Un'avventura a Napoli con Fondazione San Gennaro
Fondazione Cattolica ha scelto di premiare i ragazzi, vincitori delle due edizioni del premio "Giovani di Valore" con un viaggio formativo ed esperienziale. La nostra meta? Alla scoperta di Napoli dal 25 al 27 gennaio 2024. Un'occasione unica per scoprire le imprese sociali, le attività imprenditoriali partecipative, vivere momenti culturali, godere di pranzi conviviali e molto altro ancora.
La Fondazione San Gennaro
Il nostro viaggio è organizzato in collaborazione con la Fondazione San Gennaro, un'organizzazione nata per rispondere alle esigenze del territorio, specie del Rione Sanità. La Fondazione promuove la cultura del dono, la cooperazione tra le persone, lo sviluppo economico e l’impegno per contrastare la povertà educativa, sociale, economica e spirituale attraverso progetti d’impresa. Finora, ha raccolto 3,5 milioni di euro di fondi e ha seguito più di un milione di persone.
Perchè questo viaggio
L'innovazione e lo sviluppo sono concetti interconnessi che svolgono un ruolo chiave nella costruzione di una società sostenibile e prospera. L'innovazione alimenta lo sviluppo e, allo stesso tempo, lo sviluppo crea l'ambiente favorevole all'innovazione. In questo viaggio scopriremo come si può innescare un cambiamento che, partendo dal basso, recuperando talenti e beni del territorio, genera impresa e futuro!
Il nostro itinerario
Durante il nostro viaggio avremo l'opportunità di scoprire diverse realtà locali che stanno lavorando per creare un futuro migliore. Ecco una panoramica delle tappe che ci aspettano:
- Giorno uno. Giovedì 25 gennaio: inizieremo il nostro viaggio con la scoperta della Fondazione San Gennaro e delle sue attività. Successivamente, avremo un incontro formativo con “Comunità energetiche” e con “ReMade Communityalab”. Dopo aver fatto il check-in al “B&B del Monacone” e aver ascoltato la storia dell'esperienza, avremo un incontro con Padre Gigi Calemme e visiteremo il Presepe Favoloso. La giornata si concluderà con una cena alla Locanda del Monacone.
- Giorno due. Venerdì 26 gennaio: il secondo giorno del nostro viaggio inizierà con una visita alla "Fattoria Sociale Fuori di Zucca" a Lusciano. Nel pomeriggio, visiteremo il Museo di Pietrarsa e avremo un incontro a Villa Fernandes.
- Giorno tre. Sabato 27 gennaio: nel nostro ultimo giorno, visiteremo le Catacombe di Napoli, scopriremo il Rione Sanità, visiteremo il Museo Jago e incontreremo la cooperativa “La Sorte”. Dopo un saluto finale, concluderemo il nostro viaggio.
Noi siamo pronti per l'avventura. Non vediamo l'ora di offrire questa splendida opportunità ai prossimi premiati per creare una rete di giovani intraprendenti che miglioreranno il nostro
Davvero possiamo credere che la bellezza salverà il mondo?
Le indagini statistiche degli ultimi anni testimoniano che in Italia la cultura ha generato un indotto monetario pari al 16% dell’economia. Il rapporto Io sono cultura realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, evidenzia che quasi 38 mila organizzazioni non profit operano nell’ambito della cultura e della creatività (quasi l’11% degli enti attivi nel Terzo Settore). Numeri che non si limitano alle sole attività prodotte ma che generano un impatto territoriale, come quello turistico e dei trasporti, per un valore di 176 miliardi. Viene quindi da chiedersi: la bellezza può incentivare la creazione di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro? Ne abbiamo parlato insieme a Mario Cappella Direttore di Fondazione di Comunità San Gennaro.
Mario, partiamo dalla vostra storia. Fondazione di Comunità San Gennaro nasce in un territorio complesso. Ce lo racconti?
Il quartiere Sanità è al centro di Napoli, ma per una serie di peripezie storiche è pian piano diventato una zona di periferia. Nell’Ottocento era un luogo di passaggio: il re vi transitava per raggiungere la tenuta di Capodimonte e questo ha fatto nascere lungo il tragitto numerosi palazzi nobiliari di pregio. Negli anni a seguire però sono stati chiusi tutti gli accessi e il quartiere è stato progressivamente staccato dal resto della città, attraverso il cemento e le scelte politiche. L’isolamento ha avuto il merito di preservare alcune belle architetture, ma ha determinato anche un progressivo degrado culturale, sociale ed economico. Chi vi abita oggi spesso non ha mai visto il mare, che pure dista poche centinaia di metri e sente Napoli come una città distante.
La sensazione è che siamo sempre stati seduti su un tesoro, ma con la convinzione di essere brutti e cattivi.
Cosa ha significato per voi parlare di bellezza e portarla all’interno del Rione e cosa avete fatto?

