Donatella: la donna che crede nelle vite aggiustate non in quelle perfette

Donatella: la donna che crede nelle vite aggiustate, non in quelle perfette!

Un viaggio, la presa di coscienza, il desiderio di creare un mondo nuovo senza uomini perfetti. Il sogno di Dona piano piano diventa realtà quando comprende che chiunque può diventare sostegno e cura per l'altro

Dona è una bambina che non immagina il futuro. Intorno a lei palpita la sofferenza di una famiglia toccata dal dolore. Le basta allungare la manina per sentire il freddo della malattia che è vorace e sembra non arrestarsi mai. Capisce troppo presto che la vita va’ e viene ma in questo flusso incontrollabile Dona fa l’unica cosa che può: semina gioia.

Cresce insieme ai libri. C’è qualcosa di magico nei racconti, nella vita che prende forma. La sua passione si trasforma nella sua laurea. Sceglie Lettere, la socio-linguistica l’affascina e sempre più si trova a chiedersi quale è la mia Parola? Cosa voglio lasciare sulla terra? Ha 24 anni, prende un aereo e intraprende il viaggio che le cambia la vita.

Il Ruanda è come dinamite: fa esplodere le certezze che Dona porta con sé. Lavora per sviluppare comunità rurali con donne violate durante il genocidio del 1994 e con le vedove. Le storie che incontra la spogliano da ogni pregiudizio. Scende dal pulpito dei giusti, sente che la vita degli altri la riguarda, comprende il dono dell’esistenza e la sua responsabilità.

Le vite aggiustate sono più belle di quelle perfette. Torna a casa con la voglia di creare un abitare più umano per tutti. Ce n’è bisogno perché la povertà a Lucca è cambiata. Non riguarda solo persone che ereditano l’esclusione sociale o che inciampano in percorsi compromettenti. Alla Caritas iniziano ad arrivare famiglie con figli a carico e giovani. Lavoratori poco tutelati e precari. Mentre lei diventa Direttrice dell’ente bussano donne in difficoltà e perfino qualcuno tra i suoi compagni di classe. 

È uno shock ma ancora una volta, dall’incontro con l’altro, Dona capisce che non esistono confini alla povertà. Come una malattia che agisce nel silenzio, prende la vita delle persone, le isola e allontana. Ma Dona sente che può fare qualcosa. Può costruire nuove comunità non più formate da forti, perfetti e da uomini che credono di essersi fatti da soli. Vuole cambiare il mito fondativo: la cura l’uno dell’altro, il sostegno, la solidarietà reciproca sono la chiave.

Ma Dona ha 30 anni. È una donna in un mondo da sempre governato da uomini. Voglio parlare con il Direttore, quello vero! le rispondono quando si presentano alla sua porta. E Dona è impegnativa: vuole abbandonare l’assistenzialismo per favorire l’accompagnamento e la promozione, vuole costruire alleanze territoriali per guardare il bisogno della persona nella sua interezza. Vuole cambiare le abitudini.

Inizia così a stare sulla soglia, pronta ad accogliere e ad andare incontro. I sorrisi e le parole capaci di far rialzare sempre scaldano più degli abbracci. Il suo modo di fare diventa contagioso. Si forma una squadra e insieme lavorano per tutti. Nascono cooperative agricole di comunità come Calafata, cooperative artigiane per favorire l’economia circolare e il riuso solidale come La Nanina. Caritas partecipa alla nascita di Fondazione Casa Lucca per offrire percorsi di accoglienza e iniziative di social housing a chi altrimenti si troverebbe in strada. Lottano per contrastare la povertà educativa, specialmente dei bambini perché sono proprio loro la garanzia democratica del futuro.

In Caritas Lucca con Dona si creano luoghi, spazi e tempi in cui le persone riscoprono il significato della bellezza. Quella propria e degli altri. Ci vuole pazienza per sollevare la polvere e far brillare la luce che ognuno porta dentro de sé. Ma Dona non ha fretta perché “quando capisci che il cambiamento dipende anche da te, sai che nessuno è mai del tutto perduto e c’è sempre una speranza nascosta che conta più della disperazione evidente.”

Donatella è una donna che fa la differenza.

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terzo settore? ecco perchè investire sulla formazione dei giovani

Terzo settore? Ecco perchè investire sulla formazione dei giovani

Sono sempre di più le organizzazioni sociali che desiderano lasciare ai giovani l’eredità delle mission avviate. Per farlo il Terzo Settore deve investire sulla formazione dei giovani. Le buone pratiche, il pensiero comune, le azioni orientate verso il futuro, insieme alle competenze tecniche dei giovani, possono fare la differenza.

