Nuove Accoglienze per l'Italia di domani
Nuove Accoglienze è una cooperativa che cerca di cambiare i luoghi comuni sull’accoglienza con operazioni concrete. Strutture di ospitalità, assistenza personale e psicologica, inclusione lavorativa, diventano strumenti per rendere dignitosa la vita di chi fugge dal proprio Paese.
Secondo i dati registrati dall’Ismu, in Italia sono presenti 76.305 immigrati in accoglienza. Il numero dei migranti che raggiunge le coste o supera i confini nazionali aumenta di mese in mese. Dall’inizio dell’anno oltre 10.000 (a fronte dei 3 mila del 2020) sono sbarcate sulle nostre coste lasciando il proprio Paese per cercare rifugio altrove. Ma quale stile assume l’accoglienza in Italia?
Le strutture d'accoglienza
“Quando abbiamo avviato la cooperativa ci siamo resi conto di quanta disinformazione ci sia sul fenomeno migratorio” racconta Gianfilippo Dughera vicepresidente di Nuove Accoglienze. “Non abbiamo mai voluto creare un ricovero per le persone anche se la normativa vigente vorrebbe limitare tutto ad un servizio di pura assistenza. Per noi accoglienza significa inserimento nel tessuto sociale e creazione di opportunità di lavoro”.
Da oltre sei anni, la cooperativa opera in Emilia Romagna con 3 strutture d’accoglienza in cui sono ospitati uomini adulti e famiglie con minori a carico. Nello specifico 65 persone a Casola Valsenio, 65 a Glorie di Bagnacavallo e 12 a Forlì.

In questi anni il flusso migratorio è cambiato e con esso la provenienza dei migranti. Se in un primo periodo il 90% dei migranti arrivava dall’Africa oggi le strutture sono abitate da africani, pachistani, bengalesi e afgani. Le persone vengono assegnate dalle Prefetture di competenza. Dopo un colloquio conoscitivo e la condivisione delle regole che permettono una serena convivenza, inizia la vera accoglienza con abiti puliti, un kit per l’igiene, un’abitazione e molto di più come la cucina dei paesi d’origine con qualche contaminazione romagnola
Le attività della cooperativa
La cooperativa si struttura su alcuni pilastri: l’inserimento sociale, la formazione e l’inserimento lavorativo. Diversi assistenti sociali, in collaborazione con le strutture locali e con i servizi sociali di zona, offrono sostegno psicologico ed emotivo ai migranti. “Spesso arrivano persone che hanno subito torture nei campi libici, sfinite dalle persecuzioni, giovani donne vittime di tratta...” testimonia Gianfilippo. In cooperativa si lavora sulla parte educativa della persona, sulla formazione linguistica. Soprattutto si creano esperienze professionali che consentano ai migranti di sviluppare capacità, prendere consapevolezza dei ritmi lavorativi del Paese attraverso l’attività agricola di orticoltura, l’allevamento di maiali autoctoni di razza Mora romagnola, la falegnameria e la pizzeria Casolè. Inoltre “mettiamo in contatto i ragazzi con imprenditori che offrono lavoro regolare e coerente con le norme vigenti. Con i datori di lavoro verifichiamo che le condizioni e i contratti siano conformi alle disposizioni di legge” continua Gianfilippo, perché il problema del caporalato è sempre più diffuso.


L'inserimento comunitario
“In Africa ci sono stato quattro anni fa, perché volevo capire le origini della migrazione: siccità, carestie, desertificazione. Le persone scappano perché sono in cerca di lavoro. Spesso vogliono guadagnare per poi tornare nei luoghi di provenienza. Per farlo affrontano di tutto: prigionia, schiavitù, campi di concentramento. Sono persone in mano ad organizzazioni mafiose che gestiscono a loro modo i flussi migratori” testimonia Gianfilippo. Serve attenzione politica, ma anche lavoro e sensibilizzazione territoriale. Per questo la cooperativa ha scelto di indirizzare i migranti in attività di volotariato, come creare gli stand per le sagre locali, pulire i giardini, verniciare le panchine. Azioni semplici che aiutano però i cittadini a comprendere il valore delle persone, a cambiare la percezione nei loro confronti, a farli sentire membri della comunità. “Abbiamo preferito puntare sulla socializzazione piuttosto che sull’elemosina” dichiara Gianfilippo.