Per prima cosa non abbiamo dovuto portare bellezza perché c’è sempre stata, ma era sottovalutata e non compresa. Quello che abbiamo fatto è stato farla comprendere, valorizzarle, dare visibilità.
La bellezza è una delle principali categorie educative: se educhi alla bellezza un popolo diminuirà la negatività e aumenterà il pensiero positivo. Educare al bello significa scardinare l’idea che abbina la povertà al brutto, elevare lo spirito, sviluppare l’orgoglio e l’autostima. La bellezza fa aumentare il livello culturale di una comunità!
La nostra idea è stata dunque rompere l’isolamento. Da un lato abbiamo fatto uscire i ragazzi fuori dal quartiere attraverso viaggi, tirocini, stage lavorativi all’estero, per mettere nei loro cuori la coscienza di altre vite possibili. Dall’altro abbiamo trovato il modo di far entrare le persone nel quartiere.
Come è stato lavorare con il territorio?
La strategia è stata aumentare i legami di comunità e territorialità per far scoprire il nostro quartiere.
Quello che abbiamo avviato è un processo culturale che ci ha imposto di porre obiettivi a lungo termine. A differenza del lavoro per progetti, i processi implicano tanti piccoli passi. Siamo partiti in pochi, come del resto ha fatto anche Gesù, che all’inizio aveva solo 12 uomini su cui contare, e fin da subito abbiamo puntato sul lavoro in rete e in comunità: qualsiasi cosa fai deve attivare sempre più legami con gli altri, perché una cosa positiva se la faccio da solo è un’opera di bene se la faccio con gli altri è vero cambiamento.
Concretamente abbiamo iniziato organizzando le visite turistiche di una piccola catacomba, quella di San Gaudioso, dando in gestione ai ragazzi la casa canonica del prete trasformata in un B&B, chiamato Casa del Monacone. Queste sono state le prime iniezioni di fiducia. Nel 2006 è nata la prima cooperativa, la Paranza, e poi con la gestione delle catacombe di San Gennaro abbiamo fatto il grande passo! Erano catacombe molto estese, più conosciute, ma fuori quartiere: abbiamo deciso allora di riaprire una delle porte di comunicazione con la città che erano state chiuse e di regalare la visita alle catacombe di San Gaudioso a chi comprava il biglietto per recarsi alle catacombe di San Gennaro. E così i turisti hanno ricominciato ad entrare nel nostro quartiere.
A distanza di quasi 10 anni, quale impatto avete generato?
È nata la comunità educante. Adesso abbiamo servizi culturali ed educativi che lavorano insieme. Lo posso descrivere con due indicatori: quando abbiamo aperto il primo B&B i turisti che prenotavano non arrivavano. Perché? Perché i tassisti quando sentivano dove dovevano andare li dirottavano altrove. Oggi i tassisti sono i nostri primi promoter e suggeriscono ai turisti di venire da noi! L’altro è che prima avevamo un quartiere depresso, senza attività commerciali, oggi invece non si trovano spazi liberi per aprire nuove realtà!
La cultura ha rivitalizzato la comunità, sotto vari profili. Infatti, come dice la convezione di Faro, ogni bene culturale, dovrebbe essere una risorsa per l’intera comunità che lo abita. In questo modo si trasformano le cattedrali nel deserto.
Quali resistenze avete trovato e quali alleati vi hanno supportato nello sviluppo delle attività?
Abbiamo incontrato le resistenze più classiche: “non si è mai fatto quindi non si può fare”, “se l’avessi fatto io l’avrei fatto meglio”, “chissà quale santo ha in Paradiso”. Ho riscontrato eccessivo protagonismo, difficoltà a mettersi insieme e a perdere piccoli pezzettini della propria identità in nome di un progetto più grande, gelosie, furbizie, finte collaborazioni. Ma ci sono anche gli uomini di buona volontà, e seppure provenienti da luoghi diversi, ci si riconosce, per affinità di visione e di pensiero. La nostra Fondazione è così, composita ed eterogenea, ma poggia su una rete di alleanze inimmaginabile, che ha abbattuto ogni rigidità. Ognuno con le sue competenze, che hanno arricchito la nostra realtà.
Dalla vostra esperienza pensi che la bellezza possa incentivare lo sviluppo di un’economia a misura d’uomo per uno sviluppo sostenibile del futuro?
Si! In futuro dovremmo diventare più capaci di recuperare il valore delle emozioni che sono il mezzo più efficace di apprendimento per crescere. In questo modo possiamo ridefinire l’obiettivo di arrivo che non è una crescita esasperata ma una fioritura corale. E la bellezza a questo punto diventa la prima categoria di cambiamento. Soprattutto in Italia: siamo un paese che potrebbe vivere di ambiente e bellezza, per goderne e anche per creare economia. Dobbiamo solo riscoprire la capacità di valorizzare i nostri tesori, lì sta la chiave per risolvere molti problemi del nostro territorio, educativi, economici, di sviluppo. Le innovazioni tecnologie sono molto affascinanti, ma cosa hanno da dire in più rispetto al paesaggio e alla cultura? Possono solo integrarlo.