Questa esigenza ha spinto Fondazione Cattolica ad avviare Generiamo il futuro, il percorso formativo rivolto ai giovani degli enti non profit e alle figure senior che ne accompagnano la crescita perchè siamo convinti che il Terzo Settore deve investire sulla formazione dei giovani. Un ciclo composto da 12 incontri realizzati tra novembre e febbraio, in cui i 63 partecipanti hanno potuto conoscere e approfondire tematiche con docenti e professionisti del mercato. 

Perchè i giovani sentono il bisogno di formazione

La realtà sociale è in continua evoluzione, il mio ruolo sta cambiando…” racconta Filippo cooperativa sociale Sonda. In un momento storico particolarmente delicato “questa proposta mi è sembrata un segno: stavo mettendo in discussione il mio lavoro, il mio ruolo, il mio permanere all’interno dell’organizzazione” continua Martina ACLI Verona perché “a volte i giovani cooperatori si sentono come mosche bianche nel tessuto economico. Poter condividere esperienze, buone prassi e suggestioni con persone che vedono nel Terzo Settore un’opportunità di crescita personale, di partecipazione ad un’economia che punta ai valori e sviluppo professionale, è fondamentale” ammette Andrea cooperativa sociale Pantarei.

L'esito del percorso formativo

Nonostante gli appuntamenti si siano svolti online “si è creata una rete di relazioni che mi ha trasmesso una bellissima sensazione di fiducia” racconta Giulia associazione Orizzonte, una fiducia che ha aiutato a comprendere il significato e l’importanza dell’aspettativa che gli enti sociali ripongono nei giovani. “Possiamo raccogliere un testimone pesante perché abbiamo il desiderio di dare continuità a un nuovo modo di pensare che contrappone all’idea di eccellenza ed efficienza individuale, il valore della fragilità e del concetto di comunità” rivela Michele cooperativa sociale Vale Un Sogno.

Riflessioni professionali sul settore e sull’economia hanno permesso ai partecipanti di apprendere e sviluppare le tematiche incontrate nel percorso all’interno dell’organizzazione. Consapevolezza, forza di volontà, energia rinnovata ma anche motivazione, significato del fare e voglia di rivitalizzare le relazioni negli enti sono solo alcuni dei benefici pratici che i giovani hanno portato a casa dall’esperienza.

Le conoscenze specifiche e le suggestioni tecniche portate dai docenti si sono unite alla trasmissione di un senso non convenzionale. “Mi sono portata a casa un’energia positiva che non è traducibile in parole. La riscoperta di me e delle mie potenzialità. La consapevolezza che si può essere fragili perché nell’imperfezione a volte c’è il valore aggiunto che rende speciali. La certezza che essere sognatori e pensare di poter cambiare il mondo non è poi un pensiero così folle” riferisce Martina perché quando si condivide si scopre che non si è soli “ci si mette in rete e si crea una cultura da far conoscere e da diffondere anche al di fuori delle nostre organizzazioni” continua Andrea.

Una rete in evoluzione e in crescita perché come racconta Giulia “abbiamo bisogno di trovare persone che veicolano questi messaggi. L’energia che ne nasce è nutriente per il nostro lavoro!”.


opportunità della disabilità

Monterverde, un'impresa di comunità

Nell'est veronese, la cooperativa è diventata un punto di riferimento per il territorio grazie alla sua capacità di coinvolgere la comunità nella creazione dei servizi. Ricerca, ascolto, proattività rendono l'ente noprofit protagonista della cura dei bisogni locali.

La cooperativa sociale Monteverde opera da sempre come Impresa di Comunità. Per questo in tutti i suoi anni di attività ha coinvolto il territorio nella costruzione dei progetti. Monteverde crede nel modello cooperativo che crea sinergia tra vari portatori di interesse: enti pubblici, imprese profit, terzo settore e persone fisiche. Questo modus operandi ha permesso alla cooperativa di trovare soluzioni sostenibili ai bisogni del territorio che possono essere soddisfatti solo quando la comunità se ne fa carico.

La storia

La cooperativa nasce nel 1986 a San Zeno di Colognola ai Colli in un periodo storico complesso per le persone disabili e per le loro famiglie. “C’era bisogno di dare dignità alle persone facendole uscire, dando loro quelle opportunità relazionali e abilitative che erano state loro precluse – racconta Giovanni Soriato, Presidente – Monteverde nasce grazie alla determinazione di Giuseppe Dal Zovo che auspicava di rispondere ai bisogni delle persone con disabilità che allora, diversamente da oggi, non avevano opportunità di sviluppare le proprie potenzialità”.

