Impresa sociale: dall'intuizione alla creazione di una comunità
Sono le esperienze concrete che ci trasformano, ci definiscono e ci orientano nella vita. A Manuele è successo così: ha varcato le porte di un centro disabili e si è aperto alla relazione con quei volti sorridenti. Lì ha trovato la sua felicità e ha scoperto cosa voleva fare della sua vita.
Dopo gli studi in Scienze dell’Educazione continua ad approfondire le sfumature della psiche umana e si specializza nell’approccio lacaniano della psicologia clinica. Cerca di capire quali ragioni si nascondono dietro alla sofferenza. Ma accanto al desiderio di conoscenza, sente una richiesta d’aiuto cui non vuole sottrarsi.
Ci sono persone con problematiche troppo importanti, comportamenti troppo aggressivi, troppe difficoltà famigliari, che restano escluse da un sistema incapace di prendersene cura. Manuele vuole dare una risposta al loro bisogno.
Condivide questo progetto con altri compagni d’avventura e dà vita a Il Desiderio di Barbiana. Due strutture residenziali, un progetto di agricoltura sociale e un birrificio artigianale. Un luogo protetto ed inclusivo per bambini e giovani adulti con autismo e complesse sofferenze psicologiche.
Manuele ha seguito un desiderio, ogni giorno la passione aumenta e la sua fatica è ripagata. Come lo sa? Vivere per far vivere bene anche gli altri lo rende felice.
https://open.spotify.com/episode/0FZ2fRHIRgEpmxBPgZFErh
Il desiderio di Barbiana, cooperativa e imprese sociali
Il Desiderio di Barbiana, aps, cooperativa e impresa sociale, si trova a Fiano Romano, nella provincia nord di Roma. Accoglie minori e giovani adulti con disturbi dello spettro autistico e gravi problematiche psicologiche. In collaborazione con la diocesi di Civita Castellana, ha aperto due strutture residenziali, una per adolescenti e una per adulti e avviato progetti di inclusione socio-lavorativa. Un birrificio artigianale, un agriturismo, un ristornate inclusivo e solidale e un’azienda agricola. Luoghi in cui i 18 ragazzi che vivono nelle strutture residenziali possono sperimentarsi ed emanciparsi, ma cui hanno accesso anche i tanti giovani del territorio che vivono una condizione di marginalità, esclusi dal legame sociale e dalle possibilità di un approdo psicologico.
Dar vita a un sogno
Trasformare un’intuizione in un progetto di vita non è cosa semplice. Ma come ricorda Manuele Cicuti nel podcast “a volte bisogna fare una scommessa di fronte alle cose importanti della propria vita”. Aggrapparsi al proprio sogno con entusiasmo e passione però non è sufficiente. Serve molto di più:
- Responsabilità
- Studio del bisogno
- Analisi del territorio
- Tempo e studio dedicato alla preparazione della progettualità
- Approfondimenti “laterali” (amministrativi, giuridici, sociali)
E poi serve un team. Un gruppo di lavoro competente che crede e investe nel progetto.
Per passare dall’intuizione alla strutturazione del quotidiano serve una struttura organizzativa e amministrativa. È un percorso complesso, ma necessario, perché il solo entusiasmo non crea realtà.
Impresa sociale e impresa commerciale: somiglianze, differenze e sostenibilità
Carmine Stringone, avvocato del mondo non profit, spiega che per trasformare un’idea in un progetto concreto,uno dei temi principali da affrontare è la sostenibilità economica e finanziaria.
L’impresa sociale, come l’impresa commerciale è attività di impresa, ovvero esercizio di un’attività in modo professionale e organizzato. La professionalità indica l’esercizio continuo e stabile dell’attività. L’organizzazione si traduce nel coordinamento prudente e razionale delle risorse umane e materiali.
L’impresa commerciale, che nasce per esercizio di un’attività di scambio di beni e servizi nel libero mercato, è chiamata alla realizzazione di un utile. L’impresa sociale, che si propone il conseguimento di finalità sociali ed altruistiche, può anch’essa svolgere attività economica ma non la deve snaturare. È una differenza teleologica, cioè di finalità.
