Fondazione Cattolica e la campagna 5x1000

Fondazione Cattolica e la prima campagna del 5x1000

Fondazione Cattolica come Ente Filantropico iscritto al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore attiva per la prima volta la campagna 5x1000

Dal 2006 sosteniamo gli enti non profit che generano valore prendendosi cura di chi è più fragile. Investire nel sociale, per Fondazione Cattolica, significa essere a fianco di chi semina un nuovo modo di pensare e agire, capace di generare valore condiviso e senza tempo.

Per questo abbiamo scelto di accompagnare gli enti non profit senza creare rapporti di dipendenza bensì trasformando gli investimenti in investimenti sociali.

Crediamo in chi si adopera per rispondere ai bisogni sociali generando valore condiviso. Nelle persone che attivano reti di solidarietà dove ciascuno diventa risorsa per l’altro. Nei giovani, nella loro creatività e nella loro capacità di rispondere in modo innovativo alle nuove sfide sociali.

Grazie anche al nostro intervento negli ultimi 6 anni abbiamo permesso a oltre 1.800 persone ritenute “svantaggiate” di trovare collocazione nel mondo del lavoro. Di essere qualcuno. Di essere riconosciute. Ed i progetti che abbiamo accompagnato hanno permesso a 2.688.783 persone di beneficiare dell’attività.

Da quest’anno anche tu puoi essere parte di questo sviluppo! Nella dichiarazione dei redditi di quest’anno dai valore al tuo 5x1000 con noi!

Perché farlo?

  1. Perché abbiamo a cuore lo sviluppo e il benessere di persone e territori
  2. Perché desideriamo avviare processi inclusivi, a misura d’uomo e della sua dignità
  3. Perché il Bene è fatto anche da piccole realtà presenti su tutta Italia che hanno solo bisogno di qualcuno che creda in loro!

Grazie per il tuo sostegno!

Vuoi saperne di più su tutte le nostre attività? Guarda il nostro Bilancio!


un'ecosistema di senso

La nostra rete: un ecosistema di senso

La rete informale #Contagiamoci, curata da Fondazione Cattolica, si è riunita il 17-18 giugno a Como per confrontarsi sulle sfide territoriali poste in evidenza dai bisogni del nostro tempo condividendo soluzioni efficaci, collaborative e sostenibili.

Siamo un ecosistema: un organismo vivente, complesso e libero nel quale circolano apprendimenti, sperimentazioni e soluzioni che fanno nascere a loro volta nuove sperimentazioni e soluzioni condivise”. Con queste parole Adriano Tomba, Segretario Generale di Fondazione Cattolica, ha aperto i due giorni dedicati ai membri della rete #Contagiamoci. “Un ecosistema che si regge sulla consapevolezza del senso di ciò che stiamo facendo insieme e sulla responsabilità di ciascuno di custodire l’intenzione: innervare la società di valori attraverso opere che rispondono ai bisogni sociali del nostro tempo”.

Per questo a Como erano presenti 150 persone provenienti dal Trentino-Alto Adige alla Sicilia che hanno riempito gli spazi di Cometa per condividere, ascoltare e proporre modalità di risposta capaci di rafforzare il valore dell’impresa sociale. “Il Contagiamoci!” è diventata così un’esperienza evocativa, pratica e motivazionale, dove è possibile dare senza perdere e prendere senza togliere.

L'intervento di Mauro Magatti

Viviamo in un periodo storico sorprendente, quello che aumenta le possibilità di vita per miliardi di persone. E questo, se ci pensiamo, è una cosa buona! Più viaggi, più opportunità di studio, più benessere, più prosperità. Eppure la nostra è una società in tensione perché grandi opportunità hanno generato anche grandi problemi” inizia così l’intervento del professore ordinario di Sociologia presso l’Università Cattolica di Milano.

L’aumento individuale illimitato e quantitativo delle possibilità di vita, moltiplicato per miliardi di persone, che in sé è cosa buona, ha prodotto però degli effetti ambientali e sociali devastanti. In particolare ha:

  1. Aumentato la produzione di scarti sia materiali che umani;
  2. Distrutto la biodiversità sia sul versante ambientale, perchè modificando gli equilibri dell’ecosistema si alterano le forme di vita; sia sul versante sociale, perché crediamo di vivere una libertà che invece è standardizzata a forme di controllo che non generano relazione e diversità;
  3. Ridotto la forza del legame. Baumann negli anni 90 parlava di società liquida che si è evoluta in persone liquide, ossia persone frammentate nell’incapacità di generare e mantenere legami.

