un lavoro per ricominciare

Un lavoro per ricominciare: esperienze di progettazione partecipata

"Un lavoro per ricominciare" è un progetto co-partecipato, nato dallo scambio virtuoso di buone prassi tra cinque organizzazioni non profit operanti sul territorio nazionale. Insieme per creare un progetto capace di migliorare la qualità di vita delle donne.

I dati relativi all’occupazione femminile italiana sono sconfortanti. Nelle classifiche europee, l’Italia rimane tra i Paesi che maggiormente penalizzano l’inclusione lavorativa delle donne. Nonostante esistano fattori strutturali e circostanziali che abbracciano tutto il mondo femminile, per alcune donne in particolare, il lavoro diventa un miraggio. Si tratta di straniere, richiedenti asilo, vittime di tratta. Ma anche donne over 55 e le giovanissime. Per non parlare di donne con disabilità o delle detenute.

“Un lavoro per ricominciare” è un progetto sviluppato tramite un partenariato nazionale, nato dalla rete Contagiamoci, per favorire lo scambio di buone prassi e creare opportunità di finanziamento che sostengano donne disoccupate o inoccupate, in condizioni di fragilità e vulnerabilità, favorendo il loro inserimento lavorativo. Abbiamo parlato insieme ad Elisa Belli, coordinatrice del progetto, per scoprire le peculiarità della progettazione partecipata.

Elisa, quando avete capito che era possibile sviluppare insieme questo progetto?

Due anni fa, durante un incontro della rete Contagiamoci, c’era un tavolo di lavoro dedicato alle donne che ricominciano. Durante quell’occasione hanno partecipato realtà che si occupavano di donne, orientamento e inserimento lavorativo. L’incontro era andato bene così ci siamo detti “Perché non approfondiamo le metodologie usate da ciascuno a livello locale in una condivisione nazionale?”. Volevamo entrare nel concreto. Da lì abbiamo organizzato in autonomia due incontri a Reggio Emilia. Ognuno portava le esperienze maturate, ognuno naturalmente aveva il suo metodo, il suo percorso. Ma tutti volevamo favorire l’inclusione lavorativa rispettando i tempi di conciliazione vita-lavoro delle donne, affiancandole nei percorsi riabilitativi e sostenendole nell’inclusione sociale e abitativa. Abbiamo compreso che potevamo dedicarci ad un progetto comune. Lo abbiamo fatto e “Un lavoro per ricominciare” ha vinto un finanziamento importante.

Quante realtà hanno partecipazione alla progettazione?

L’esperienza è stata condivisa da cinque enti non profit provenienti da cinque regioni italiane. Ci siamo noi capofila come cooperativa sociale Madre Teresa di Reggio Emilia, Fondazione Famiglia Materna di Rovereto, Progetto Quid di Verona, l’Aps Sc’art di Genova e l’associazione Il Ponte di Civitavecchia.

Cosa prevede il progetto?

“Un lavoro per ricominciare” punta a favorire l’inclusione attiva nel mondo del lavoro di donne in situazione di fragilità personale e sociale sviluppando processi di connessioni generative tra le beneficiarie di progetto e la rete territoriale degli stakeholder (enti formativi, aziende, volontari..).

Essendo attivi su territori diversi, abbiamo strutturato il progetto in modo che tutti gli enti possano svolgere le attività in 18 mesi, che prevedono:

  • Formazione, per attivare processi di capacitazione di donne, mettendo in rete esperienze, competenze e sviluppo professionale.
  • Orientamento, per migliorare l’occupabilità
  • Inserimento lavorativo, costruendo alleanze territoriali e nazionali per l’inclusione attiva.

Credi che la collaborazione abbia portato dei benefici?

Io dico che quando si semina i frutti vengono sempre moltiplicati. Credo che questo mio pensiero sia condiviso in molte organizzazioni della rete Contagiamoci.  Lavorare insieme significa non sentirsi soli. Inoltre quando si condivide si cresce. Abbiamo imparato a vicenda grazie ai processi già messi in campo da ciascuno. Conoscersi, visitare le realtà, cercare una connessione è parte del progetto. Lavorare insieme ci ha permesso di affrontare anche periodi bui come la pandemia, perché siamo riusciti a garantire la continuità.