La sostenibilità economica delle due realtà va dunque intesa in modo differente. L’impresa commerciale è sostenibile se crea ricchezza e attraverso questo persegue la finalità di lucro e autofinanziamento. Un’impresa sociale invece è economicamente sostenibile quando crea valore, cioè quando nasce e rimane, perché riesce ad autorigenerarsi, una fonte di produzione di valore per le persone.
Il finanziamento delle imprese sociali
L’approvvigionamento delle risorse finanziarie delle imprese sociali, il cosiddetto fundraising, è un problema fondamentale per le imprese sociali. Esistono vari soggetti che possono erogare finanziamenti:
- Privati cittadini
- Enti filantropici
- Pubblica amministrazione
- Istituti bancari (ad esempio attraverso forme agevolate di finanziamento)
La Riforma del Terzo Settore prevede inoltre formule che incentivano le erogazioni liberali attraverso forme di deducibilità fiscale, l’emissione di titoli che possono essere sottoscritti da privati a favore di enti non profit e la semplificazione della tassazione diretta o indiretta degli enti non profit.
La fonte principale di approvvigionamento restano però i finanziatori esterni e i donatori. Per coinvolgerli le imprese sociali devono garantire:
- Stabilità della governance
- Gestione efficiente
- Trasparenza
Il primo requisito si ottiene, fin dalla costituzione dell’ente, definendo in modo stringente le regole che presidiano la governance, la precisa distinzione tra direzione e gestione, gli indirizzi gestionali precisi e i processi di controllo sull’attività degli organi statutari.
Per quanto riguarda l’efficienza della gestione lo strumento indicato dalla normativa è il bilancio di missione. A differenza del bilancio d’esercizio che raccoglie in sé le informazioni di tipo economico, quello di missione rendiconta l’attività economica ma soprattutto l’utilità dei risultati della gestione rispetto alle esigenze della comunità territoriale di riferimento.
La trasparenza, o accountability, coinvolge il tema del rischio nelle sue varie articolazioni (reputazionale, operativo, economico) e indica il dovere dell’impresa sociale, non solo giuridico, di dare completa e corretta rappresentazione dell’utilità sociale dell’attività rispetto alle esigenze del territorio.
Quando questi criteri vengono rispettati, sostiene l’avvocato Stringone “l’ente non profit riesce a integrarsi con la comunità di riferimento, cioè la comunità sposa la mission e il progetto dell’ente”. Proprio nel rapporto con il territorio si cela la possibilità di dare piena realizzazione all’intuizione iniziale individuale. “L’impresa sociale” afferma infatti Stringone “si realizza in modo pieno quando si trasforma in un’esperienza condivisa di comunità”.
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Pietro e la comunità per rinascere dalla dipendenza
Dicono che a breve Pietro compirà 78 anni.
Dicono, perché Pietro non pensa a quanti anni ha. Pensa invece al domani e a tutto quello che può fare per migliorare, ancora, la vita dell’uomo. Perché questa è la sua eredità.
Pietro ha occhi grandi e lo sguardo lungo. Impara fin da bambino a guardare oltre e a vedere le persone per quello che sono. Così man mano che cresce sente maturare dentro di sé il bisogno di mettersi a disposizione. Di fare qualcosa. Di esserci per aiutare gli altri. Ma come?
Nell’oratorio di Allumiere, Pietro resta incantato dell’energia di Don Egidio. Per lui tutto è semplice e chiaro: la vita va spesa per prendersi cura della Persona. È un sacerdote carismatico e i giovani diventano protagonisti delle attività di solidarietà proposte dall’oratorio. E Pietro non fa eccezione.
Si mette a servizio perché il suo cuore lo spinge a costruire una società più umana e anche più giusta. Un’idea che lo spinge a scegliere la facoltà di Giurisprudenza. Qui, esame dopo esame, comprende che questa è la sua via. Praticare il diritto è una forma di cura della persona. Il suo titolo diventa così un lavoro di aiuto per chi si trova in difficoltà.