Ci aspetta un futuro apolattico? No, o almeno non è detto, perché il bello di intraprendere strade non ancora segnate è che ognuno diventa parte della scommessa. Quale mondo vogliamo? Auspichiamo un mondo desiderabile o distopico? Se la risposta è “desiderabile” l’espressione umana è fondamentale ed è proprio qui che si gioca la partita del non profit: dare un senso alla Persona e al suo agire.  

I tavoli di lavoro

Significato, azione e Persone al centro. Durante i tavoli di lavoro abbiamo parlato di: disabilità, metodi per fare impresa sociale, welfare generativo di prossimità, bilanci sociali ed ecologia organizzativa, comunicazione, emarginazione sociale e PNRR. Ma cosa resta?

“Sentiamo il diritto e la responsabilità di essere imprese sociali, imprese che prendendosi cura delle persone e dei territori sanno andare controcorrente” racconta Maria Cristina Codicè (Cuore 21 - Riccione). Imprese che dialogano con il territorio, con stakeholder e beneficiari diversi, che vogliono “esprimere la competenze con competenza” racconta Mauro Fanchini (Il Ponte - Novara), perché non basta fare, bisogna avviare processi attrattivi con scelte di posizionamento, senso e compenso adeguate al lavoro svolto. Perché “la cura delle relazioni favorisce un pensiero dinamico” racconta Etta Rapallo, (APS Sc’art - Genova), che “dovrebbe interrogarci quando comunichiamo facendo chiedere agli enti sociali cosa accadrebbe se non ci fossi più? È questo il valore comunicativo che dobbiamo trasmettere anche all’esterno” afferma Rosalì Pandolfi (Il Ponte-Vicenza). D’altronde il Terzo Settore è ricco di esperienze e non ci sono modelli unici di riferimento. Ci sono però “creatività, unicità, competenze e capacità progettuali che possono fornire una lettura della realtà ed essere condivise” continua Giuliano Bellezza (Pane e Signore – Genova), dando così la possibilità di confrontarsi e di fare un’esperienza personale che diventa condivisa anche sulla possibilità di “redigere bilanci veri, capaci di trasmettere il significato di ciò che si fa!” continua Fabio Dal Seno (Cercate – Verona).

E così la forza della rete si dimostra dai primi contatti e dalle prime e-mail che iniziano a circolare. Quelle che non si fermano a cosa la Fondazione ha in mente di sviluppare per il coinvolgimento di tutti ma che nascono dai partecipanti e avviano nuove progettualità condivise, come il desiderio di “creare un turismo di senso” anticipa Alessandra Tore (Muma Hostel – Cagliari).

Vuoi saperne di più di questo ecosistema ricco di senso? Ecco qualche indicazione!


ZeroPerCento: la bottega etica che fa bene a tutti

ZeroPerCento: la bottega etica che fa bene a tutti

ZeroPerCento è la bottega di quartiere che vorresti sotto casa. Prodotti freschi, a chilometro zero e ad alto impatto sociale trovano spazio negli scaffali gestiti da persone con disabilità intellettiva. A Milano si acquista sostenibile e si promuove il valore del lavoro dignitoso per tutti.

È il 2015 quando a Teresa Scorza nasce un’idea: creare un progetto concreto per favorire l’occupazione. Con la sua Laurea in Economia e l’esperienza maturata nel lavoro aziendale e nel Terzo Settore, Teresa sa che da sole le idee non bastano. “Volevo creare un negozio di vicinato ma io di punti vendita non sapevo niente e dovevo capire come rendere sostenibile il mio pensiero!” racconta. Così Teresa muove i primi passi. Racconta la sua idea, trova le prime compagne d’avventura e partecipa ad un programma di accelleration arrivando a costituire la cooperativa Namastè e il progetto ZeroPerCento. In pochi anni la bottega capisce come diventare una presenza territoriale aprendo 2 negozi e contando su 150 produttori. Ma affronta anche le sfide pandemiche aprendo 1 canale online e differenziando il lavoro attraverso la realizzazione di catering e coffee break aziendali.