Cosa avete in mente per il futuro? Vista l’esperienza positiva che abbiamo condotto in questi anni, puntiamo a coinvolgere altre organizzazioni sociali in questa progettazione condivisa. Il requisito è essere focalizzati su questi temi: donne e lavoro. Se qualche organizzazione volesse saperne di più, può scrivermi all’indirizzo: elisa.belli@coopmadreteresa.it

Dalla rete sono nati più progetti co-partecipati. Vuoi saperne di più? Leggi anche Energie in Rete!


Responsabilità Civile Generale

Responsabilità Civile Generale: il corso per gli operatori del Terzo Settore

Fondazione Cattolica avvia il primo corso formativo dedicato alla Responsabilità Civile Generale per abilitare le conoscenze degli operatori del Terzo Settore.

Accogliere, accompagnare, assistere. Educare, formare, cooperare. Condividere, lavorare, desiderare.

Dedicare la propria vita personale e professionale al mondo non profit significa impegnare mente e cuore per sviluppare il benessere delle persone e dei territori. Ma quali molteplici rischi possono minare la bontà delle azioni?

Fondazione Cattolica ha scelto di avviare il primo corso formativo dedicato alla Responsabilità Civile Generale, per aiutare i responsabili delle organizzazioni sociali a familiarizzare con un sistema normativo complesso e articolato, permettendo così di affrontare con maggiori consapevolezze le avversità.

Agostino Ferrari, Esperto Sottoscrittore Rischi Responsabilità Civile Generale, introdurrà i partecipanti al sistema normativo che disciplina la materia per facilitarne la comprensione, aiutare a prevenire fatti dolosi o colposi che possono cagionare un danno da risarcire; nonché per agevolare la conoscenza delle coperture assicurative dei rischi.

I 4 appuntamenti ideati consentiranno di:

  • Avere una panoramica sulla Responsabilità Civile Generale
  • Conoscere il sistema della Responsabilità Civile Generale
  • Identificare il ruolo dell’assicurazione nella Responsabilità Civile.

Il primo appuntamento del corso formativo Responsabilità Civile Generale per gli operatori del Terzo Settore è online alle ore 18 il 18 gennaio.

Ti interessano i nostri percorsi formativi? Guarda #Facciamolo il percorso ideato per giovani alla ricerca di senso!


il tuo presente crea futuro?

Il tuo presente crea futuro?

Durante il Festival della Dottrina Sociale, Johnny Dotti e Padre Francesco Occhetta, sono intervenuti sul concetto di speranza e futuro. Da dove partire?

La pandemia ha spinto a guardare la realtà con occhi rinnovati. La nostalgia delle relazioni assenti ha permesso di maturare la consapevolezza che l’esistenza non si basa sul Super Uomo ma sulla fragilità. È nella debolezza, nel limite che si instaurano legami veri e profondi.

Ne hanno parlato Johnny Dotti, Pedagogista e Presidente Welfare Italia Impresa Sociale, insieme a Padre Francesco Occhetta, Gesuita autore di Umano nella società, durante l’XI edizione del Festival della Dottrina Sociale. Cosa significa vivere un presente che crea futuro?

“Oggi ci troviamo a scommettere sul futuro perché chi lavora a contatto con la fragilità è allenato a cercare soluzione rinnovate – racconta Padre Occhetta - Noi che operiamo con energia in questo settore possiamo guardare con speranza al domani”. Ma quale speranza?

 “La speranza – dice Johnny Dotti – sta nell’invisibile dell’oggi. Per vederla ci vuole autonomia di pensiero, contemplazione e visione”. Per riuscire a cogliere l’essenzialità è indispensabile uscire dagli schemi tradizionali a cui siamo abituati. Non basta vivere in una società di servizi per sentirsi più dediti agli altri. Non basta comprare beni per sentirsi realizzati. Serve trasformare il pensiero per creare azioni nuove. Azioni fatte con gli altri e non per gli altri perché la comunità vive di senso e di valore. Mettere la conoscenza a servizio è un invito per rinnovare pensieri e parole e trasformarli dal codice binario contemporaneo a quello trinitario che include e genera.

Per farlo, secondo Padre Occhetta, è necessario operare:

  • Il discernimento per distinguere ciò che è bene dal male, per saper scegliere tutti i giorni, attraverso esperienze che liberano e consentono di costruire insieme;
  • Fare sacrificio formando un nuovo processo fatto di comunione e comunità.
  • Essere fraterni avviando un processo politico che trasmetta fiducia nell’operatività condivisa.