In cooperativa lavorano 11 persone. Insieme a 8 volontari seguono le vite di 150 persone accolte. Il lavoro non manca, si pensano i progetti e si cercano uomini o enti di buona volontà con cui realizzarli. “I migranti restano con noi fino a quando ricevono i documenti per poter rimanere legalmente in Italia. Lavoriamo perché arrivino pronti per affrontare quel momento: il mondo del lavoro, l’autosostentamento” racconta Gianfilippo che ha trovato nella cooperativa un senso di gratificazione mai provato prima. “Abbiamo conosciuto persone, visto nascere bimbi, svilupparsi idee imprenditoriali … sono tanti coloro che restano nel cuore e che ci danno l’energia per continuare”.
Altre esperienze di accoglienza, inclusione e sviluppo sono raccontate da LVIA
LVIA per costruire la pace tra Africa e Italia
Nonostante il mondo sembra essersi fermato di fronte alla malattia, milioni di persone scappano ancora dai propri Paesi. Solo in Italia a partire dall’inizio dell’anno quasi 6 mila persone sono sbarcate sui confini nazionali. Come intervenire?
Quando l’odio supera la conoscenza e il pregiudizio offusca la visione dell’altro è necessario fare qualcosa. Ne è consapevole LVIA, associazione di solidarietà e cooperazione internazionale che dal 1966 contribuisce a creare sistemi orientati al superamento della povertà estrema, alla realizzazione di uno sviluppo equo e sostenibile e al dialogo tra le comunità italiane e africane. L’associazione opera in 10 Stati africani per permettere agli abitanti di vivere una vita dignitosa. Igiene, acqua, sicurezza alimentare, agricoltura e sviluppo rurale, ma anche partecipazione democratica, tutela ambientale ed azione umanitaria sono i settori di intervento su cui l’associazione investe affinchè l’Africa possa superare il depauperamento inflitto per secoli a favore di una nuova economia.


Per costruire in Africa come in Italia
“Ci muoviamo in quelle terre in cui mancano i diritti fondamentali: nutrizione, istruzione, libertà di pensiero...spesso le zone rurali sono sprovviste di accessi all’acqua. Non ci sono pozzi, l’acqua è contaminata, non ci sono scuole. La siccità, i cambiamenti climatici imposti dal nostro modo di vivere, incidono pesantemente sulla coltivabilità. La terra è arida, mancano attrezzi, sementi e conoscenza di tecniche di coltivazione adatta” racconta Maurizia Sandrini progettista dell’associazione. “In Africa più del 50% della popolazione è giovane. Per questo emigrano: sono in cerca di lavoro e di speranza”.
Nel 30esimo dossier statistico sull’Immigrazione elaborato dal Centro IDOS appare chiaro come inizi il flusso migratorio: oltre 26 milioni di africani si spostano nel continente passando dalle zone rurali alle metropoli. “Le metropoli sono terre di mezzo in cui i giovani vivono spesso di espedienti, alla ricerca di fortuna e quando non riescono fanno il grande salto per uscire dal continente. Ma la domanda è: ci riusciranno?”. Oltre 40 milioni di persone nel 2019 hanno provato a varcare i confini continentali passando dalle tappe obbligate: polizia, posti di blocco, carcere. Veri e propri viaggi della speranza fino a quando il piede non tocca terrà al di là del mare.

“Lavoriamo sia in Africa che in Italia. Nel nostro Paese ci concentriamo sul campo dell’educazione alla cittadinanza mondiale – afferma Maurizia – perché la migrazione è un fenomeno che non possiamo fare altro che accogliere”. Si lavora con bambini, studenti e cittadini per sviluppare una comprensione critica della società plurale, per favorire il dialogo tra culture ma anche tra giovani ed istituzioni. “Crediamo che sia possibile una società più accogliente e i giovani in questo giocano un ruolo importante”. Sensibilizzazione e informazione sono i principali strumenti adoperati dall’associazione che incontra annualmente più di 3 mila studenti. “Il cambiamento lo noti subito: si accende in loro il desiderio di conoscere, di ascoltare, di incontrare”. Per questo si sono moltiplicate negli anni le iniziative di confronto e contatto tra culture: biblioteche viventi, progettazioni locali, inclusione sociale e lavorativa.
Il progetto Le ricette del dialogo
Nel 2019, in un periodo storico in cui più di 270 milioni di persone abbandonavano la propria casa in cerca di un Paese in cui vivere, in Italia si sentiva parlare di muri, di odio e respingimento. “A noi piace la progettazione partecipata così abbiamo raggruppato 8 enti e tante idee. Abbiamo formato 78 persone per creare un progetto innovativo capace di favorire l’inserimento lavorativo, quello sociale e lo scambio di buone pratiche. Da qui è nato Le ricette del dialogo perché non si conosce davvero qualcuno fino a quando non ti siedi e mangi con lui!”.
Il cibo è diventato un vettore di contaminazione, di conoscenza e dialogo. “Si mangia a casa di una persona migrante. I piatti tipici della sua terra sono accompagnati dal racconto dei prodotti, del luogo, delle storie tipiche di posti sconosciuti. Il cibo ha aperto le porte e allontanato la distanza” un progetto che ha favorito lo sviluppo di sei attività imprenditoriali e la creazione dell’omonimo ricettario, realizzato in partnership con Slow Food, che è stato protagonista di conferenze e fiere di rilievo.


