Un modo nuovo di fare sociale: il non profit che crea economia e genera comunità
Andrea è un ragazzo quando capisce che vuole dare un senso alla propria vita. Non gli sta bene un sistema che punta tutto al “produci e consuma”, sente che c’è di più. Che può fare di più. E inizia a cercare la sua strada.
Si avvicina alla politica, poi al volontariato, infine diventa operatore tecnico del 118. Poi nascono i suoi bambini e per loro vuole costruire un mondo più bello. Ma attorno a sé vede cemento, scuole grigie e tristi. Così coinvolge altri genitori e inizia a pitturare le pareti dell’asilo, a piantare fiori nell’aiuole e rende gli ambienti di quei bambini più accoglienti.
Ma la spinta a fare di più cresce. Vuole prendersi cura della comunità e trova persone con cui condividere questo obiettivo. Nasce l’associazione Gulliver, che da un bisogno di pochi diventa la risposta per molti. Corsi nelle scuole, inclusione delle persone migranti, recupero di vecchi oggetti, mantenimento aree giochi.
Oggi Gulliver sfama 430 famiglie ed è un riferimento per 650 nuclei che non devono preoccuparsi di comprare vestiti. Un riferimento dentro e fuori Pesaro, un’associazione fatta di 250 persone, 50 collaboratori e 300 tirocini attivati all’anno.
Onlus Gulliver: una realtà sociale che crea economia e genera comunità
Gulliver nasce a Pesaro 12 anni fa dall’idea di Andrea Boccanera, il Presidente, e un gruppo di genitori che decisero di impegnarsi per rendere più accoglienti gli spazi educativi dei loro bambini. Il numero di volontari è rapidamente cresciuto e il raggio d’azione si è straordinariamente ampliato.
Oggi Gulliver e i suoi volontari si occupano di attività nelle scuole, collaborano con le carceri per lo sconto di pene alternative attraverso la manutenzione di parchi e giardini pubblici. Hanno attivato 20 free library, servizi di trasporto e accompagnamento per anziani, percorsi di pcto, servizio civile per i giovani e un’importante progettualità è stata ideata sul tema del riuso. Le Botteghe del Riuso nascono su ispirazione del gruppo Emmaus in Francia, dei charity shops inglese e di altre piccole esperienze in Nord Europa. Si tratta di 4 magazzini, per una superficie totale di 7000 mq in cui vengono raccolti beni di ogni genere donati dai cittadini di Pesaro e provincia, acquistabili attraverso un contributo e disponibili gratuitamente per le persone che hanno un ISEE molto ridotto.
Attraverso questa attività Gulliver riesce a finanziare numerose attività del territorio e persino a dare contributi agli enti pubblici, invertendo il sistema di sostegni che solitamente caratterizza le realtà del non profit.
Stimolare la partecipazione attiva dei cittadini per la cura del bene comune, allontanarsi dalla visione egoistica contemporanea e generare cambiamento attraverso l’impegno civico. Questi sono gli obiettivi di Gulliver, una realtà in continuo fermento, che immagina strade nuove per costruire insieme un mondo migliore.
Un modo nuovo di fare sociale
Gulliver dimostra che il volontariato è motore di partecipazione attiva e può generare economia coinvolgendo la comunità.
I tempi sono ormai maturi per un nuovo modo di fare sociale ed esplorare le potenzialità del Terzo Settore.
Padre Natale Brescianini, formatore, coach e monaco della comunità benedettina camaldolese ne è convito. Tutto il sistema del lavoro è a suo parere in una fase di cambiamento. Il mondo profit è investito da una profonda crisi di senso. Le persone occupano gran parte delle loro giornate in attività in cui non si riconoscono, mentre il lavoro, per il pensiero benedettino, dovrebbe essere un elemento fondante della felicità umana.
Il non profit invece deve imparare a reggersi sulle proprie gambe e per farlo deve recuperare l’idea di profitto non come fine ma come strumento per sostenere la propria attività.
Il valore delle relazioni e una nuova idea di lavoro
“È la qualità delle relazioni che determina il successo di un’organizzazione, di un’impresa”. Mondo profit e non profit, suggerisce Brescianini, devono recuperare il valore della relazione, internamente ed esternamente. L’uomo è fatto per la collaborazione, non per la competizione e i luoghi di lavoro possono diventare il luogo in cui sperimentare una nuova visione del mondo. In cui educare, non alla performance ma alla relazione collaborativa e generativa tra le persone. In questo il Terzo Settore può essere di grande supporto al mondo profit e insieme creare valore sociale.
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5 passi per costruire un modello non-profit replicabile
I bisogni sociali sono in aumento. Le situazioni di crisi economica prima, aggravati dell’emergenza sanitaria, portano alla luce difficoltà sociali a cui il Terzo Settore tenta di fornire risposte. Ma come organizzare un modello capace di rispondere in modo adeguato?