Agenda 2021 realizzata con gli utenti

Agenda 2021 con i principi guida delle ONU

Fin dalla sua nascita Monteverde coinvolge la cittadinanza nella sua visione e nelle progettualità: membri della parrocchia, dell’amministrazione comunale e della comunità territoriale vengono resi partecipi negli organismi istituzionali e nelle attività svolte all’interno dei primi laboratori della piccola sede. Nel tempo Monteverde si connota sempre più come luogo di accoglienza per disabilità gravi. Ciò non destabilizza la convinzione che il lavoro sia uno strumento fondamentale nella riabilitazione delle persone che passa attraverso attività strutturate come l’assemblaggio meccanico, l’artigianato, la falegnameria, la marcatura laser e la produzione di carta riciclata. “Abbiamo cercato di soddisfare i bisogni di socializzazione e introdotto percorsi educativi e riabilitativi” testimonia Giovanni.

I servizi

Valorizzare la persona e la sua unicità grazie al lavoro di rete è ciò che ha reso la cooperativa un punto di riferimento per l’est veronese. “Oggi in Monteverde ci occupiamo di tre macro aree: servizi rivolti alla disabilità; alla scuola e ai minori; alle famiglie e all’età evolutiva – descrive Roberta Castagnini, Direzione Servizi Socio Sanitari - Elaboriamo servizi sia per adulti che per minori con disabilità che possono usufruire di un centro pomeridiano o di interventi domiciliari".

I centri diurni sono frequentati da 60 adulti seguiti da un’equipe multidisciplinare. "Creiamo progetti educativi individualizzati e riteniamo rilevante l’attività riabilitativa svolta nei laboratori. Stiamo sperimentando anche esperienze di abitare autonomo in convenzione con l’Ulss locale e abbiamo attivato un servizio chiamato Il Ponte rivolto a persone fragili o con disabilità lievi che possono intraprendere un percorso pre-lavorativo in un ambiente protetto e strutturato in modo specifico a seconda dei percorsi riabilitativi individualizzati”.

Il contatto e la ricerca sul territorio circostante hanno permesso di cogliere nuove necessità sociali sulle quali Monteverde ha scelto di intervenire. “Abbiamo attivato diversi Doposcuola per alcuni Istituti Comprensivi, avviato percorsi sull’affettività e sessualità sia per studenti che per i loro genitori; abbiamo strutturato momenti di accompagnamento al metodo di studio per bambini con disturbi specifici dell’apprendimento e bisogni educativi speciali e proposto percorsi di logopedia e psicomotricità" spiega Roberta. Incontri che hanno permesso alla cooperativa di cogliere il bisogno d'accompagnamento delle famiglie con figli adolescenti. "Abbiamo così ampliato l'offerta dei servizi erogando esperienze formative e percorsi di consulenza psicologica per l’età evolutiva, l’età adulta e la coppia”.

Un punto di riferimento

60 soci, 85 lavoratori a vario titolo, più di 1500 i beneficiari diretti dei servizi offerti. La cooperativa è un riferimento per 10 Comuni. Per la cittadinanza e le imprese locali che hanno scelto di entrare in una rete di economia civile volta allo sviluppo integrale. “In Monteverde ho trovato una realtà che dà un senso al mio percorso di vita famigliare e professionale  – testimonia Francesco Tosato, Direttore - Non è scontato scoprire un luogo di lavoro interessato a dare un contributo positivo al tema della realizzazione individuale, secondo un’ottica di equità generazionale interna ed esterna. Mi sento parte di un ecosistema in cui la cooperativa è soggetto attivo volto a conseguire il bene comune per tutte le persone, in particolare le più fragili, facendo sempre più attenzione alla sostenibilità sociale, economica ed ambientale in ogni aspetto organizzativo e del contesto comunitario”.


LidiaBorzì: rubrica Donne che fanno la differenza

Donne che fanno la differenza: Lidia

Quando Lidia lascia la Sicilia porta in valigia due cose: l’effervescenza vulcanica ereditata dalla sua terra e la voglia di generare storie nuove. È giovane e innamorata, segue il marito a Roma e vi scopre una città viva, piena di risorse e di opportunità. I giorni passano, Lidia capisce che la sua famiglia non si può allargare e si mette in cerca di un calore che le ricorda casa.

La prima volta l’aveva accompagnata suo fratello Angelo. Il circolo le era piaciuto così c’era tornata. Aveva iniziato ad occuparsi della tombola e quando stava in quella stanza le sembrava di respirare un’aria diversa, fatta di progetti, relazioni e comunità. Per questo apre la porta di un circolo ACLI anche a Roma e senza saperlo inizia la sua avventura.

