Il sapore buono della domenica. Botteghe e Mestieri il pastificio sociale
Botteghe e Mestieri è una cooperativa di inserimento lavorativo che ha scelto di portare nelle tavole d’Italia ciò che in Emilia Romagna si fa da sempre in casa: la pasta fresca. Riscatto, fiducia e felicità sono gli ingredienti che rendono speciali, oltre che buoni, i loro prodotti e trasmettono ogni giorno il sapore buono della domenica.
La storia di Botteghe e Mestieri il pastificio sociale
Botteghe e Mestieri nasce in provincia di Ravenna nel 2003 a seguito di alcuni percorsi educativi incentrati sul lavoro, condotti dall’associazioni San Giuseppe e Santa Rita Onlus (Casa Novella). Il lavoro manuale e la possibilità di sperimentarsi in attività extra scolastiche, aveva attivato desideri di autonomia nei giovani partecipanti. Purtroppo le difficoltà oggettive di inserimento lavorativo di una persona con disabilità psichiatrica hanno impedito la continuazione del progetto. “Le aziende del territorio non erano pronte per sviluppare percorsi di inserimento che chiedevano attenzioni e tempi prolungati. Questo fatto ci ha sfidato. Ci siamo chiesti se non lo facciamo noi, chi lo fa? Chi può rendere il lavoro uno strumento di crescita e di dignità anche per i ragazzi da noi seguiti? E così abbiamo avviato la cooperativa” racconta Claudio Mita, presidente.
Botteghe e Mestieri nasce con l’obiettivo di produrre pasta fresca per evocare profumi, ricordi, sapori legati alle cure e alle proprie tradizioni.


Gli elementi distintivi della cooperativa
“Noi siamo il lavoro che facciamo - continua Claudio – Un tempo i ragazzi venivano mandati in bottega per imparare un mestiere, per crescere come professionisti ma anche come persone. Il maestro artigiano era colui che con passione e gusto accompagnava i giovani ad acquisire abilità, conoscenze, capacità. Oggi lo facciamo qui”. La bottega è un luogo ospitale, un posto in cui si trasmette la passione di creare insieme, un luogo di relazione che acquisisce valenza terapeutica perché quel che si fa è frutto del lavoro di tutti.
Artigianalità, rigore e sostenibilità. Botteghe e Mestieri ha iniziato a lavorare con la disabilità psichiatrica quando pochi in Italia avevano deciso di sperimentarsi ma fin da subito ha scelto di strutturarsi come una qualsiasi impresa: vivere di ciò che si produce (senza convenzioni) per dare sostanza ai propri obiettivi.
I protagonisti di Botteghe e Mestieri
Persone con disabilità psichiatrica, donne in situazioni di fragilità ma anche giovani che con la pandemia si sono chiusi tanto da non uscire nemmeno più dalla propria camera. “La cooperativa è composta da 20 persone, negli anni abbiamo attivato 70 tirocini professionali con persone che poi sono rimaste e molte altre che sono state preparate per il lavoro presso altre aziende. In tutti loro ho visto attivarsi percorsi di rinascita” racconta Claudio. Lavorare in cooperativa significa rilanciare la propria vita, pensare nel lungo periodo mentre spesso la malattia mentale o le situazioni di svantaggio tendono a non far fare progetti. “Maturi la conoscenza di te, inizi ad avere fiducia, hai possibilità economiche che permettono un affitto e possibilità relazionali che poi spingono a creare amicizie, a riallacciare i rapporti con la famiglia. Con il lavoro ti conosci, conosci il peso della vita e trovi le risposte che cerchi” spiega Claudio.