La professione lo affascina e lo coinvolge. Pietro rinuncia alla carica di funzionario statale perché nello studio legale sente di poter fare tanto, di essere un collaboratore dei cittadini sommersi da entità preponderanti. Anche Don Egidio percepisce l’animo che divampa in Pietro, lo osserva e alla fine lo coinvolge.
Negli anni ’70 la droga in Italia è un’evidenza, una piaga che scava lo spirito dei ragazzi e angoscia le famiglie. E i giovani laziali non ne sono immuni. Don Egidio entra negli occhi spenti di giovani pieni di vuoto, in loro il grido di aiuto si zittisce in una dose rimediata. A quel lento suicidio popolare, don Egidio non ci sta.
“Siamo tutti fratelli!” dice don Egidio ai suoi giovani e riconosce in ciascuno un dono da mettere in gioco per generare una comunità dove l’amore responsabile è il centro. Pietro porta le sue competenze come avvocato e insieme agli altri giovani, forma un gruppo di pionieri intenti a creare di risposte concrete per vincere la sfida della vita. Perché nessun ragazzo merita di essere abbandonato.
Con la nascita dell’associazione Il Ponte, Pietro inizia a gestire seminari di diritto penale e familiare: chi cade nella tossicodipendenza si trascina in un vortice di difficoltà. L’associazione è viva e attiva. Si cercano i primi appartamenti per creare una struttura. Si bussa agli amici, ai frati, alla regione. Si corre ma il tempo è lento e resistente: c’è paura, c’è l’AIDS, c’è ostilità.
“Ci portate i drogati in casa!” si lamentano i cittadini dei paesi. Ma ne Il Ponte, i drogati hanno tutti un nome, un’età e una sfida da affrontare. Sono ragazzi, a volte poco più di bambini. Sono giovani donne, a volte incinte, a volte con figli piccoli. Sono minori senza scuola e legami. Sono persone perse nel rifiuto di sé stesse.
L’associazione resiste. Il lavoro è tanto, ogni persona in percorso terapeutico deve tornare ad amarsi per quello che è per poi costruire un rapporto sano con gli altri. Le critiche dall’esterno fanno male ma mai come un ragazzo che alla fine non ce la fa.
Le sconfitte diventano motore di incontri con famiglie, istituzioni, scuole e attori sociali per promuovere la prevenzione, per testimoniare che è possibile un’altra via e che anche nella caduta si può rinascere.
Lo testimoniano le 60 madri con bambino e i 1100 ragazzi che partecipano alla Festa della vita ritrovata, ilbattesimo sociale a termine del percorso terapeutico, che toglie lo stigma della dipendenza portando le persone a vivere rinnovate in società!
Oggi Il Ponte è una comunità per le vittime della dipendenza. Insieme a 40 operatori, ai progetti educativi e lavorativi, Pietro alimenta l’eredità lasciatagli da Don Egidio: liberare la persona e riportala a vivere.
“Sono qui per restituire ciò che mi è stato dato!”
Lui è Pietro Messina, un uomo che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Scopri le altre raccontate nella rubrica Persone che fanno la differenza a partire da Massimiliano
Torna il Bando GREST
Tempo d’estate e di proposte educative rivolte alle famiglie! Anche quest’anno Fondazione Cattolica ha scelto di investire nella formazione dei ragazzi e nel ruolo valoriale dei GREST perchè attraverso la loro funzione sociale, ludica e comunitaria i GREST rappresentano un luogo di condivisione, collaborazione ed inclusione che associa alla dimensione educativa quella spirituale. Un’esperienza che la Fondazione ha scelto di raccontare anche attraverso un nuovo percorso…rimani connesso per sapere di cosa si tratta. News a breve!
Il Bando GREST 2024
Fondazione Cattolica stanzia 100.000€ per il Bando GREST 2024 a cui possono partecipare tutte le Parrocchie e i circoli NOI della Diocesi e/o della Provincia di Verona. Il contributo assegnato sarà compreso tra i 500 e i 2.000 euro per ciascuna Parrocchia che risulterà assegnataria del bando, in base al punteggio attribuito in seguito all’analisi degli elementi quantitativi e qualitativi riscontrati.