ZeroPerCento prima dell’essere bottega

Una bottega di quartiere che vende prodotti solidali, ad alto impatto sociale, creando percorsi di inclusione professionale per persone con disabilità intellettiva. Sulla carta ZeroPerCento ha tutte le qualità per diventare un punto di riferimento locale. Ma la realtà è più complessa di una presentazione e il primo spazio a canone calmierato dove alzare la saracinesca, ZeroPerCento lo trova nel 2016 vincendo un bando del comune di Milano. Peccato che il negozio è a Milano Nord, in un quartiere di case popolari, dove regna il degrado, lo spaccio e la diffidenza.

 “La nostra prima sfida è stata aprire un negozio in un quartiere in cui nessuno apriva attività da 14 anni e dove i redditi delle persone non avrebbero permesso loro di acquistare i nostri prodotti. Abbiamo capito fin da subito il segreto per fare impresa sociale: mai arrendersi!”.

Lo spirito di Teresa è condiviso tra i soci della cooperativa che, senza soldi, scelgono di promuoversi partendo da un semplice principio: portare il bello tra quelle vie della città. Colorano le saracinesche, danno vita a biblioteche a cielo aperto, portano rastrelliere per bici, piantano fiori, fanno rete con le realtà locali e con il loro banchetto partecipano a tutte le iniziative dei quartieri limitrofi.

ZeroPerCento la bottega inclusiva

La bottega rappresenta una palestra lavorativa a cui i servizi sociali, i centri per l’impiego e le associazioni di zona segnalano persone con disabilità intellettiva per lavorare sullo sviluppo di competenze che arricchiscano la persona e le consentano di trovare occupazione. “Attiviamo percorsi professionali per 10-12 persone l’anno che durano almeno 6 mesi” racconta Teresa. Si costruisce un percorso adatto alle persone: chi alla vendita, chi nella gestione del locale, chi in back office. “Insieme scriviamo il cv, monitoriamo quanti ne inviano alla settimana, forniamo metodi e strumenti per capire come cercare un lavoro e prepariamo ai colloqui” racconta Teresa. Ma il supporto prosegue anche quando la persona trova collazione in azienda attraverso follow up e accompagnamento a distanza. “Per sensibilizzare al tema lavoro-disabilità abbiamo scelto di lavorare in sinergia con le aziende: loro ci chiedono di formare le persone per alcune mansioni e noi le prepariamo!”.

ZeroperCento la bottega etica e sostenibile

All’interno dei punti vendita e sul canale e-commerce è possibile acquistare prodotti stagionali ad alto impatto sociale perché per scelta più del 50% dei prodotti proviene da realtà del Terzo Settore che promuovono l’inclusione lavorativa e valorizzano il lavoro delle persone. “Il prezzo è un prezzo equo perché riconosce la manodopera che ci sta dietro” afferma Teresa.  Prodotti etici e sostenibili perché la bottega favorisce lo sfuso e la riduzione del packaging sensibilizzando i consumatori ad acquistare ciò di cui hanno bisogno senza produrre sprechi. 

E il futuro?

“Ricordo quando all’inizio arrivavano i clienti nel nostro primo negozio e dicevano Chi è il pazzo che ha deciso di aprire qui? Ma poi accadeva una cosa strana. I clienti iniziavano a sentirsi responsabili del progetto e delle loro persone” racconta Teresa. Come se ZeroperCento fosse un seme di sostenibilità, bellezza e bontà di cui tutti vogliono prendersi cura e che la cooperativa condivide per costruire un futuro sostenibile per tutti!

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L’impresa sociale è cosa per giovani?

L’impresa sociale è cosa per giovani?

Lavoro, crescita, sviluppo e felicità. Il 27 maggio durante il Festival Generativo tenutosi alla Stazione Rulli Frulli di Finale Emilia, 5 imprenditori sociali hanno raccontato agli studenti delle scuole superiori il senso dell’impresa sociale.