Il lavoro della cooperativa
Il laboratorio di pasta fresca, l’attività di catering e l’ufficio amministrativo sono opportunità di riscatto. Permettono di riconoscere le proprie capacità e di costruire nuove possibilità. I prodotti più ambiti? Il cappelletto romagnolo, il tortellone di robiola, zafferano ed erba cipollina; il panettone e la colomba pasquale. La pasta fresca, insieme ad alcune prelibatezze provenienti dal circuito dei monasteri, sono acquistabili presso i 2 negozi o sui canali e-commerce. Un commercio che vede protagonisti privati, gastronomie e ristoranti in Italia e che a breve raggiungerà l’Europa. Perché Botteghe e Mestieri non si ferma, mai!
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Il coraggio di crederci! L'Ovile, la cooperativa che non si è mai fermata
La cooperativa sociale L’Ovile affianca da quasi trent’anni uomini e donne che si trovano a vivere situazioni di difficoltà temporanea o permanente perché crede che in ciascuno ci siano abilità che possono esprimersi.
La cooperativa sociale L'Ovile
Lavoro, educazione, accoglienza e inclusione. La piccola comunità fondata nel 1993 da don Daniele Simonazzi è cresciuta, diventando una cooperativa che garantisce occupazione a 360 dipendenti (di cui il 70% con svantaggio sociale riconosciuto) e accoglie in percorsi residenziali e di inclusione più di 860 persone.
“Siamo nati dalle esigenze ma non siamo capaci di stare fermi, innoviamo continuamente” esordisce Massimo Caobelli, coordinatore progetto Semiliberi. Perché la cooperativa è una fucina di progettazioni che mantengono l’essenza delle tre organizzazioni sociali che negli anni sono entrate a far parte dell’Ovile per rafforzarne l’impatto sul territorio. “Siamo capillari, operiamo a Reggio Emilia e in provincia: partiamo dagli Appennini e arriviamo fino alla campagna” racconta Massimo.


Attraverso la casa, la socializzazione e i processi di inclusione la cooperativa affianca bambini, ragazzi, donne e uomini a sviluppare abilità e autonomie individuali. “Disabili fisici e intellettivi, vittime di tratta, persone in uscita dalla dipendenza, richiedenti asilo, detenuti…la cooperativa abbraccia il sociale in tutte le sue forme e per ciascuno propone percorsi di crescita”. Assemblaggio, raccolta differenziata, pulizia. La cooperativa lavora per pubblico e privato creando percorso che abilitano competenze e che offrono spazi di inclusione.
Il valore aggiunto dei progetti sociali
“L’Ovile è una cooperativa innovativa e creativa. Non manca il coraggio e nemmeno la paura di fare investimenti. Che poi, sono investimenti positivi perché sani, perché si riesce a stare in equilibrio e ad avere buoni bilanci, dando forma a progetti di valore per le persone e per i clienti” ammette Massimo.
Come ad esempio, Semi liberi, il progetto nato del 2015 all’interno del carcere per creare occupazione lavorativa che, guardando i dati, consente di ridurre la recidiva del 90%. Tirocinio e assunzione. I detenuti che partecipano al percorso formativo e lavorativo passano almeno un anno insieme alla cooperativa nel laboratorio di falegnameria, nell’assemblaggio, nell’agricoltura biologica o nell’apicoltura. “Lavoriamo per aziende e privati. Con il tempo abbiamo capito l’importanza di essere riconoscibili per questo abbiamo scelto di avere alcuni tratti distintivi. Come in agricoltura, non ci basta portare verdura al mercato. Abbiamo iniziato a fare i nostri vasettati con sughi, conserve e spalmabili per lavorare tutto l’anno e raccontare il senso di quello che rappresentiamo” testimonia Massimo.


Con il progetto K-Lab, L’Ovile ha favorito l’incontro della fragilità con il mondo creativo e imprenditoriale. “L’associazione è nata da una mamma designer che ha trasformato alcune frasi del figlio disabile in oggetti comunicativi. La cooperativa ha creduto in questa idea e ha deciso di portarla avanti”. Si è sviluppato così un percorso di evoluzione e incontro dove design e bellezza si fondono per diventare frasi da indossare, utilizzare, praticare. “L’80% dei prodotti vengono realizzati da noi perché nella boutique facciamo convergere le attività laboratoriali create nelle singole progettualità dell’Ovile. Come i prodotti sartoriali fatti dalle ragazze vittime di tratta o la ceramica o gli oggetti del laboratorio serigrafico che riportano frasi dei nostri ragazzi” riferisce Massimo.
Solo se fatti di luce possiamo spegnere il buiodice un biglietto d’auguri.
Trascrivo sogni recita una matita.
La trasformazione parte dal coraggio di crederci esorta un quadernino. E se il quaderno fosse quello dell’Ovile, questa frase ne sarebbe il titolo.
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