Le attività di LVIA nell’ultimo anno hanno i coinvolto più di 922 mila persone grazie al contributo di oltre 200 dipendenti in Italia e all’estero e più di 300 volontari. “Abbiamo ancora molta strada perché per costruire una società più giusta ed integrata serve fare e serve impegno”.
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Donne che fanno la differenza: Lidia
Quando Lidia lascia la Sicilia porta in valigia due cose: l’effervescenza vulcanica ereditata dalla sua terra e la voglia di generare storie nuove. È giovane e innamorata, segue il marito a Roma e vi scopre una città viva, piena di risorse e di opportunità. I giorni passano, Lidia capisce che la sua famiglia non si può allargare e si mette in cerca di un calore che le ricorda casa.
La prima volta l’aveva accompagnata suo fratello Angelo. Il circolo le era piaciuto così c’era tornata. Aveva iniziato ad occuparsi della tombola e quando stava in quella stanza le sembrava di respirare un’aria diversa, fatta di progetti, relazioni e comunità. Per questo apre la porta di un circolo ACLI anche a Roma e senza saperlo inizia la sua avventura.
L’impegno sociale diventa la sua vita e si intreccia sempre più con il suo lavoro come direttrice di un centro di formazione, come progettista e consulente sociale. A Lidia piace lo spirito di squadra che vive in ACLI. Si sente a casa. Ascolta, si confronta, impara. Sposa lo spirito delle ACLI e lavora per creare rete. Ha capacità e le sue doti vengono premiate con ruoli sempre più impegnativi (dalle deleghe a Governance, Famiglia, Progettazione sociale, 5xmille; al Premio Amico della Famiglia istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri; alla Commissione per le Parità e Pari opportunità nel lavoro del Ministero del Lavoro). Eppure non è tutto oro quello che luccica…
Lidia è una donna. Deve guadagnarsi la credibilità. Deve faticare per far comprendere il valore delle sue scelte anche se queste generano impatti positivi. Però non si arrende. Crede nel servizio e nella possibilità di creare un welfare comunitario che contrasti le povertà del mondo d’oggi. Segue il consiglio del Papa: impara ad indossare un nuovo paio di occhiali invisibili che le fanno guardare oltre.
Mette a fuoco le periferie geografiche ed esistenziali della città. Vede la dimensione della gravità: disuguaglianze, solitudine, povertà educative. Vive tra la gente perché è lì che comprende. I bisogni aumentano, cosa possiamo fare? continua a chiedersi mentre perde il sonno e pensa a nuove soluzioni. Lidia cerca e coinvolge. È appassionata, determinata e concreta per questo le persone la seguono.
Così diventa Presidente delle ACLI di Roma, un arcipelago di 320 strutture che ogni anno accoglie oltre 120 mila persone, molte in condizioni di estrema fragilità. Serve visione e lungimiranza per costruire nuovi orizzonti. Come un’allenatrice motiva e spinge la sua squadra, fatta da centinaia di operatori e volontari, ad avere nuovi sguardi. Si sviluppano diversi servizi per i bisogni primari, per tutelare i diritti mancati, per promuovere il lavoro dignitoso, il contrasto alle povertà educative, l’attivazione della persona. Per non lasciare nessuno da solo.
Famiglie, indigenti, immigrati, minori e giovani sperduti... il cuore di Lidia non conosce confini. Solo durante il Lockdown le ACLI di Roma hanno assistito 900 minori, offerto più di 800 ore di consulenza, percorso 20 mila km per consegnare più di 3 mila pacchi recuperati da oltre 1 tonnellata di eccedenze alimentari a 8 mila persone.
L’impegno di Lidia è diventato la sua missione di vita. “Credo in chi prova ad essere straordinario nell’ordinario. Quando si ascoltano i silenzi e si vede anche chi sta nell’ombra, quando l’energia diventa conforto e il tempo aiuto concreto, allora riconosco l’essenza del donarsi”.
Lei è Lidia, una donna che fa la differenza.


