "Sono prevalentemente uomini, i migranti sono i più giovani, tra i 17 e i 25 anni, partiti a piedi dai loro Paesi come Pakistan, Siria, Nord Africa. Spesso ci mettono anni per arrivare in Italia attraverso le angherie che subiscono sulla Rotta Balcanica" racconta Alberto. Durante il tragitto spesso vengono derubati di tutto: oggetti personali, documenti, vestiti eppure il loro spirito conserva la voglia di crearsi una vita migliore. Anche se qui purtroppo la strada per loro si dimostra in salita.
I giovani migranti in cerca di futuro condividono le vie della città con immigrati nord africani e dell'est Europa: lavoratori da decenni in Italia impegnati nell'edilizia o in agricoltura che a causa della crisi hanno perso il lavoro e si sono trovati nell'impossibilità di pagare un affitto e di comprarsi da mangiare. "Sono pochi gli italiani che finiscono in strada. Hanno più probabilità di usufruire dell'assistenza sociale mentre non mancano lavoratori stranieri regolari, con busta paga, che non riescono a trovare appartamenti in affitto" aggiunge Alberto.

Viene da chiedersi come è possibile che persone con contratti a tempo indeterminato e stipendi dignitosi vivano per strada? La realtà dimostra che spesso serve un'associazione che faccia da intermediario e garante tra proprietari e futuri inquilini. Sono infatti ancora poche le realtà che si occupano di accoglienza non convenzionata, come la Casa del Migrante del Cestim o la Comunità “Sulle Orme” di don Paolo. "Sono tanti i contenitori vuoti in città che potrebbero essere trasformati in pensionati sociali. Quante volte ci siamo proposti di farlo, a spese vive nostre... ma per riuscirci serve visione, la visione dell'amministrazione".
La vita sulla strada
Vivere in strada significa spostarsi senza meta, trascorrendo notti all'addiaccio, senza agi né docce. "Possiamo distinguere in due categorie le persone senza dimora: chi vuole tornare nella propria patria perché è la loro casa, chi invece vuole stabilirsi qui". La differenza la fa il luogo d'origine, la situazione politica ed economica che hanno lasciato alle spalle. "Ma una cosa è uguale per tutti: sono in cerca di lavoro. I soldi sono un bisogno primario perché permettono loro di sopravvivere e, specie per chi è giovane, avere un'attività consente di dare sfogo alla creatività che caratterizza l'età".
Quanti riescono a trovare lavoro? Quanti senza pulizia e sonno alle spalle riescono a trovare un posto in regola? In un sistema complesso come questo, dove l'amministrazione pubblica cerca di nascondere e dimenticare la marginalità sociale a cui sono costretti, questi uomini diventano facili vittime dell'illegalità. Se prima il caporalato li sfrutta per pochi euro al giorno in lavori massacranti poi apre loro le porte a guadagni più facili fatti di microcriminalità, spaccio, lavoro nero. Quale futuro legale possiamo costruire insieme? si chiede la Ronda decisa a realizzare con le associazioni di categoria un osservatorio per cogliere i bisogni delle aziende. "Da qui potremmo attivare corsi di formazione, tirocini e favorire l'occupazione" testimonia Alberto.


I servizi della Ronda
L'associazione lavora da anni sul territorio per generare un servizio dignitoso. l loro operato trova fiducia nei cittadini che coprono il 56% dei bisogni dell'ente. "Quando facciamo la raccolta alimentare abbiamo la fila di persone che hanno fatto la spesa e ci portano qualcosa. Ed è importante perché non si limitano a farci un bonifico, ma vengono nella nostra mensa dove le persone senza dimora hanno appena terminato la colazione e dove alcuni stanno partecipando ai nostri corsi o in attesa della riparazione della bicicletta, che significa ridurre le barriere, toccare con mano la realtà che esiste tra noi e chi dorme per strada" racconta Alberto.
Negli ultimi anni i servizi si sono evoluti e si sono resi più attenti ai bisogni di coloro che assistono. Il Covid è diventato un'opportunità per ripensare alle attività. "Improvvisamente ci siamo trovati senza i nostri donatori storici, senza cibo ma con il numero di richieste in aumento" ricorda Alberto. Due anni fa la Ronda consegnava circa 80 pasti ogni notte, l'anno scorso 97, quest'anno più di 160 arrivando a 300 in ottobre. I numeri allarmano perché testimoniano un bisogno sempre più crescente ma il bisogno è più che proporzionale al numero di volontari che inventa e modula, oltre all’uscita notturna, i servizi come:

- I Cucinieri di strada: preparano ogni giorno il pasto caldo utilizzando ingredienti che vengono donati all'associazione. Impiattati e sigillati in vaschette di cellulosa che inquinano meno e permettono alle persone senza dimora di prendere il pasto e con dignità consumarlo
- La cicloofficina Kamarà d'aria: è un progetto che permette di prendersi cura del mezzo più diffuso per chi vive in strada: la bici. Grazie alle bici revisionate e donate all'ente è stato possibile cedere in comodato d'uso gratuito 70 mezzi a persone bisognose
- Il Bla Bla Ronda: è un laboratorio linguistico nato per motivare le persone straniere a intraprendere percorsi di lingua italiana, necessaria per l’inserimento lavorativo e sociale
- Il Barbiere di Strada: è un momento prezioso per prendersi cura delle persone senza dimora e raccogliere loro confidenze e bisogni
- Il Guardaroba: raccoglie e smista vestiti e coperte donate e tramite un sistema di raccolta ordini confeziona i materiali per ridurne lo spreco
La risposta della città
Negli ultimi anni l'associazione ha lavorato molto sulla sua comunicazione. Le chiamate dei cittadini non rivendicano più decenza, ma testimoniano un cambiamento culturale: C'è una persona che dorme vicino a casa mia, ho portato coperte e maglioni, cosa possiamo fare?. "Per noi è importante perché è un ulteriore segnale di come stiamo iniziando a prenderci cura assieme ai cittadini della città" ammette Alberto. Dato dimostrato dal numero di volontari in costante crescita. "Ci piace avere con noi pensionati perché danno stabilità. Ma ci piace anche avere giovani, il loro valore e la loro creatività è inestimabile".
E forse è proprio per questo che la Ronda è diventata un patrimonio vitale per la città di Verona.
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