Lo abbiamo chiesto a Mauro Fanchini, oggi presidente della cooperativa sociale Il Ponte di Invorio. Mauro arriva al settore non profit dopo una grande riflessione rispetto all’etica del lavoro. La sua esperienza imprenditoriale in contesti commerciali e lavorativi differenziati, diventa una valida alleata nel progetto di rilancio della cooperativa sociale. Nel 2011, anno in cui Mauro entra all’interno dell’ente, la cooperativa stava attraversando una crisi sia economico-finanziaria che di leadership e in poco tempo rischiava la chiusura. Cosa è cambiato da allora e da dove bisogna mettere le fondamenta?
1. Salvaguardare la sostenibilità
Dal 1988 la cooperativa si occupa di persone svantaggiate in particolare con handicap psichico medio. Dopo la scuola dell’obbligo a quei tempi non c’erano iniziative significative per l’inserimento sociale e nel mondo del lavoro. Per questo Il Ponte è diventato un luogo di riscatto. Un luogo in cui far acquisire alle persone con disabilità le competenze e capacità manuali per educare le loro potenzialità, affinchè diventino parte attiva della società con inserimenti nelle aziende e nelle imprese del territorio. La nostra è una logica transitiva. Lavoriamo sull’autostima, l’autonomia e la responsabilità per creare inserimenti consapevoli, attivi e partecipativi nelle aziende territoriali.
La società civile è strutturata per "escludere" tutte le categorie di persone che non stanno al passo...
L’insicurezza che nasce dal sentirsi diversi, viene superata quando ci si sente parte attiva nell’ambiente in cui si vive. Il lavoro crea esternalità positive che favoriscono le comunità locali con l’aumento della coesione sociale, qualità della vita e il risparmio di risorse pubbliche. Per questo la cooperativa deve intendersi come un’esperienza di lavoro e come tale si autofinanzia grazie alla produzione che riesce a realizzare. Bisogna superare l’errata percezione che il lavoratore con disabilità sia un freno, meno produttivo di altri. Diceva infatti Mariella Enoc “Il non profit che non diventa concettualmente azienda è soltanto un’opera di assistenza, di beneficenza che però è destinata ad una vita molto breve”.
2. Avere le idee chiare
Avere le idee chiare per noi significa trovare le risposte che Il Ponte può dare ai bisogni di inclusione sociale del territorio nel quale operiamo. Ciò non vuol dire che ci debba essere una risposta univoca e statica, ma piuttosto uno studio approfondito per risposte dinamiche e calibrate sulle singole necessità delle persone, con un percorso ben definito e condiviso che prevede obiettivi e verifiche costanti. Come nelle imprese profit, anche nella nostra cooperativa vi è una specifica conduzione organizzativa.
L’attuale Gestione ha una sua dinamicità che nasce dallo sviluppo dell’attività e dalle figure professionali che si stanno formando con l’obiettivo di avere un organigramma completo, che risponde ai bisogni di un’azienda moderna ed efficace nella sua azione dirigenziale, in particolare per quanto riguarda la corresponsabilità nella gestione aziendale e la delega delle funzioni.
La direzione, composta dai responsabili dei reparti produttivi, amministrativo e logistica si trova tutti i giorni per condividere, pianificare, organizzare e verificare il funzionamento generale delle attività.
3. Migliorare sempre
Per impostare le azioni che la cooperativa progetta, definire l’approccio, la mentalità e le competenze sulle quali poi tutto il personale si forma, è necessario stabilire le parole che orientano l’azioni. Per noi queste sono:
- Generatività
- Visione di un futuro possibile
- Custodirsi l’uno con l’altro
- Affiancare ai bisogni i desideri
- Creare rete
- Tendere sempre al meglio
4. Favorire alleanze
Il Ponte è promotore di reti sia sul territorio locale e che a livello interprovinciale per favorire partnership di intervento efficaci e condivise sui bisogni. Tra le molteplici reti di cui Il Ponte è parte, ricordo la rete F.A.R.E. acronimo di formazione, appartenenza, responsabilità, esperienza, nata con lo scopo di promuovere una sensibilizzazione culturale tesa a rimettere la dignità della persona al centro delle dinamiche economiche, con particolare attenzione alle categorie più fragili.
5. Costruire il futuro
Il bisogno sociale richiede uno sforzo e una presenza che non si esauriscono al territorio di appartenenza. Abbiamo scelto di aprirci ad altre unità, di progettare l’apertura di laboratori che diventano hub di sperimentazione lavorativa e produttiva. Per farlo occorre però usare:
- Intelligenza: leggere il tempo nella sua intimità
- Responsabilità: parliamo di responsabilità civile ovvero ciò che dobbiamo/possiamo fare nella comunità
- Libertà: non essere schiavi delle cose, di sé, degli altri.