Ti è piaciuto questo articolo? Continua a leggere la rubrica “Sguardi Inclusivi”, puoi partire dall'intervista ad Ally Beltrame sull'educazione responsabile.
Mario e quella voglia di riscatto che fa rivivere un Rione
Nella rubrica "Uomini e donne che fanno la differenza", vi raccontiamo la storia di Mario Cappella un uomo che ha imparato a valutare il successo nella meraviglia delle cose che cambiano
Mario prepara la cena, aspetta che rientri sua moglie e intanto ripensa alla sua giornata. Ascolta i suoi figli, i racconti delle soddisfazioni ottenute e delle giornate storte. Si siede a tavola con loro e non può fare a meno di chiederlo ancora una volta. Ma secondo voi quale è il criterio del successo? Cosa fa dire se la tua vita ne vale davvero la pena?
A 9 anni Mario ha le idee chiare: a lui piacciono i bambini e quando sarà grande farà l’educatore. Cresce smussando i lati spigolosi del suo carattere che non lo aiuteranno con i più piccoli. Allena la pazienza, la sicurezza in sè stesso e la calma. Poi termina il liceo, conosce padre Antonio Loffredo, decide di vivere in comunità e comprende che a Napoli non ci sono solo bambini ad avere bisogno.
Bussa alla porta una persona, poi due, poi tre. La tossicodipendenza diventa un problema presente, violento e aggressivo. Scoppia l’allarme sociale: i tossici danno fastidio a Napoli come in tutta Italia. Mario li accoglie, segue le crisi e al momento giusto li indirizza in comunità esistenti. Ma c’è un problema.
La percentuale di ricaduta una volta tornati dalle comunità è alta. Troppo alta. Mario capisce che serve qualcosa di più, qualcosa che riempia il vuoto, la sensazione di non valere nulla, la fragilità che corrode l’anima. Ci vuole delicatezza e fermezza. Apre un centro diurno per lavorare con i tossicodipendenti insieme alla comunità e alla famiglia d’origine. Impara che per ridare valore alla persona ci vuole tempo. Ma poi i risultati arrivano.
Vede nascere figli che non dovevano nascere e sbocciare autentiche relazioni d’amore. Vede persone imbruttite dalla sofferenza splendere di una nuova luce e accompagna i loro sogni a diventare un futuro reale. Mario sta nel bisogno, anche quando Don Antonio viene trasferito al Rione Sanità. Lui continua a coordinare il centro famiglia per minori, il doposcuola, le attività d’animazioni, le piccole cooperative.
Ma a Rione Sanità c’è lavoro da fare. Un restauro di cose e di spirito perché nelle viuzze del borgo dimenticato dall’evoluzione architettonica della città, si respira bellezza, unicità e dolore. Disoccupazione, degrado, violenza: questo è il Rione raccontato dalle cronache. Eppure Mario si accorge che c’è qualcosa di più. C’è arte. Gioventù. Voglia di riscatto. Un tessuto umano aperto e creativo schiacciato dal peso della povertà.
Con la cooperativa La Paranza il Rione Sanità diventa un polo culturale che abbina professionalità giovanili con la riscoperta del patrimonio artistico locale. Ci sono 34 giovani occupati, più di 12 mila mq di patrimonio recuperato e quasi 130 mila visite guidate alla Catacombe. Ma non basta. Non tutti i ragazzi sono laureati. Alcuni sono cresciuti a calci, sapendo di valere meno di uno straccio e hanno passati turbolenti. Mario si impegna. Lotta contro l’eccesso della burocrazia e contro chi rivendica il proprio potere al posto di facilitare benessere. Ci vuole tenacia per raggiungere l’obiettivo ma Officina dei talenti insieme a Fondazione San Gennaro nascono per curare con la bellezza e responsabilizzare con il dono. Senza saperlo le persone diventano comunità.
Negli occhi di 200 giovani occupati e di oltre 2 mila persone seguite, Mario vede il bene che prende forma, la vita che avanza, la meraviglia di scoprire di valere qualcosa. Pensa ai suoi migliori compagni di classe che a distanza di anni non hanno avuto il futuro che speravano e davanti ai suoi figli trova risposta alle sue domande perché “davanti all’estrema povertà puoi scegliere: o lasci emergere la bruttezza delle persone o ti impegni per far uscire la loro bellezza”.
Mario è un uomo che fa la differenza.
Ti è piaciuta questa storia? Puoi leggerne altre della rubrica. Come quella di Donatella la donna che crede nelle vite aggiustate, non in quelle perfette!


