Davvero possiamo credere che la bellezza salverà il mondo?
Le indagini statistiche degli ultimi anni testimoniano che in Italia la cultura ha generato un indotto monetario pari al 16% dell’economia. Il rapporto Io sono cultura realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, evidenzia che quasi 38 mila organizzazioni non profit operano nell’ambito della cultura e della creatività (quasi l’11% degli enti attivi nel Terzo Settore). Numeri che non si limitano alle sole attività prodotte ma che generano un impatto territoriale, come quello turistico e dei trasporti, per un valore di 176 miliardi. Viene quindi da chiedersi: la bellezza può incentivare la creazione di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro? Ne abbiamo parlato insieme a Mario Cappella Direttore di Fondazione di Comunità San Gennaro.
Mario, partiamo dalla vostra storia. Fondazione di Comunità San Gennaro nasce in un territorio complesso. Ce lo racconti?
Il quartiere Sanità è al centro di Napoli, ma per una serie di peripezie storiche è pian piano diventato una zona di periferia. Nell’Ottocento era un luogo di passaggio: il re vi transitava per raggiungere la tenuta di Capodimonte e questo ha fatto nascere lungo il tragitto numerosi palazzi nobiliari di pregio. Negli anni a seguire però sono stati chiusi tutti gli accessi e il quartiere è stato progressivamente staccato dal resto della città, attraverso il cemento e le scelte politiche. L’isolamento ha avuto il merito di preservare alcune belle architetture, ma ha determinato anche un progressivo degrado culturale, sociale ed economico. Chi vi abita oggi spesso non ha mai visto il mare, che pure dista poche centinaia di metri e sente Napoli come una città distante.
La sensazione è che siamo sempre stati seduti su un tesoro, ma con la convinzione di essere brutti e cattivi.
Cosa ha significato per voi parlare di bellezza e portarla all’interno del Rione e cosa avete fatto?

Per prima cosa non abbiamo dovuto portare bellezza perché c’è sempre stata, ma era sottovalutata e non compresa. Quello che abbiamo fatto è stato farla comprendere, valorizzarle, dare visibilità.
La bellezza è una delle principali categorie educative: se educhi alla bellezza un popolo diminuirà la negatività e aumenterà il pensiero positivo. Educare al bello significa scardinare l’idea che abbina la povertà al brutto, elevare lo spirito, sviluppare l’orgoglio e l’autostima. La bellezza fa aumentare il livello culturale di una comunità!
La nostra idea è stata dunque rompere l’isolamento. Da un lato abbiamo fatto uscire i ragazzi fuori dal quartiere attraverso viaggi, tirocini, stage lavorativi all’estero, per mettere nei loro cuori la coscienza di altre vite possibili. Dall’altro abbiamo trovato il modo di far entrare le persone nel quartiere.
Come è stato lavorare con il territorio?
La strategia è stata aumentare i legami di comunità e territorialità per far scoprire il nostro quartiere.
Quello che abbiamo avviato è un processo culturale che ci ha imposto di porre obiettivi a lungo termine. A differenza del lavoro per progetti, i processi implicano tanti piccoli passi. Siamo partiti in pochi, come del resto ha fatto anche Gesù, che all’inizio aveva solo 12 uomini su cui contare, e fin da subito abbiamo puntato sul lavoro in rete e in comunità: qualsiasi cosa fai deve attivare sempre più legami con gli altri, perché una cosa positiva se la faccio da solo è un’opera di bene se la faccio con gli altri è vero cambiamento.
Concretamente abbiamo iniziato organizzando le visite turistiche di una piccola catacomba, quella di San Gaudioso, dando in gestione ai ragazzi la casa canonica del prete trasformata in un B&B, chiamato Casa del Monacone. Queste sono state le prime iniezioni di fiducia. Nel 2006 è nata la prima cooperativa, la Paranza, e poi con la gestione delle catacombe di San Gennaro abbiamo fatto il grande passo! Erano catacombe molto estese, più conosciute, ma fuori quartiere: abbiamo deciso allora di riaprire una delle porte di comunicazione con la città che erano state chiuse e di regalare la visita alle catacombe di San Gaudioso a chi comprava il biglietto per recarsi alle catacombe di San Gennaro. E così i turisti hanno ricominciato ad entrare nel nostro quartiere.