Modalità di partecipazione
Per partecipare basta seguire le istruzioni dichiarate all’interno del regolamento. Saranno prese in considerazione le richieste che saranno inserite a portale entro le ore 12.00 del 15 Giugno 2024. Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria della Fondazione.
Modalità di erogazione
Le Parrocchie assegnatarie saranno informate entro il 31 luglio 2024. Il contributo della Fondazione verrà erogato a conclusione del Grest.
Al via il PCTO che rende gli studenti protagonisti
Nell’estate 2023 Fondazione Cattolica ha accolto i primi studenti per l’esperienza PCTO (percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento ex Alternanza Scuola-Lavoro). Un’esperienza positiva che aveva permesso agli studenti di sviluppare una ricerca qualitativa dal titolo “Chi sono i giovani d’oggi?”. Tra i bisogni riscontrati negli oltre 600 ragazzi intervistati è emersa la voglia di cambiare il mondo per renderlo un luogo accogliente. Per farlo gli adolescenti si auguravano di trovare alleanze generazionali, guide che sappiano identificare il loro valore per accompagnarne la crescita.
ll PCTO per sviluppare progettualità ad alto impatto territoriale
Per questo la Fondazione ha ideato il progetto di PCTO “Sperimentare per crescere”. Un’esperienza immersiva di 60 ore che renderà gli studenti protagonisti dello sviluppo delle loro competenze imprenditoriali attraverso l’accompagnamento alla formulazione di progetti volti a migliorare la condizione giovanile in città.
“Sperimentare per crescere”
Il programma si sviluppa su 3 settimane. Durante la prima i partecipanti avranno l’opportunità di conoscere organizzazioni del Terzo Settore capaci di fare impresa valorizzando le persone e i territori. Dal 10 al 13 giugno, gli studenti andranno a conoscere:
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- Panterei, una cooperativa sociale che affianca le persone con disagio mentale all’interno di percorsi professionali riabilitativi. In questa creativa impresa sociale, il lavoro diventa strumento di riqualificazione dell’essere umano. Gli studenti sperimenteranno sul campo che lo scarto alimentare, come le persone lasciate ai margini, possono avere una seconda vita.
- Fucina Culturale Machiavelli, un’impresa sociale-culturale nata per offrire alla città veronese un’esperienza artistica, teatrale, musicale vicina ai giovani. Gli studenti si cimenteranno nella costruzione di un Festival artistico e comprenderanno le sfide che comporta la gestione di una rassegna estiva.
- D-Hub, un’associazione di promozione sociale creata per contrastare l’emarginazione sociale, sviluppare comunità e favorire l’inserimento socio-occupazionale di donne in condizione di vulnerabilità. In questa realtà, gli studenti si cimenteranno in lavori artigianali e scopriranno il valore dell’attivazione comunitaria
- Acli Verona, un’organizzazione multifunzionale nella quale concentreremo l’attenzione sul programma Rebus, un progetto locale di recupero di beni invenduti e inutilizzati. In questa realtà gli studenti analizzeranno l’impatto dell’eccedenza, scopriranno comportamenti etici e proporranno metodi efficaci di sensibilizzazione.
La visita diretta nelle organizzazioni non profit aiuterà gli studenti a maturare nuove consapevolezze, comprendere il territorio e la sua complessità, intuire i diversi ambiti professionali e le figure operanti nell’impresa sociale.
Sviluppare competenze imprenditoriali
I ragazzi lavoreranno sullo sviluppo delle competenze imprenditoriali: l’intraprendenza, l’assunzione di rischio, la motivazione, la disciplina, l’organizzazione mentre saranno formuleranno idee volte a migliorare la condizione giovanile in città. Gli studenti, suddivisi in team, lavoreranno sul business model canvas e struttureranno progetti portatori di valore per gli stakeholder. I team incontreranno 10 professionisti che li aiuteranno a focalizzare: la scelta dell’idea, i destinatari di riferimento, il modello di business, la strategia di comunicazione, le modalità di relazione e di raccolta fondi.
