Monscleda, la cooperativa villaggio di un territorio
Lavorare sul territorio per il territorio significa far fronte ai cambiamenti portati dal tempo, modificare i servizi ed evolvere le competenze per riuscire a garantire servizi di qualità che migliorano la vita delle persone.
Il cambiamento è una sfida con cui la cooperativa sociale Monscleda si è sempre confrontata, fin dalla sua nascita, quando un gruppo di volontari impegnati in attività di sostegno a persone disabili scelsero di dar vita ad una struttura attenta allo sviluppo quotidiano delle autonomie residue. Eppure non bastano i buoni propositi a coprire i costi di gestione e a far fronte all’onerosità che si celano dietro all’amministrazione di un ente non profit. “Quando sono arrivato la cooperativa era in difficoltà, ma c’era la voglia di stare in contatto con le persone, di costruire qualcosa che restasse. Abbiamo preso in mano la situazione e abbiamo cercato di trasformare la cooperativa in un punto di riferimento per la Val d’Alpone” racconta Luigino Righetto Direttore di Monscleda.
I servizi della cooperativa
A più di 30 anni di distanza dalla nascita della cooperativa, oggi Monscleda è diventata l’anima della città, un luogo in cui le relazioni e la fiducia attivano le persone e le motivano a diventare promotori di una cultura inclusiva, solidale e partecipata che vede tutti protagonisti. “Ci impegniamo per favorire la prossimità. Vogliamo fare accoglienza con premura basandoci sulle esigenze reali di chi abbiamo di fronte siano persone con fragilità che comuni cittadini. Perché non c’è una ricetta magica per crescere, bisogna capire come trasformare le necessità in opportunità di cui tutti possono godere”.


La cooperativa ha generato servizi diretti per anziani, disabili e pazienti con difficoltà psichiatrica. Ma non si è fermata qui. Ha trasformato le necessità vissute nella gestione dei centri diurni e nell’attività residenziale, in opportunità per il territorio. La lavanderia, inizialmente ideata per uso interno, rivolge il servizio di pulitura, stiratura e riparazione sartoriale anche al pubblico esterno. Così come la cucina, anch’essa predisposta per esigenze interne alla cooperativa, si è trasformata in un servizio attivo anche per la collettività: pasti a domicilio, ristorante, settore di pasta fresca e prodotti da banco sono a disposizione dei clienti. Ma anche la manutenzione dello spazio verde, la palestra, il sistema di housing sociale per chi vive periodi di difficoltà… “Quando apri le porte all’esterno e lo fai entrare, inneschi curiosità, interesse e capacità. Una persona viene per lavare la biancheria e scopre cosa ci sta dietro…poi quando ha bisogno torna!”
Modalità di azione della cooperativa
Costruire legami autentici con le persone e con la rete familiare caratterizza l’operatività di Monscleda. “Vogliamo che qui le persone ricevano un servizio a 360°. Non ci soffermiamo al bisogno che esprime nel presente, guardiamo sempre al futuro, perché cerchiamo di rispondere facendo bene le cose. Quando accogliamo al centro diurno un ragazzo disabile di 20 anni ci chiediamo cosa farà quando ne avrà 50? Cosa succederà quando rimarrà solo? Come aiutiamo i suoi famigliari? Quali altri servizi possiamo dare per creare un servizio più efficace? “. Domande che vengono tradotte in progetti dedicati e personalizzati all’interno dell’ex base militare di Roncà dove opera la cooperativa. Una sede grande, un investimento importante che ha consentito di raddoppiare i servizi e le attività di creare laboratori e trasformare la cooperativa in un piccolo villaggio per dare a tutti le risposte che cercano.


Impegnata a creare sempre nuove opportunità che rendano la cooperativa aperta e sostenibile, Monscleda è attenta a soddisfare i bisogni di oltre 70 utenti e di un centinaio di clienti fissi mensili. Insieme all’equipe di 57 operatori la cooperativa punta a coltivare la passione delle nuove generazioni. “Ci sono ragazzi nel territorio con voglia di fare e competenze. Loro hanno lo spirito giusto per guardare oltre e innovare perché nel sociale bisogna sempre avere antenne ricettive e intuizioni” sostiene Luigino che pensa al lavoro maturato negli anni e a quello avvenire perché il Covid ha ampliato i bisogni sociali e creato situazioni di svantaggio che ancora non sono classificabili. Per loro sono è necessario fare qualcosa in più. Qualcosa che ancora una volta leghi la cooperativa alla sua terra.
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Onlus Gulliver, sviluppa l'economia di comunità
Ci sono cose e persone che sembrano essere state assopite per lungo tempo, come fossero in un lungo inverno. Poi una scintilla risveglia anime e corpi, le situazioni si trasformano e le persone si prodigano per creare qualcosa di nuovo. Di unico. Di speciale. Questo è il caso di Onlus Gulliver, una comunità, più che un’associazione, che da quando è nata ha risvegliato il contatto umano tra le persone.
“Eravamo un gruppo di genitori con i figli alla scuola Gulliver – racconta il fondatore e presidente Andrea Boccanera – Era il 2011 ed eravamo stanchi di lamentarci per tutto ciò che non andava: l’edificio scolastico trascurato, le vie mal gestite, il parco lasciato a sé…c’era tanta rabbia dentro di noi Perché nessuno fa nulla? ci chiedevamo. Poi abbiamo smesso di chiedercelo, ci siamo organizzati e abbiamo iniziato a fare”. Quaranta genitori, spinti dal desiderio di curare l’ambiente dove vivano i loro bambini, si rimboccano le maniche e fanno quello che attendevano dalla pubblica amministrazione: puliscono le strade, dipingono le scuole, sistemano i parchi, piantano fiori. Il loro modo di fare diventa contagioso. Man mano si uniscono altre persone che comprendono l’importanza di uscire dall’individualismo per entrare a far parte di un noi, di una comunità che si prende cura di chi vive il territorio.