- Speranza: per vivere in pienezza la vita, per desiderare un futuro e per decidere il nostro.

Pensi che la rubrica I 5 passi sia utile? Puoi approfondire altri contenuti a partire da: Economia ibrida alleanze tra mondi profit e nonprofit
Un'economia più ibrida in 5 passi
L’attuale situazione chiama sempre di più a volgere uno sguardo verso forme di economia ibrida. Profit e non profit, quali alleanze possono stringere per favorire lo sviluppo del territorio?
Per rispondere a questa domanda abbiamo chiesto a Massimo Erbetta, presidente della Cooperativa Sociale B.Plano di Vedano Olona, di raccontarci i 5 passi fondamentali della loro positiva esperienza.
Massimo, da dove siete partiti e come siete riusciti a costruire sinergie propositive tra mondo profit e non profit? B.Plano è una cooperativa sociale di tipo B nata nel 2013, a seguito dell'incontro tra una realtà della cooperazione sociale di tipo A molto attiva nel territorio e un’associazione locale di imprenditori, nata per promuovere in ambito cittadino il tema del lavoro e dell'occupazione. Il mio è il punto di vista di un cooperatore sociale che, pur avendo in mente la necessità per il mondo della cooperazione di rinnovarsi e di esplorare orizzonti nuovi facendosi impresa, continua a ritenere che questa definizione sia quella che meglio lo rappresenti. Cosa abbiamo fatto...
1. Partire da problemi concreti
Quando siamo partiti il mondo sociale e imprenditoriale muoveva i propri passi verso obiettivi diversi. Noi operatori sociali siamo partiti da un problema: il Centro di Aggregazione Giovanile era pieno, tutti i giorni e tutto il giorno, di giovani che oggi potremmo definire NEET: ragazze e ragazzi fermi, incerti se procedere nel percorso di studi, o nella ricerca di un lavoro, con un orizzonte temporaneamente (così la pensavamo e la pensiamo) bloccato.
Piccoli imprenditori hanno dato una disponibilità ad ospitare, per brevi periodi di stage, alcuni di loro; abbiamo notato dei cambiamenti o, meglio, abbiamo visto che l'esperienza lavorativa metteva in luce capacità già presenti ma non espresse: la puntualità, la responsabilità, la buona educazione... B.Plano è il dispositivo che abbiamo creato per dare continuità a queste esperienze, estendendo il concetto di inserimento lavorativo a tutte le persone che stanno attraversando momenti di difficoltà personale e promuovendo la nascita di un luogo di lavoro attento alla valorizzazione dei talenti di ciascuno.
L'Associazione di imprenditori partiva aveva invece la necessità di rendersi visibile nella comunità, e di realizzare qualcosa di concreto che qualificasse il proprio operato in termini realmente sociali, cioè orientati ai bisogni degli altri.
2. Vincere lo stereotipo
La prima volta che abbiamo incontrato un imprenditore abbiamo incontrato il nostro stereotipo. Accade anche a te? Di vedere una persona affabile e cordiale, ma tesa a perseguire il proprio interesse individuale attraverso il raggiungimento di obiettivi aziendali volti a massimizzare il profitto e ridurre i costi? Ovvio, non ti dice proprio così, ma tu lo senti e lo respiri nelle sue parole e atteggiamenti; lo vedi da come si rivolge ai propri collaboratori, ma soprattutto da come loro si rivolgono a lui. La seconda volta che incontriamo un imprenditore, lo stereotipo si conferma. La terza volta diventa un giudizio netto senza possibilità di revisione alcuna. Ma pochi arrivano al terzo incontro; lo stereotipo vince in fretta, e spesso il primo incontro è anche l'ultimo. Avere la forza e la volontà di proseguire, di incontrarsi per conoscersi, è il passo fondamentale. All'inizio sono i ruoli ad incontrarsi, ma dopo un po' di tempo (molto tempo) ci si incontra tra persone. I ruoli parlano di organizzazioni, le persone parlano, soprattutto, di altro. Arrivati qui, potrebbe capitare di scoprire che lo stereotipo era reciproco, e che il tuo imprenditore interlocutore ha passato molto tempo a chiedersi che lavoro facesse un operatore sociale, considerandolo spesso un perditempo o, nella migliore delle ipotesi, un sognatore velleitario.