Al termine dell’esperienza gli studenti presenteranno le idee nate dal loro lavoro a una commissione che valuterà la fattibilità e l’impatto dei progetti sviluppati.
Sei interessato a sapere di più di questa esperienza? Vorresti partecipare? Fai parte di una scuola del territorio veronese e vorresti creare un progetto insieme a noi? Scrivici!
WE ARE PUZZLE: scopri le life skills per comporre il tuo futuro
Il 25 e 26 maggio, a Bologna, nel Complesso di Santa Cristina del Dipartimento delle Arti dell’Alma Mater, Fondazione In Oratione Instantes propone due giorni di bootcamp alla scoperta delle life skills. Un viaggio formativo ed esperienziale guidato da un team di esperti e rivolto ai ragazzi delle superiori e delle università.
Fondazione In Oratione Instantes
We are puzzle è un’iniziativa di Fondazione In Oratione Instantes, una realtà giovane che ha per obiettivo i giovani. “Noi amiamo lavorare sulle fragilità e sui talenti” racconta Paola Carotenuto, presidente della Fondazione “Non lavoriamo in sede. Andiamo dove i ragazzi sono. Nelle scuole, nei centri aggregativi, negli oratori. E lì incontriamo questi poveri invisibili, come li chiamo io. Ragazzi che manifestano una povertà di senso inascoltata e bisognosa di risposte da parte del mondo degli adulti”.
Per dare ai ragazzi strumenti di consapevolezza e di orientamento nella vita, la Fondazione ha messo in campo varie progettualità, l’ultima delle quali in ordine di tempo è” We Are Puzzle”.
We Are Puzzle

We Are Puzzle nasce dall’evidenza delle difficoltà relazionali dei giovani di oggi e dalla volontà di lavorare con loro sulle competenze trasversali, le cosiddette life skills.
Un’iniziativa che, già nel titolo, “vuole spostare il focus dall’io al noi” spiega Paola, “e proporre un cambio culturale. La nostra è una società che esclude e si concentra soltanto sull’io. Ma le meraviglie avvengono quando c’è un noi. Siamo tutti diversi, ma tutti preziosi e questo vale anche per la disabilità”.
“La metafora del puzzle” aggiunge Mattia, coordinatore dei progetti della Fondazione “spiega che siamo tutti parte di un disegno più grande. Ma anche che dentro di noi ci sono tanti tasselli che ci compongono. Il talento, punti di forza e punti di debolezza. Dobbiamo imparare ad ascoltarci, per riconoscerli e valorizzarli”.
Oltre a giovani e alle famiglie, l’iniziativa si rivolge anche ai docenti. Insegnanti che hanno un ruolo educativo e formativo fondamentale e talvolta faticano ad entrare in contatto con i loro ragazzi.
Sulla base delle esperienze maturate dalla prof.ssa Giusy Toto dell’Università di Foggia e insieme alla prof.ssa Elisa Farinacci ricercatrice del Dipartimento delle Arti dell'Università di Bologna, componenti del Comitato Scientifico e Organizzativo del progetto , We Are Puzzle è stato ideato come un bootcamp. Un addestramento delle capacità cognitive, sociali ed emotive che servono per trovare il proprio posto nel mondo e affrontare la complessità della vita.
Il format prevede nella prima giornata tre sessioni parallele di 3 laboratori dinamici, 2 per gli studenti e 1 dedicato ai docenti. Ogni gruppo sarà composto da 15-20 ragazzi, per favorire un’esperienza più coinvolgente possibile.
I laboratori saranno incentrati ciascuno su una delle 3 life skills chiave dell’iniziativa:

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- Empatia
- Autocoscienza
- Gestione delle emozioni
La proposta comprenderà anche sezioni in plenaria, aperte anche alla cittadinanza, gestite dai relatori sul tema delle relazioni. E tavoli di lavoro e discussione per coloro che non avranno potuto partecipare ai laboratori.