“Abbiamo messo il benessere della persona al centro senza alcun tornaconto personale. In noi c’è sempre stata la voglia di fare per creare qualcosa che rimanga nella comunità o dentro le persone” testimonia Andrea. Ecco perché l’associazione non si è mai specializzata a rispondere ad un unico bisogno bensì elabora servizi basati sulle reali capacità dei volontari e dei bisogni territoriali percepiti. “Ci siamo dedicati a realizzare attività volte a sensibilizzare contro il bullismo e la violenza di genere, abbiamo favorito la partecipazione attiva dei cittadini, l’integrazione culturale, lo sviluppo di librerie sociali, la raccolta di donazioni a favore di enti locali, promuoviamo l’inclusione lavorativa e sociale per persone con difficoltà personali… - testimonia Andrea - Il riuso è diventato per noi un mezzo per metterci in relazione, far percepire un messaggio, creare occupazione e un’economia di comunità. Oggi abbiamo un capannone di 5mila metri quadrati. Da 7 Comuni le persone ci raggiungono per portare quello che non vogliono più; noi selezioniamo, ripariamo, curiamo e portiamo nuovamente il bene a disposizione di chi ha bisogno e lo riceve gratuitamente, ma anche a chi vuole acquistarlo. Raccogliamo dalla comunità e con la comunità per restituire a chi ne ha più bisogno”.

In questi anni l’impegno dei 200 volontari e dei 40 lavoratori occupati alla Gulliver hanno reso credibile la Onlus tanto da farla divenire una realtà in collaborazione quotidiana con diversi comuni, la Prefettura di Pesaro-Urbino, la Regione Marche, la Comunità Europea e tanti Enti del Terzo Settore, per costruire spazi fisici reali che facciano scoprire il senso civico ai cittadini. Non solo. Enti storici occupati nei servizi di prossimità hanno preferito consegnare l’incarico all’associazione perché più abile a rispondere ai bisogni di oltre 120 famiglie indigenti. “Le nostre opere sono significative perché toccano la vita delle persone, puoi vedere le cose che facciamo. Noi ci siamo giocati la nostra credibilità perché facciamo per gli altri prima ancora che per noi stessi. È diventata una missione di vita! Ci sono volontari così affezionati alla Gulliver che si alzano alle 5 del mattino e prima di andare a lavorare passano dal magazzino a vedere che tutto sia a posto. La gente lo vede che chi c’è qui crede nel progetto e crederci è la nostra forza perché abbiamo capito che il nostro modo di servire è assumersi delle responsabilità nei confronti dei 150 mila abitanti dei comuni limitrofi”.
Quasi giocando, continuando sicuramente a divertirsi nonostante l’impegno, l’associazione anno dopo anno ha implementato servizi e personale. Trovano occupazione persone con fragilità e i volontari sono giovani, hanno un’età compresa tra i 30 e i 50 anni, spesso sono genitori di famiglia e portano con sé i bambini. “Questa vitalità mi piace, penso dia un senso alla vita – ammette Andrea – Io sono cresciuto in una famiglia in cui prima c’erano i poveri e poi il Natale. Mio padre molte notti non era a casa ma in ospedale a fare volontariato. Il mio mondo è sempre stato questo. Quando ho capito che dovevo fare qualcosa per il futuro ho pensato a qualcosa di vero e di autentico, qualcosa che mancava a Pesaro. Ed oggi siamo qui grazie a don Vincenzi che ha dato una svolta alla mia vita: mi ha fatto comprendere che non può esserci volontariato senza una vocazione che lo sostenga. Ed è allora per una vocazione condivisa che stiamo creando qualcosa che resta, che dà, che genera!”