A distanza di quasi 10 anni, quale impatto avete generato?
È nata la comunità educante. Adesso abbiamo servizi culturali ed educativi che lavorano insieme. Lo posso descrivere con due indicatori: quando abbiamo aperto il primo B&B i turisti che prenotavano non arrivavano. Perché? Perché i tassisti quando sentivano dove dovevano andare li dirottavano altrove. Oggi i tassisti sono i nostri primi promoter e suggeriscono ai turisti di venire da noi! L’altro è che prima avevamo un quartiere depresso, senza attività commerciali, oggi invece non si trovano spazi liberi per aprire nuove realtà!
La cultura ha rivitalizzato la comunità, sotto vari profili. Infatti, come dice la convezione di Faro, ogni bene culturale, dovrebbe essere una risorsa per l’intera comunità che lo abita. In questo modo si trasformano le cattedrali nel deserto.
Quali resistenze avete trovato e quali alleati vi hanno supportato nello sviluppo delle attività?
Abbiamo incontrato le resistenze più classiche: “non si è mai fatto quindi non si può fare”, “se l’avessi fatto io l’avrei fatto meglio”, “chissà quale santo ha in Paradiso”. Ho riscontrato eccessivo protagonismo, difficoltà a mettersi insieme e a perdere piccoli pezzettini della propria identità in nome di un progetto più grande, gelosie, furbizie, finte collaborazioni. Ma ci sono anche gli uomini di buona volontà, e seppure provenienti da luoghi diversi, ci si riconosce, per affinità di visione e di pensiero. La nostra Fondazione è così, composita ed eterogenea, ma poggia su una rete di alleanze inimmaginabile, che ha abbattuto ogni rigidità. Ognuno con le sue competenze, che hanno arricchito la nostra realtà.
Dalla vostra esperienza pensi che la bellezza possa incentivare lo sviluppo di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro?
Si! In futuro dovremmo diventare più capaci di recuperare il valore delle emozioni che sono il mezzo più efficace di apprendimento per crescere. In questo modo possiamo ridefinire l’obiettivo di arrivo che non è una crescita esasperata ma una fioritura corale. E la bellezza a questo punto diventa la prima categoria di cambiamento. Soprattutto in Italia: siamo un paese che potrebbe vivere di ambiente e bellezza, per goderne e anche per creare economia. Dobbiamo solo riscoprire la capacità di valorizzare i nostri tesori, lì sta la chiave per risolvere molti problemi del nostro territorio, educativi, economici, di sviluppo. Le innovazioni tecnologie sono molto affascinanti, ma cosa hanno da dire in più rispetto al paesaggio e alla cultura? Possono solo integrarlo.
Ti è piaciuto questo articolo? Continua a leggere la rubrica “Sguardi Inclusivi”, puoi partire dall'intervista ad Ally Beltrame sull'educazione responsabile.
Oltre le barriere della psichiatria
“Era una casa molto carina, senza soffitto e senza cucina…ma era bella bella davvero in via dei matti numero zero” cantava Matteo sotto la doccia. Senza saperlo lui, uomo che convive da tutta la vita con l’autismo, è diventato autore del nome di un ristorante speciale che si trova nel cuore di Perugia.
Il ristorante
“Numero Zero è molto più che un ristorante. È un luogo di incontro in cui si promuove una cultura della diversità intesa come patrimonio di inestimabile ricchezza" racconta Marco Casodi, vicepresidente dell’Associazione RealMente e Direttore generale della Fondazione La Città del Sole Onlus. "Qui puoi gustare piatti tradizionali, carni gustose e piatti rivisitati. Ma soprattutto qui puoi respirare socialità, musica, cinema, teatro e letteratura”. Il ristorante nasce nel 2019 dopo che Fondazione La Città del Sole in sinergia con l’Associazione Realmente inaugura in città un centro diurno per pazienti psichiatrici.