L’impegno sociale diventa la sua vita e si intreccia sempre più con il suo lavoro come direttrice di un centro di formazione, come progettista e consulente sociale. A Lidia piace lo spirito di squadra che vive in ACLI. Si sente a casa. Ascolta, si confronta, impara. Sposa lo spirito delle ACLI e lavora per creare rete. Ha capacità e le sue doti vengono premiate con ruoli sempre più impegnativi (dalle deleghe a Governance, Famiglia, Progettazione sociale, 5xmille; al Premio Amico della Famiglia istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri; alla Commissione per le Parità e Pari opportunità nel lavoro del  Ministero del Lavoro). Eppure non è tutto oro quello che luccica…

Lidia è una donna. Deve guadagnarsi la credibilità. Deve faticare per far comprendere il valore delle sue scelte anche se queste generano impatti positivi. Però non si arrende. Crede nel servizio e nella possibilità di creare un welfare comunitario che contrasti le povertà del mondo d’oggi. Segue il consiglio del Papa: impara ad indossare un nuovo paio di occhiali invisibili che le fanno guardare oltre.

Mette a fuoco le periferie geografiche ed esistenziali della città. Vede la dimensione della gravità: disuguaglianze, solitudine, povertà educative. Vive tra la gente perché è lì che comprende. I bisogni aumentano, cosa possiamo fare? continua a chiedersi mentre perde il sonno e pensa a nuove soluzioni. Lidia cerca e coinvolge. È appassionata, determinata e concreta per questo le persone la seguono.

Così diventa Presidente delle ACLI di Roma, un arcipelago di 320 strutture che ogni anno accoglie oltre 120 mila persone, molte in condizioni di estrema fragilità. Serve visione e lungimiranza per costruire nuovi orizzonti. Come un’allenatrice motiva e spinge la sua squadra, fatta da centinaia di operatori e volontari, ad avere nuovi sguardi. Si sviluppano diversi servizi per i bisogni primari, per tutelare i diritti mancati, per promuovere il lavoro dignitoso, il contrasto alle povertà educative, l’attivazione della persona. Per non lasciare nessuno da solo.

Famiglie, indigenti, immigrati, minori e giovani sperduti... il cuore di Lidia non conosce confini. Solo durante il Lockdown le ACLI di Roma hanno assistito 900 minori, offerto più di 800 ore di consulenza, percorso 20 mila km per consegnare più di 3 mila pacchi recuperati da oltre 1 tonnellata di eccedenze alimentari a 8 mila persone.

L’impegno di Lidia è diventato la sua missione di vita. “Credo in chi prova ad essere straordinario nell’ordinario. Quando si ascoltano i silenzi e si vede anche chi sta nell’ombra, quando l’energia diventa conforto e il tempo aiuto concreto, allora riconosco l’essenza del donarsi”.

Lei è Lidia, una donna che fa la differenza.


copertina onlus gulliver

Onlus Gulliver, sviluppa l'economia di comunità

Ci sono cose e persone che sembrano essere state assopite per lungo tempo, come fossero in un lungo inverno. Poi una scintilla risveglia anime e corpi, le situazioni si trasformano e le persone si prodigano per creare qualcosa di nuovo. Di unico. Di speciale. Questo è il caso di Onlus Gulliver, una comunità, più che un’associazione, che da quando è nata ha risvegliato il contatto umano tra le persone.

“Eravamo un gruppo di genitori con i figli alla scuola Gulliver – racconta il fondatore e presidente Andrea Boccanera – Era il 2011 ed eravamo stanchi di lamentarci per tutto ciò che non andava: l’edificio scolastico trascurato, le vie mal gestite, il parco lasciato a sé…c’era tanta rabbia dentro di noi Perché nessuno fa nulla? ci chiedevamo. Poi abbiamo smesso di chiedercelo, ci siamo organizzati e abbiamo iniziato a fare”. Quaranta genitori, spinti dal desiderio di curare l’ambiente dove vivano i loro bambini, si rimboccano le maniche e fanno quello che attendevano dalla pubblica amministrazione: puliscono le strade, dipingono le scuole, sistemano i parchi, piantano fiori. Il loro modo di fare diventa contagioso. Man mano si uniscono altre persone che comprendono l’importanza di uscire dall’individualismo per entrare a far parte di un noi, di una comunità che si prende cura di chi vive il territorio.