Cosa serve per intraprendere nel sociale? Idee, strumenti e modelli. Ma per far rinascere territori e persone servono anche occasioni di incontro per condividere pratiche ed ispirare buone azioni. “Quando ero un ragazzo mai avrei immaginato che un giorno sarei stato qui, in questa Stazione a presentarvi questi imprenditori che hanno scelto di creare occasioni di meraviglia per le persone. Mi auguro che oggi ve ne andiate da qui con uno zaino arricchito!” ha introdotto Federico Alberghini, Presidente della Stazione Rulli Frulli.

il festival generativo

Laura Solieri, giornalista ho moderato la tavola rotonda in cui Alessandra Tore, Direttrice Muma Hostel e EcoIstituto mediterraneo (CA), Mauro Fanchini, Direttore coop. Sociale Il Ponte (NO), Alessandro Menegatti, Presidente coop. Sociale Work&Services (FE), Valerio Tomaselli, Presidente coop. Sociale Amici di Gigi e Marco Ottocento, Presidente coop. Sociale Vale un sogno hanno raccontato ai ragazzi cosa significa fare impresa sociale oggi!

1. Quale significato date al “fare impresa sociale”?

“Dare gambe e anime alle idee” racconta Alessandra che riconosce l’importanza di fare business prendendosi cura delle persone e dei territori. Per farlo “è importante riconoscere i dati, avere trasparenza nell’operatività e diventare sostenibili” continua Mauro perché quando ci si trova immersi in una società che produce scarti abbiamo sempre due scelte: chiudere gli occhi o accettare la sfida e “trasformare le comunità, le imprese, le famiglie in luoghi accoglienti che abbracciano le fragilità altrui senza vederle come limite ma come input per farci cambiare la nostra parte di mondo” ammette Marco.

2. Cosa aiuta a far crescere progetti sociali?

Valerio “Io credo che il primo vero passaggio sia imparare a riconoscere i propri desideri. Quando sei ragazzo senti dentro di te un grido. A volte si cresce scordandosi di quel desiderio che voleva essere ascoltato, altre volte lo si ascolta e lì si inizia il vero viaggio!”. Un viaggio fatto di incontri, alleanze e pensieri condivisi. “La fiducia è il primo metodo di conoscenza e di rapporto che intessiamo con la realtà e da questa bisogna partire” continua Alessandro. “Avere fiducia consente di costruire relazioni e di dare forma alle comunità. Chi lavora nel sociale riconosce una forma di Bene che è superiore e che consente di condividere la propria missione con gli altri” riporta Marco. Ed è all’interno di questa relazione che si “impara ad avere un linguaggio comune” continua Mauro, un linguaggio che Alessandra traduce in “un modo di sentire, fare, agire che diventa di rete, comunitario, creato dai più perché raggiunga più destinatari”.

3. Come si trovano compagni di viaggio?

“Uscendo dai propri confini. In cooperativa abbiamo una frase che dice: Se si sogna da soli rimane un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia. All’inizio non sono gli altri a venire in cerca di te o delle tue idee: sei tu che le devi portare loro” racconta Mauro. “Lavorando con i ragazzi mi sono reso conto che il vero bisogno del nostro tempo è essere amati. Ed è un bisogno comune a tutti anche se vogliamo nasconderlo” riflette Valerio. E quando ci si mette in cerca si scopre che spesso i bisogni degli altri sono anche i propri. “Io credo nel ruolo dei maestri: persone che non ti insegnano ma ti fanno vedere come si fa. Come guardare, ascoltare, accompagnare le persone. Sono azioni che parlano alla mente e al cuore e orientano l’agire” ammette Alessandro che invita i ragazzi ad uscire, a ricercare uomini e donne da cui lasciarsi ispirare.

l'impresa sociale e i giovani

Dalla tavola rotonda emerge il ruolo di un’impresa sociale giovane e frizzante che non si sofferma su ciò che manca ma che fa con quello che c’è a disposizione. Reti comunitarie che si attivano, progetti di agricoltura sociale che riqualificano il territorio e danno valore alle persone, iniziative di inclusione lavorativa che danno opportunità anche a chi mai avrebbe pensato di poter dire “io lavoro!”, attività culturali che recuperano le tradizioni trasformandole in attività commerciali che trasmettono valori creando occasioni.