L’ex ospedale dei Pellegrini dispone di ampi spazi e giardino interno che lo rendono un posto perfetto per aprire le porte anche alla comunità. Ma il centro da solo non basta per aiutare la cittadinanza a guardare oltre la malattia. Gli operatori si chiedono cosa possiamo fare negli orari serali e durante i fine settimana per coinvolgere la città? La risposta arriva con Vittoria Ferdinandi. Lei, psicologa e filosofa, pone a Marco una domanda: “Ma tu vuoi davvero fare un centro psichiatrico e basta?”. Vittoria è un vulcano di energie e crede che ognuno debba fare la sua parte per favorire una società inclusiva offrendo concrete opportunità di lavoro, socialità e contatto. Tanto che il suo impegno le è stato riconosciuto dal Presidente della Repubblica con il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica a dicembre 2020.


Dei 14 dipendenti oltre il 50% di Numero Zero è costituito da persone che soffrono di disturbi mentali. Sono affiancati da professionisti qualificati e dagli operatori del centro che amano il progetto e portano il loro contributo. “Durante la mia esperienza ho compreso che né il lavoro né la comunità da soli curano i nostri utenti. Ma i progetti personalizzati, pensati e riformulati, permettono di vedere dei miglioramenti nella malattia” racconta Marco che lavora in questo mondo da più di vent’anni. Numero Zero è infatti l’ultima iniziativa avviata in un percorso pluriennale che ha sempre puntato a creare nuove prospettive sociali.
Prima del ristorante
La Fondazione e i suoi progetti innovativi
Era il 1998 quando la Fondazione Città del Sole ha iniziato a sviluppare attività informative, formative, orientative e comunicative legate al mondo delle malattie psichiatriche. Intenzionata a trattare la psichiatria con progetti innovativi, la Fondazione diede avvio a P.R.I.S.M.A., un progetto sperimentale di autonomia abitativa in cui singoli pazienti psichiatrici condividono la residenzialità con coinquilini, in maggioranza studenti universitari. Con questa opportunità Marco incontrò l’autismo, superò il concetto di malattia grazie a Matteo e da allora ha iniziato a lavorare in questo mondo. La Fondazione inaugurò anche PerSo – Perugia Social Film Festival, il festival internazionale di cinema documentario che narra la disabilità psichica con nuovi linguaggi, per favorire il superamento della disabilità mentale.


L'associazione
La capacità attrattiva e la forza economica del festival spinsero alla nascita dell’Associazione RealMente, l’ente dedicato a promuovere la cultura e la solidarietà sociale attraverso eventi, manifestazioni, sperimentazioni innovative e progettualità in collaborazione con molteplici realtà del Terzo settore. L’arte cinematografica e la comunicazione diventano due importanti elementi sui cui l’associazione investe. Nel 2018 viene fondata Stanzione Panzana, una stazione radiofonica che coinvolge nella redazione persone in carico ai Servizi di Salute Mentale. Con due programmi viene offerta la possibilità a persone con problemi psichiatrici di vivere esperienze professionali inclusive e virtuose, e inoltre favorisce la trasmissione di messaggi nuovi che combattono lo stigma sociale della malattia mentale. Oggi i servizi proposti dalla Fondazione e dall’associazione coinvolgono 19 pazienti, 20 dipendenti, 4 realtà in stretta interconnessione, 26 enti in rete, 4 rassegne, 50 film proiettati mediamente ogni anno, 2 trasmissioni radiofoniche e circa 15.000 beneficiari dei servizi proposti.
Oggi come sostenerli
Per contribuire allo sviluppo di una società capace di guardare oltre le apparenze e di accogliere anche chi vive con le sue difficoltà nella porta accanto, l’associazione promuove una campagna di crowdfunding finalizzata a mantenere e far crescere il ristorante inclusivo, il festival del cinema sociale, la radio e i percorsi di autonomia. Come conoscerli e sostenerli? Guardandoli!