“Abbiamo messo il benessere della persona al centro senza alcun tornaconto personale. In noi c’è sempre stata la voglia di fare per creare qualcosa che rimanga nella comunità o dentro le persone” testimonia Andrea. Ecco perché l’associazione non si è mai specializzata a rispondere ad un unico bisogno bensì elabora servizi basati sulle reali capacità dei volontari e dei bisogni territoriali percepiti. “Ci siamo dedicati a realizzare attività volte a sensibilizzare contro il bullismo e la violenza di genere, abbiamo favorito la partecipazione attiva dei cittadini, l’integrazione culturale, lo sviluppo di librerie sociali, la raccolta di donazioni a favore di enti locali, promuoviamo l’inclusione lavorativa e sociale per persone con difficoltà personali… - testimonia Andrea - Il riuso è diventato per noi un mezzo per metterci in relazione, far percepire un messaggio, creare occupazione e un’economia di comunità. Oggi abbiamo un capannone di 5mila metri quadrati.  Da 7 Comuni le persone ci raggiungono per portare quello che non vogliono più; noi selezioniamo, ripariamo, curiamo e portiamo nuovamente il bene a disposizione di chi ha bisogno e lo riceve gratuitamente, ma anche a chi vuole acquistarlo. Raccogliamo dalla comunità e con la comunità per restituire a chi ne ha più bisogno”.

In questi anni l’impegno dei 200 volontari e dei 40 lavoratori occupati alla Gulliver hanno reso credibile la Onlus tanto da farla divenire una realtà in collaborazione quotidiana con diversi comuni, la Prefettura di Pesaro-Urbino, la Regione Marche, la Comunità Europea e tanti Enti del Terzo Settore, per costruire spazi fisici reali che facciano scoprire il senso civico ai cittadini. Non solo. Enti storici occupati nei servizi di prossimità hanno preferito consegnare l’incarico all’associazione perché più abile a rispondere ai bisogni di oltre 120 famiglie indigenti. “Le nostre opere sono significative perché toccano la vita delle persone, puoi vedere le cose che facciamo. Noi ci siamo giocati la nostra credibilità perché facciamo per gli altri prima ancora che per noi stessi. È diventata una missione di vita! Ci sono volontari così affezionati alla Gulliver che si alzano alle 5 del mattino e prima di andare a lavorare passano dal magazzino a vedere che tutto sia a posto. La gente lo vede che chi c’è qui crede nel progetto e crederci è la nostra forza perché abbiamo capito che il nostro modo di servire è assumersi delle responsabilità nei confronti dei 150 mila abitanti dei comuni limitrofi”.

Quasi giocando, continuando sicuramente a divertirsi nonostante l’impegno, l’associazione anno dopo anno ha implementato servizi e personale. Trovano occupazione persone con fragilità e i volontari sono giovani, hanno un’età compresa tra i 30 e i 50 anni, spesso sono genitori di famiglia e portano con sé i bambini. “Questa vitalità mi piace, penso dia un senso alla vita – ammette Andrea – Io sono cresciuto in una famiglia in cui prima c’erano i poveri e poi il Natale. Mio padre molte notti non era a casa ma in ospedale a fare volontariato. Il mio mondo è sempre stato questo. Quando ho capito che dovevo fare qualcosa per il futuro ho pensato a qualcosa di vero e di autentico, qualcosa che mancava a Pesaro. Ed oggi siamo qui grazie a don Vincenzi che ha dato una svolta alla mia vita: mi ha fatto comprendere che non può esserci volontariato senza una vocazione che lo sostenga. Ed è allora per una vocazione condivisa che stiamo creando qualcosa che resta, che dà, che genera!”


Come il Terzo Settore rende scientifici i modelli

Che si lavori in ambito profit o non profit la ricerca applicata permette di migliorare la qualità dei servizi proposti riuscendo a leggere in modo sempre più preciso i bisogni degli utenti. Le imprese strutturano reparti dedicati allo studio e all’innovazione dei prodotti, dei servizi, delle prestazioni.

Cosa comporterebbe riuscire a realizzare ricerche accurate anche in ambito sociale? Da dove si dovrebbe partire e cosa permetterebbe di ottenere? Lo abbiamo chiesto a Francesca Cavallini, Psicologa e CEO di Tice, cooperativa sociale piacentina, che è stata tra i pionieri dell'imprenditoria sociale e misurare l'impatto dei propri sforzi mossa dal desiderio di comprendere quali cambiamenti sistemici avvengono in famiglie, bambini, adolescenti, psicologi e istituzioni grazie ai loro servizi.

  • Come sei arrivata a lavorare nel campo sociale?