Questo è il tempo delle scommesse. Su cosa scommettere? Sulle alleanze! Bellezza, formazione generosa, trasparente e inclusiva, dialogo con l’altro anche con chi ha idee distanti delle nostre.

Guarda il messaggio integrale dell’incontro “Il tuo presente genera futuro”.


L'ovile la cooperativa che non si è mai fermata

Il coraggio di crederci! L'Ovile, la cooperativa che non si è mai fermata

La cooperativa sociale L’Ovile affianca da quasi trent’anni uomini e donne che si trovano a vivere situazioni di difficoltà temporanea o permanente perché crede che in ciascuno ci siano abilità che possono esprimersi.

La cooperativa sociale L'Ovile

Lavoro, educazione, accoglienza e inclusione. La piccola comunità fondata nel 1993 da don Daniele Simonazzi è cresciuta, diventando una cooperativa che garantisce occupazione a 360 dipendenti (di cui il 70% con svantaggio sociale riconosciuto) e accoglie in percorsi residenziali e di inclusione più di 860 persone.

“Siamo nati dalle esigenze ma non siamo capaci di stare fermi, innoviamo continuamente” esordisce Massimo Caobelli, coordinatore progetto Semiliberi. Perché la cooperativa è una fucina di progettazioni che mantengono l’essenza delle tre organizzazioni sociali che negli anni sono entrate a far parte dell’Ovile per rafforzarne l’impatto sul territorio. “Siamo capillari, operiamo a Reggio Emilia e in provincia: partiamo dagli Appennini e arriviamo fino alla campagna” racconta Massimo.

Attraverso la casa, la socializzazione e i processi di inclusione la cooperativa affianca bambini, ragazzi, donne e uomini a sviluppare abilità e autonomie individuali. “Disabili fisici e intellettivi, vittime di tratta, persone in uscita dalla dipendenza, richiedenti asilo, detenuti…la cooperativa abbraccia il sociale in tutte le sue forme e per ciascuno propone percorsi di crescita”. Assemblaggio, raccolta differenziata, pulizia. La cooperativa lavora per pubblico e privato creando percorso che abilitano competenze e che offrono spazi di inclusione

Il valore aggiunto dei progetti sociali

“L’Ovile è una cooperativa innovativa e creativa. Non manca il coraggio e nemmeno la paura di fare investimenti. Che poi, sono investimenti positivi perché sani, perché si riesce a stare in equilibrio e ad avere buoni bilanci, dando forma a progetti di valore per le persone e per i clienti” ammette Massimo.

Come ad esempio, Semi liberi, il progetto nato del 2015 all’interno del carcere per creare occupazione lavorativa che, guardando i dati, consente di ridurre la recidiva del 90%. Tirocinio e assunzione. I detenuti che partecipano al percorso formativo e lavorativo passano almeno un anno insieme alla cooperativa nel laboratorio di falegnameria, nell’assemblaggio, nell’agricoltura biologica o nell’apicoltura. “Lavoriamo per aziende e privati. Con il tempo abbiamo capito l’importanza di essere riconoscibili per questo abbiamo scelto di avere alcuni tratti distintivi. Come in agricoltura, non ci basta portare verdura al mercato. Abbiamo iniziato a fare i nostri vasettati con sughi, conserve e spalmabili per lavorare tutto l’anno e raccontare il senso di quello che rappresentiamo” testimonia Massimo.

Con il progetto K-Lab, L’Ovile ha favorito l’incontro della fragilità con il mondo creativo e imprenditoriale.  “L’associazione è nata da una mamma designer che ha trasformato alcune frasi del figlio disabile in oggetti comunicativi. La cooperativa ha creduto in questa idea e ha deciso di portarla avanti”. Si è sviluppato così un percorso di evoluzione e incontro dove design e bellezza si fondono per diventare frasi da indossare, utilizzare, praticare. “L’80% dei prodotti vengono realizzati da noi perché nella boutique facciamo convergere le attività laboratoriali create nelle singole progettualità dell’Ovile. Come i prodotti sartoriali fatti dalle ragazze vittime di tratta o la ceramica o gli oggetti del laboratorio serigrafico che riportano frasi dei nostri ragazzi” riferisce Massimo.

Solo se fatti di luce possiamo spegnere il buiodice un biglietto d’auguri.

Trascrivo sogni recita una matita.

La trasformazione parte dal coraggio di crederci esorta un quadernino. E se il quaderno fosse quello dell’Ovile, questa frase ne sarebbe il titolo.

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