Il secondo giorno proseguiranno le proposte formative e ci sarà la possibilità di partecipare ad una challenge. I ragazzi dovranno realizzare un piccolo trailer video con l’obiettivo di raccontare l’importanza delle life skills ai giovani. I vincitori potranno registrare un vero e proprio cortometraggio che, sulla scorta del progetto Giovani Ciak di Fondazione In Oratione Instantes, parteciperà a vari Festival di corti cinematografici.
“Per offrire contenuti di alto livello, abbiamo invitato relatori da ogni parte d’Italia” prosegue Mattia. “Ciascuno rappresenta un’eccellenza nel proprio campo”. Tra questi anche il Segretario di Fondazione Cattolica e, per la plenaria conclusiva, il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente CEI e arcivescovo di Bologna, che condividerà il suo pensiero sull’importanza delle relazioni nella vita quotidiana.

Giovani di oggi: il pezzetto mancante
Fondazione In Oratione Instantes, attraverso le proprie attività entra ogni giorno in contatto con i giovani e ha la possibilità di guardare da vicino questa nuova generazione, ricca di potenzialità ma anche di fragilità.
“Quello che vediamo spesso nei nostri laboratori è la rincorsa alla performance. Perché la nostra non è la società del merito e non c’è ascolto” spiega Mattia.

La Presidente evidenzia inoltre la difficoltà, acuita dalle restrizioni della pandemia, di socializzare, di relazionarsi nella realtà e non attraverso il digitale. La paura di uscire da una zona di comfort per sfidare i propri i limiti e correre anche il rischio della sconfitta. “La responsabilità di queste fragilità”, racconta Paola “è degli adulti, spesso eterni adolescenti, che mancano di autorevolezza e soprattutto non sanno essere d’esempio per i propri figli. I ragazzi camminano in un deserto senza strade, non trovano i binari entro cui impostare il loro cammino e in un mondo in cui tutto è possibile, paradossalmente è più difficile scoprire chi sei. Un disagio che tanti giovani manifestano anche con disturbi del comportamento, talvolta molto gravi”.
“La Fondazione” prosegue Paola” è nata perché sentiva la sofferenza dei giovani. Tutti corrono sulle criticità, ma io sentivo nel cuore i giovani normali, perché oggi le grandi cose si fanno nella normalità”. “Quello che cerchiamo di trasmettere” prosegue Mattia “é imparare ad essere e non a fare. Siamo in una società che vuole che facciamo tutto e lo facciamo benissimo. Ma è importante l’ascolto di sé. Non è ascoltando ciò che dice la massa o che richiede la società che si può trovare a felicità. Si può essere felici se si ha la capacità di ascoltare il proprio talento e capire qual è il nostro pezzetto nel mondo”.
Per saperne di più visita la pagina del sito dedicata all'iniziativa!
Anche Fondazione Cattolica ha ideato un evento rivolto ai giovani delle scuole secondarie, per fornire strumenti di orientamento alla vita e aiutare i ragazzi a scoprire il loro posto nel mondo: Escogito! Leggi l'articolo che parla dell'ultima edizione di questa iniziativa.
Fondazione Verona Minor Hierusalem e il volontariato culturale che crea legami
Nell’Alto Medioevo, quando la Terra Santa era difficilmente raggiungibile, Verona iniziò ad essere nominata “Minor Hierusalem”, “piccola Gerusalemme”, un appellativo nato dal desiderio di ritrovare nella città italiana corrispondenze con i luoghi più importanti della capitale giudaica.
Un’analogia fatta di richiami e somiglianze urbanistiche e topografiche, che tracciano un percorso inedito di Verona. Un pellegrinaggio artistico, culturale e spirituale che oggi Fondazione Verona Minor Hierusalem valorizza e rende fruibile attraverso il volontariato culturale.
La Fondazione Verona Minor Hierusalem e le sue attività
Verona Minor Hierusalem propone un turismo culturale ed esperienziale, che valorizza la città di Verona. Proprio per questo la governance comprende rappresentanti delle principali istituzioni e organizzazioni cittadine, al fine di coinvolgere e attivare gli attori della città nella custodia e nella promozione della storia di Verona.