C’è stato un momento in cui ho capito cosa volevo fare e risale alla mia tarda infanzia, quando mia madre faceva l’insegnante di sostegno. Ricordo che per me era un “trauma” vedere gli adolescenti che seguiva mia madre: fumavano, si picchiavano, avevano comportamenti disdicevoli per una bambina. Una volta mi nascosi in un armadio e lì riuscii a vedere la trasformazione dei ragazzi quando si lavora personalmente con ciascuno. Accadde qualcosa di magico. Scoprii che un ragazzo allevava canarini e compresi che dentro ciascuno di loro c’era del bello. Così ho capito che volevo creare opportunità per chi “fallisce” a scuola. Il mondo scolastico porta a pensare che se vai male a scuola non andrai bene in nessun altro campo della vita. Non è così e io volevo dimostrarlo.

Negli Stati Uniti ho visto da vicino alcuni centri di apprendimento che mi hanno ispirata: se un ragazzo va male a scuola va’ in centri privati che insegnano come studiare. All’epoca in Italia non esistevano questi centri e l’idea mi piaceva. Quando ho aperto Tice eravamo la prima cooperativa con questo servizio che si rivolgeva al mercato e non passava dai servizi sociali.

  • Di cosa si occupa la cooperativa Tice?

Dal 2006 la cooperativa sviluppa percorsi psicologici individualizzati, basati su evidenze sperimentali, per permettere a bambini, adolescenti e giovani adulti di riconoscere e far emergere il proprio potenziale. Lavoriamo con persone che hanno un’età variegata tra i 3 e i 35 anni, anche se il picco è nella fascia 10-15. I bambini passano del tempo insieme a coetanei e professionisti, imparano divertendosi e crescono da un punto di vista psicologico ed emotivo. I servizi che offriamo sono molteplici: valutazioni diagnostiche, consulenze psicologiche, supporto nello studio, potenziamento per DSA, logopedia, supporto alle neomamme, consulenza genitoriale… tutti sono accumunati dalla nostra attitudine di ricercare soluzioni innovative che rispondano in modo funzionale ai bisogni delle persone. La nostra cooperativa si caratterizza per un rapporto continuativo con il mondo accademico, perché crediamo che la ricerca ci aiuti a coltivare la capacità innovativa e generativa che porta a comprendere meglio e a formulare risposte efficaci ai bisogni incontrati. 

  • Perché hai sentito il bisogno di rendere scientifico il vostro lavoro?

Fin da quando siamo nati abbiamo dato base scientifica ai servizi. All’inizio abbiamo avviato una ricerca applicata perché faceva parte del mio dottorato. Io credo che lo sguardo della ricerca e dell’Università dia moltissimo perché permette di avere un punto di vista esterno sul proprio agire e migliora le prestazioni. Oggi abbiamo fiducia nella medicina perché è una scienza che ha sperimentato. Io vorrei che avvenisse lo stesso anche per la salute psicologica delle persone. Inoltre fare ricerca aiuta a leggere il bisogno di domani. Ad esempio, anni fa avevamo compreso l’importanza di lavorare sulla scrittura, il calcolo e il potenziamento della lettura ed oggi infatti è un servizio richiesto e da vendere. Ecco perché ogni anno ci impegniamo a sviluppare nuovi progetti di ricerca applicata con Università o enti di ricerca che ci supportano nella progettazione di piani sperimentali.

  • Quali passi bisogna compiere per sviluppare ricerca?

Bisogna creare network con l’Università. Il primo passo è attivare convenzioni di tirocinio con esse (noi lo abbiamo fatto con una ventina di istituzioni). Questo consente a docenti di conoscere la realtà. Bisogna poi rendersi disponibili per ospitare tesi sperimentali di studenti in triennale o magistrale. Favorire lo sviluppo di ipotesi di ricerca da fare in comune con docenti. Comunicare i risultati. Cucire rapporti. Questo comporta dedicare tempo all’ambito della ricerca e dell’innovazione ma ciò porta benefici.

  • A quali benefici ti riferisci?

Il primo lo vive l’ente e le persone che vi lavorano perché si acquisisce consapevolezza del proprio operato. La ricerca diventa uno strumento di coesione e di identificazione valoriale per il team perché impara a guardarsi, migliorarsi, innovarsi. Fornisce un metodo per non rimanere negli eventi ma per guardare sempre avanti. Permette di comprendere le procedure che si possono replicare in modo positivo il servizio in luoghi e con persone diverse. Permette anche di aumentare la propria credibilità nei confronti degli enti a cui si richiedono fondi.

  • Si può ritenere Tice un modello?