3. Rispondere ai bisogni con professionalità
I ruoli organizzativi parlano di bisogni dell'organizzazione. Quindi, il primo livello di collaborazione per noi - ma forse un po' per tutti - è quello fornitore-cliente. Il nostro primo cliente, e attualmente il più importante, ha fin da subito dato del lavoro in cooperativa; come membro dell'Associazione fondatrice, la loro intenzione era di sostenere la nascita e l'avvio della nostra impresa attraverso il conferimento di commesse, e questo era utile anche per noi, in qualità di cooperativa di inserimento lavorativo. Ma non lo abbiamo mai considerato un mero atto di profonda e disinteressata generosità; questa, infatti, tende ad esaurirsi se non è sostenuta da una utilità che permane. Nel tempo è diventato evidente come il conferimento di lavoro alla cooperativa fosse un vantaggio anche per l'impresa; non tanto dal punto di vista economico, perchè la cooperativa non fa sconti e non abbassa i prezzi per facilitare la "conquista" di un cliente, quanto da quello della qualità del lavoro svolto, dell'efficienza e della capacità di risolvere i problemi che inevitabilmente sorgono in un rapporto di lavoro. Questa graduale consapevolezza ha dato grande spinta alla cooperativa e ai suoi soci e lavoratori ed è, insieme ad altri fattori, un elemento di forza che ci ha aiutati a fare scelte impegnative di sviluppo; oggi noi diciamo ai Servizi Sociali che il nostro lavoro principale è l'inserimento lavorativo, ma alle aziende ci presentiamo come professionisti del confezionamento che è, a tutti gli effetti, un lavoro e un codice Ateco. Interessa questo alle imprese, all'inizio.
4. Avere pazienza per costruire
Con calma, di confezione in confezione, dopo migliaia di consegne e ritiri, rinnovati i contratti con l'azienda di anno in anno per 6 anni, abbiamo realizzato che in questo tempo, lunghissimo, stava accadendo qualcosa d'altro rispetto al lavoro esplicito e manifesto. Si stava sviluppando un legame, che ha generato il contesto giusto perchè si incontrassero le persone, non più i ruoli. E le persone portano altro. Portano, all'inizio, alcuni problemi di gestione del loro tempo libero e chiedono maggiori informazioni su quelle attività che la cooperativa ha nel frattempo attivato, ancora in fase di avvio ma interessanti e forse utili; la nostra sartoria sociale potrebbe fornire riparazioni ai dipendenti? Il laboratorio di falegnameria potrebbe fare piccoli lavori di riparazione domestica? A un certo punto, forse per magia ma noi pensiamo di no, ricompare un aggettivo, fino ad ora confinato all'interno della cooperativa: Sociale. Ed è a partire da qui che le richieste cambiano: l'imprenditore, o chi per lui, pensa ai suoi dipendenti che sono anche genitori con figli che seguono la DAD, e alle difficoltà che possono avere in questo tempo strano; pensa ai dipendenti figli di genitori anziani bisognosi di cure e assistenza. Cambiano le richieste, cambia il rapporto: non più quello cliente-fornitore regolato da un contratto, ma quello di soggetti co-progettanti tenuti insieme da una convenzione.
5. Lavorare insieme per costruire
La zona industriale nella quale la cooperativa ha sede è frequentata quotidianamente da circa 2.000 persone impiegate nelle aziende. Una bella porzione di territorio sta lì per otto ore al giorno; perchè non provare a entrare in relazione, a conoscere, a proporre? Ci vuole tempo e, soprattutto all'inizio, tanta fatica. A volte sembra che ci sia un muro tra aziende e cooperative sociali, e questo muro è costruito da entrambe le parti. Spaventano le tante differenze, probabilmente, ma spesso c'è il timore di "sporcarsi", di dover rivedere stili e consapevolezze costruiti in anni di lavoro spesso vissuto come antagonista... Allo stesso tempo stiamo assistendo alla profonda crisi nel rapporto con l'Ente Pubblico, che nel nostro territorio rappresenta praticamente la totalità delle committenze di molte cooperative sociali. crisi che lascia chiaramente intendere come pure questo modello di sviluppo, costruito negli anni, basato sulla funzione pubblica delle cooperative sociali, non sia più sostenibile. E il mondo profit rappresenta una vastissima area di mercato, praticamente ancora non esplorata, che potrebbe garantire lavoro, molto lavoro, per i prossimi anni. Perchè no?

A proposito di Massimo Erbetta
Massimo è piemontese di nascita e lombardo per professione, inizia a frequentare il mondo delle cooperative sociali da adolescente, negli anni di grande fermento dopo l'approvazione della Legge 381. Da allora ha partecipato alle attività di diverse cooperative di tipo A, per poi inspiegabilmente trovarsi a lavorare in una di tipo B. Si è sempre occupato di gestione e sviluppo delle organizzazioni di cui ha fatto parte, ricoprendo i ruoli più disparati, secondo necessità. Ha sempre guardato con interesse all'innovazione, non necessariamente quella tecnologica. Tende a stare dalla parte dei giovani, qualsiasi cosa abbiano combinato, e dei fragili, qualsiasi sia la causa.
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