Attività prevalente della Fondazione è l’accoglienza in alcune chiese della città, attraverso un volontariato culturale formato ad oggi da 430 cittadini e oltre 100 studenti in alternanza scuola lavoro.
Tra i volontari e la Fondazione, si crea un circolo virtuoso, tipico dell’economia del dono, nel quale si dona tempo per ricevere formazione, crescita personale e di competenze. La proposta formativa può anche essere personalizzata, secondo gli interessi personali e può approfondire temi diversi: storia dell’arte, spiritualità, lingue straniere, canto e persino teatro.
La Fondazione propone un pellegrinaggio urbano, culturale e non ultimo spirituale, per conoscere Verona quale Minor Hierusalem. Delle attività promosse ne beneficiano i visitatori che possono accedere a chiese cittadine difficilmente visitabili, gli abitanti di Verona che possono conoscere aneddoti e particolari spesso sconosciuti e i turisti che esplorano luoghi esclusi dai percorsi tradizionali.
Gli itinerari culturali proposti, articolati nella visita di alcune chiese poste lungo l’antica via Postumia, sono:
- Rinascere dalla Terra - Verona crocevia di civiltà, storia e cultura
- Rinascere dall’Acqua - Verona aldilà del fiume
- Rinascere dal Cielo - Verona tra le note di Mozart e una nave di santi
Il modello di volontariato culturale
Fin dalla sua nascita, l’obiettivo della Fondazione era creare legami. Prima di rivolgersi al turismo, il progetto era infatti pensato come scambio culturale tra volontari. Rapidamente lo sguardo si è aperto all’esterno, in un’ottica di restituzione.
“Il volontario della Fondazione è un cittadino innamorato della sua città- spiega Paola Tessitore, Direttrice della Fondazione - che non è più solo spettatore della bellezza ricevuta, ma che secondo le logiche dell’economia del dono, diventa promotore di questo patrimonio e si attiva per tramandarlo nel futuro”. Un obiettivo che la Fondazione persegue creando e promuovendo relazioni con il territorio, tra i volontari e con i visitatori con cui gli stessi entrano in contatto.
“Tessere relazioni per il Bene Comune” è divenuto il modello valoriale e organizzativo adottato dalla Fondazione che si basa su sei pilastri: economia del dono; formazione interdisciplinare; creazione di valore nelle relazioni; passaggio intergenerazionale della cultura; sinergia con il territorio e l’ambiente imprenditoriale e innovAtibilità (ovvero l’innovazione culturale attivata per favorire un’accoglienza inclusiva e sostenibile).
La cultura come strumento di inclusione
Nel 2022 Fondazione Verona Minor Hierusalem è stata tra i vincitori del Bando Una Mano A Chi Sostiene con il progetto “Cultura e innovazione per l’inclusione sociale intergenerazionale”, avente l'obiettivo di rendere le chiese del quartiere multietnico di Veronetta un luogo di inclusione. La cultura dunque è diventata strumento per favorire l’accoglienza, aumentare la coscienza civica, sviluppare una cittadinanza attiva e creare nuove appartenenze.

Sono stati coinvolti nel progetto gruppi con caratteristiche differenti: due classi di scuola secondaria di primo grado, due classi di scuola primaria, due classi di studenti stranieri che frequentano un corso di italiano, un gruppo misto composto da abitanti del quartiere e volontari in formazione della Fondazione Verona Minor Hierusalem.
Attraverso visite e laboratori esperienziali, gli spazi e le opere d’arte presenti nelle chiese sono diventati strumenti per stabilire relazioni con il contesto e con gli altri partecipanti.
Questi nuovi legami hanno trasformato un luogo di identità, la chiesa, in un luogo di accoglienza.
Il progetto è ancora in corso, ma il modello strutturato e i risultati fin qui raggiunti consentono di immaginare una sua replicabilità nel tempo e in contesti diversi, a dimostrazione che “la cultura può diventare strumento di inclusione e trasformazione”.
Se questo argomento ti appassiona, leggi l’articolo che abbiamo dedicato al potere della bellezza e l’esperienza di Mario Cappella al rione Sanità di Napoli.