Si potrebbe, perchè abbiamo scelto di non diventare un modello. Abbiamo consapevolezza che sviluppare dei modelli nel sociale spesso interrompe lo sviluppo di sé stessi mentre noi siamo sempre in cambiamento. Però dal 2006 abbiamo formato oltre 800 psicologi nelle nostre aule e da queste formazioni sono nate 27 start up in Italia che replicano la nostra impronta e che sono accreditate con noi. Ci piace formare, ma credo sia giusto che ognuno prenda la sua strada.


I 5 passi fondamentali per migliorare il mondo con l'arte

Durante la nostra esperienza ci siamo accorti che diversi enti nel Terzo Settore fanno uso delle forme artistiche come strumento educativo e di valorizzazione della persona. Ci siamo chiesti come l'arte possa aiutare a migliorare il mondo. Mario Restagno, Direttore Artistico dell'Accademia dello Spettacolo di Torino, aiuta a rispondere alla domanda in 5 passi.

1 - CONIUGARE ARTE E VALORI

Il 900 ha visto cambiare radicalmente il quadro socio-economico nell’area dei paesi maggiormente industrializzati, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Oggi, svolgendo una professione in campo artistico, si può vivere e mantenere onestamente una famiglia. Nei paesi dove il tenore di vita è più alto, i mestieri artistici riscuotono un grande interesse e sono particolarmente ambiti soprattutto tra i giovani. In Italia, tuttavia, si continua a considerare le attività creative per lo più aspetti del tempo libero, non fondamentali e questo approccio si riflette nelle scelte della politica. Artisti e creativi, al servizio dei media, hanno grandi possibilità di diffondere cultura ed educare masse di giovani, ma questa attività raramente è ispirata da valori etici, molto più spesso segue le regole del profitto economico. I più importanti centri di produzione cinematografica e televisiva sono in mano a grandi capitalisti privati che curano i propri interessi economici e sono poco interessati ai temi dell’educazione e della responsabilità: scelgono di diffondere ciò che procura reddito. Mi sono domandato: è ragionevole competere con le multinazionali? Ha senso attendere che qualche grande capitalista decida di investire a favore di una comunicazione che coniughi arte e valori etici? Noi crediamo in un’arte che parli di Verità, Bellezza, Libertà e Amore. Ho pensato di lasciare gli strumenti a chi li possiede e curare invece le persone cominciando a formare una nuova generazione di artisti che contribuiscano a fare il mondo migliore. Per fare questo era necessario creare un ambiente di educazione e così nata Accademia dello Spettacolo nel 2000.

2- LA BELLEZZA SALVERA' IL MONDO

E non solo. È importante scegliere i valori su cui basare la crescita degli artisti

In quell’anno il Card. Martini pubblicò un opuscolo intitolato “Quale Bellezza salverà il mondo?” riprendendo una frase tratta dall’Idiota di Dostoevskij. Il documento faceva riferimento alla cosiddetta teologia della Bellezza del teologo Han Urs Von Balthasar. Per chi aveva ricevuto una formazione in ambienti cattolici non era facile svolgere un’attività nel mondo dello spettacolo: negli anni 70-80, per esempio, la danza era ancora considerata un’attività sconveniente. Come potevamo insegnare danza senza generare immediatamente un contrasto? L’approfondimento della teologia della Bellezza riscattava le attività artistiche dai blocchi giansenisti ancora diffusi negli ambienti cattolici e, negli anni successivi, le aperture ufficiali della Chiesa in questa direzione ci confortavano. “In ogni cosa bella c’è un lampo di Grazia”, è diventato lo slogan della nostra attività: la ricerca della Bellezza, che era vissuta con senso di colpa, è diventato affrancamento e liberazione.

3 - FORMARE CON VERITA'

Per quanto possa essere scomoda riconoscerla, accettarla ed assumere le sue conseguenze essa fa crescere la persona e l’artista

Ci siamo domandati quali valori dovevano ispirare la formazione di un’artista che vuole fare il mondo migliore e abbiamo individuato nella verità un elemento fondamentale. Qualsiasi rapporto umano che non si basi sulla verità è destinato a fallire o portare grandi sofferenze: tanto più un rapporto educativo/formativo.

Quando un giovane intraprende la via della verità umana consente la formazione di una coscienza retta: la ragione diventa efficace strumento di ricerca e dialogo. Ma non è facile affermare il valore della verità oggi: i giovani sono figli di una società che cura le apparenze e riconoscere la verità può essere un percorso estremamente difficile per loro.

L’obbiettivo di diventare un artista, tuttavia, “scomoda” molti giovani dalle posizioni acquisite: noi testimoniamo che i grandi artisti si formano accogliendo la verità e, questo principio, non lo affermiamo solo noi, ma anche Konstantin Sergej Stanislavskij,  Jerzy Grotowski, Lee Strasberg… gli artisti che hanno rivoluzionato le arti sceniche nel 900.