Ma l’impresa sociale è cosa per i giovani? “Io avevo 16 anni quando ho capito che nella vita avrei fatto questo. Perché questi sono gli anni in cui riconosci cosa bisogna cambiare e ti attivi per farlo davvero!” conclude Valerio Tomaselli.


La rete insieme per creare opportunità

“La Rete” insieme alla Comunità per creare opportunità

La cooperativa si sviluppa alla fine degli anni ’80 a Trento per migliorare il benessere e la qualità di vita di persone disabili e delle loro famiglie. Da allora promuove la cultura dell’inclusione sociale fatta di informazione, sensibilizzazione e coinvolgimento della Comunità per creare una società accogliente per tutti.

Negli anni ’80 avere un figlio con disabilità in trentino non era facile, nonostante l'esistenza di alcune attività sul territorio. I servizi erano pochi, i percorsi di inclusione scolastica molto faticosi e pensare di crescere nella “normalità” un bambino disabile sembrava un’utopia. “Sin dalle origini abbiamo cercato di sviluppare occasioni perché le persone disabili hanno bisogno, come tutti, di trovare opportunità di crescita” racconta Mauro Tommasini Direttore di La Rete. “Allora sembravamo dei pionieri perché erano poche le occasioni di normalità, ma il tempo ha dimostrato che agire in prossimità fa la differenza”.

Storia di La Rete

La cooperativa prende forma nel 1988 grazie ad un gruppo di soci legati dall’amicizia e da valori comuni e prende il nome di Rete per esprimere il primo obiettivo dell’ente: mettere in connessione famiglie con figli disabili e cittadini in un rapporto di auto sostegno. La disabilità supera i confini delle mura domestiche attraverso una rete di volontari e di operatori che attivano le prime relazione tra cittadini. “Siamo una sorta di agenzia delle relazioni” testimonia Mauro per evidenziare quanto essere insieme alla vulnerabilità consenta di comprendere e di realizzare attività sempre nuove che abilitano le persone, alleggeriscono dalle fatiche, creano processi inclusivi e un nuovo ruolo sociale.

L'obiettivo della cooperativa

L’obiettivo de La Rete negli anni non è cambiato: “Accompagnare le persone con disabilità nel loro progetto di vita sostenendo le famiglia all’interno di un contesto sociale” dichiara Mauro. Per farlo la cooperativa ha sviluppato molteplici servizi consapevole che prendersi carico, creare fiducia e garantire qualità del servizio siano elementi indispensabili per fare bene il Bene. Insieme a più di 260 volontari e 30 operatori, La Rete ha lavorato con più di 300 persone disabili in questi anni cercando di favorirne le potenzialità e le autonomie.

I servizi della cooperativa

“Abbiamo scelto di non chiuderci ma di aprirci alla città. Lavoriamo in rete con 32 realtà esterne perché stando nel territorio cambiano le persone e le loro percezioni. Un esempio? Lavorando nelle scuole, i ragazzi diventano volontari!”. I servizi proposti da La Rete riguardano Persone, Famiglie e Comunità nascono e si sviluppano grazie a coprogettazione con i destinatari delle attività. Se da un lato sollevano le famiglie e stimolano la società, dall’altro favoriscono momenti di apprendimento, relazione e crescita di giovani adulti disabili per abilitarne le autonomie personali e residenziali. I servizi diurni vanno dall’agricoltura sociale alle attività sportive, dalla coltivazione e lavorazione di erbe alle attività artistiche, dall’apprendimento ai momenti ricreativi del tempo libero.

Una rete in evoluzione

Accoglienza, professionalità, creatività. La Rete è una realtà in costante evoluzione che lavora in sinergia con il Comune di Trento e che dal 2005 ha attivato forme di autofinanziamento per rendere sostenibili le attività. Come la creazione di La bolletta del cuore un progetto realizzato in collaborazione con Dolomiti Energia che destina una percentuale di ogni bolletta sottoscritta a un fondo sociale volto a finanziare soluzioni abitative per persone con disabilità! “Al futuro? Certo che ci pensiamo! Ci piacerebbe lavorare in partnership con qualche impresa per favorire così lo sviluppo della loro CSR e garantire nuove opportunità!”.

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