La verità chiama anche gli educatori a testimoniarla sempre: dire la verità, non nascondere la verità… a volte può essere molto scomodo “politicamente”, a volte può essere più facile non voler guardare la verità.

Molti affermano che non c’è una verità unica: tra i giovani è facile incontrare questa posizione relativista. La nostra posizione è riassunta da quanto dice Merlino nella commedia musicale “Excalibur” che abbiamo prodotto nel 2014: “La Verità non è un pacco postale, ma un cielo stellato sotto cui si vive e si prendono decisioni.” Questa affermazione riprende il pensiero di Emanuele Severino che suggerisce di pensare alla Verità come un cielo stellato, quindi qualcosa che nessuno possiede fisicamente e che nessuno può manipolare.

In questi vent’anni di attività come scuola di arti sceniche e centro di produzione abbiamo scoperto che “tutto nasce dal movimento”, la vita è movimento, comunicare è movimento e la danza è l'arte del movimento. Proprio quell’arte che veniva ritenuta sconveniente è fondamentale nel nostro sistema educativo.

Riconoscere le emozioni, innamorarsi e incanalare la passione in una trasformazione interiore

Un secondo valore è la passione. Martha Graham, grande ballerina e coreografa americana, affermò che “i più grandi ballerini non sono grandi per il loro livello tecnico, sono grandi per la loro passione”. Insegniamo che l’artista deve vivere in costante innamoramento. 

4 - VIVERE DI PASSIONE

I giovani vivono l’età dell’innamoramento e delle passioni: la cultura dominante esalta questi valori non assegnando tuttavia a questo movimento una proiezione verticale. Nell’educazione cattolica questo valore è stato spesso stato escluso per gli evidenti rischi di deragliamento verso le “passioni”. Noi viceversa non vogliamo negare questa energia stupenda che può far fare salti nel buio ai giovani, ma piuttosto cerchiamo di incanalarla. L’artista è una persona che riesce a vivere lo stato nascente dell’innamorato continuamente. Vivere in questo stato è una condanna, ma anche un elezione perché l’artista desidera senza potersi mai appropriare dell’oggetto. Alcuni sono chiamati a salire molto in alto e l’Arte potrebbe chiedere loro una dedizione totale al punto da dover rinunciare ad una relazione stabile per essere completamenti liberi. Altri riusciranno a trovare un equilibrio che gli consente di avere anche una famiglia e dei figli: ma non è utile illudersi che il mestiere dell’artista sia esattamente uguale al mestiere dell’idraulico, del commercialista o del commesso viaggiatore. L’artista condivide con il medico e l’insegnante tanti aspetti: la dedizione, la passione, il rapporto con le persone, ma rispetto a questi mestieri, quello dell’artista chiede di vivere lo stato nascente, innamorarsi, rischiando le proprie dimensioni fisico-spirituali. E l’attore, più ancora, usa proprio il suo corpo e le sue emozioni per innamorarsi, e tutto questo può apparire mostruoso. 

Insegniamo che l’energia utilizzata dagli artisti è la stessa energia degli innamorati: questi ultimi diventano proprietà l’uno per l’altra, gli artisti rinunciano alla proprietà. Il desiderio deve essere sempre vivo e bruciante, gli artisti devono vivere in “stato nascente”, come direbbe Francesco Alberoni.

4- ACCETTARE UN NUOVO SISTEMA EDUCATIVO

Se la vita è movimento l’arte aiuta a sviluppare elementi della persona che l’adattano meglio ai cambiamenti sociali

Perché allora abbiamo deciso di educare i nostri figli fermandoli per 5-6 ore al giorno dietro a dei banchi?

Le istituzioni scolastiche negli ultimi anni hanno visto moltiplicarsi le situazioni DSA e BES in modo esponenziale. La scuola organizzata in modo tradizionale non riesce a far fronte a questi disagi dell’apprendimento.

Si è pensato di risolvere con l’insegnante di sostegno, in realtà il problema sta nel metodo utilizzato. Nella nostra esperienza i bambini con grande sensibilità artistica diventano spesso casi DSA o BES a scuola, viceversa nelle attività considerate del tempo libero eccellono.

Crediamo sia necessario rinnovare i sistemi di educazione. Non è sufficiente educare la testa: siamo fatti anche di emozioni, sentimenti, relazioni. Abbiamo in cuore un progetto di fondare una scuola primaria che metta in pratica un diverso approccio educativo per salvare qualche ragazzo dal destino a cui oggi viene condannato. La società ha bisogno di artisti che siano la coscienza a aiutino ad immaginare il futuro.


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