Progettare bellezza, nonostante la malattia: la storia di Maria Teresa
La rubrica Donne che fanno la differenza si arricchisce con la storia di Maria Teresa Ferrari, Presidente dell’associazione La Cura Sono Io, un progetto che punta alla cura della Persona che affronta una malattia oncologica attraverso informazioni, arte, cultura, eventi solidali e bellezza.
Quando il cellulare squilla, Maria Teresa sta guidando. Pensa alla sua agenda fitta di eventi, mostre, scadenze. La sua passione è il suo lavoro e il suo lavoro è una combinazione di incontri, parole e avventure in giro per l’Italia.
“Signora Ferrari… ho i risultati dell’esame citologico…” avvisa la dottoressa. La paura le blocca il fiato.
“E’ un cancro”. Mentre la macchina va avanti, tutto intorno a lei si ferma.
Terry è solo una bambina ma sembra più grande della sua età. I suoi occhi scuri riflettono l’animo indomito che la caratterizza: nata dopo due fratelli, non ha tempo per abbandonarsi a fronzoli e frivolezze. Indossa la sua curiosità e, armata di parole e tenacia, inizia passo dopo passo a farsi strada nel mondo.
Ha voglia di vita e di considerazione. Terry ha fame di indipendenza e sogna una casa senza dolore. Ma quando arriva sera e dalla porta entra suo padre, il cuore di Terry si acquieta. L’amore, polverizzato dalla malattia di sua madre, prende finalmente forma e nutre l’anima di una ragazza in cerca di futuro.
Terry legge tanto e scrive anche di più. Nei suoi quaderni impregna metodo e stile, sogna di diventare giornalista. Così bussa alla porta del direttore del giornale di Verona. Terry ha stoffa, scrive per quotidiani e riviste. Però non le basta, vuole viaggiare ed esplorare!
È giovanissima quando firma le prime mostre nazionali. Terry ama le emozioni e ricerca la bellezza. Diventa esperta della pittura di Dino Buzzati e cura le maggiori mostre a lui dedicate, si dedica all’arte delle donne, vince premi, quello che più la tocca riguarda la sua vita personale, è il Premio Victoria promosso dal Corriere della Sera... la sua carriera vola anche se lei è una donna e lavora in un mondo in cui serpeggia l’invidia.
Loro non lo sanno, però Terry ha la pelle dura. La sua è un’armatura invisibile di positività e ottimismo che trova forza nel ricordo del padre e che ogni anno rafforza nei suoi viaggi, spesso in terra di missione. Medita, prega, ascolta e agisce. In contatto con altre culture trova gli unguenti che leniscono le cicatrici visibili del suo corpo che non è una macchina perfetta.
Quando Terry scopre l’ospite inatteso, il cancro, l’ansia l’avvolge. E adesso? L’operazione tocca la sua femminilità e la chemioterapia la sconquassa. Eppure Terry non si perde d’animo. Racconta, - le dicono i medici - racconta il tuo modo di affrontare la malattia!
All’inizio Terry lo fa per sé. Ma ben presto Facebook diventa un diario digitale seguito da centinaia di donne che traggono energia e forza dal suo esempio. Cura di sé, ma anche natura, arte, cultura diventano pillole di guarigione. Concentrati su di te le consigliano i suoi amici. Ma Terry non li ascolta: troppe donne “subiscono” questa malattia. C’è bisogno di amarsi ancora!
La Cura sono io nasce nel 2017 per diffondere messaggi pieni di speranza e di luce. I viaggi di Terry si trasformano in centinaia di tappe per incontrare nuove amiche, fare testimonianza, presentare la collezione Cappelli ad Arte, ideata mentre era in chemioterapia, realizzare performance artistiche e presentare il libro che ha scritto “La cura sono Io. Per vivere ho bisogno di me”[1]. Terry raggiunge così decine di migliaia di persone in tutta Italia: ascoltandole, dialogando con loro, “diagnostica” il profondo senso di smarrimento e solitudine di chi attraversa un cancro e dei suoi cari. Cos’altro posso fare? si chiede.
Manca uno sportello del benessere. Uno sportello oncologico a cui i malati oncologici e i familiari possano fare riferimento gratuitamente. In lei germoglia questo nuovo desiderio, un progetto enorme: studia, interpella, cerca fondi. Però qualcosa sfugge al suo controllo. Il secondo cancro le viene diagnosticato in piena pandemia. Proprio quando tutto si ferma, lei vorrebbe correre: il bisogno di cura è troppo grande per rimandare.
Se solo la malattia le desse tregua…Terry ascolta i segnali del suo corpo e così scopre: è un aneurisma cerebrale e le provoca un dolore fisico e mentale devastante. Ora pensa a te le intimano i medici. Terry ci prova. In fin dei conti la fatica che incontra per aprire lo sportello la prosciuga, come la sofferenza fisica. Però continua a ricevere messaggi che le riempiono il cuore. Quelli di chi era sull’orlo del baratro e guardando lei ha ritrovato la speranza. Come può fermarsi proprio ora?
C’è voluto tempo per veder nascere l’APP La Cura sono io, disponibile da ottobre.[2] A 57 anni Terry riesce a trasformare il suo dolore in un dono che sa di bellezza, nutrimento e cura. Pensa a quanti usufruiranno gratuitamente di consulenze legali, estetiche, etiche e non solo. Alle cartelle cliniche costantemente aggiornate anche dei sintomi di chi è in cura, alle innovazioni di ricerca in campo oncologico e finalmente respira…il dolore non ha vinto.
“Mi sono sentita una delle tante donne in attesa di una chiamata che, durante il Covid, non arrivava mai. Per loro ho voluto creare quello che non c’era!”.
Lei è Maria Teresa Ferrari, una donna che fa la differenza.
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[1] edito da Minerva e illustrato da Valentina D’Andrea
[2] Lo sportello digitale è sul sito lacurasonoio.it e precede l’App, che sarà online dal prossimo ottobre
L’Impronta: dalle idee ai progetti sostenibili
La storia del Gruppo L’Impronta dimostra che coraggio, intraprendenza e conoscenza della realtà trasformano esperienze volontarie di valorizzazione della Persona, in opportunità di sviluppo di cui beneficiano i singoli, le famiglie e l’intera collettività!
L’impronta nasce come associazione di volontariato negli anni ’90 da un gruppo di giovani amici interessato a creare opportunità per i ragazzi e le persone disabili che vivevano nei quartieri della zona sud di Milano. Alle attività socio-educative ed assistenziali che caratterizzano gli esordi dell’associazione, L’Impronta decide di credere nel lavoro come opportunità di sviluppo di competenze e capacità.
Il Gruppo L'Impronta
Il Gruppo l’Impronta è una Onlus che raggruppa 5 cooperative sociali nate con l’obiettivo di favorire l’inserimento lavorativo di persone in situazione di svantaggio sociale. Migranti, persone con disabilità cognitiva, adulti over 50 anni in assenza di lavoro e in piccola percentuale anche neet, sono destinatari delle opportunità lavorative ma “si trasformano presto in colleghi del Gruppo su cui fare riferimento per lo svolgimento delle attività” racconta Andrea Foschi responsabile della Comunicazione.
Le cooperative del Gruppo L'Impronta
La prima cooperativa che prende forma è Via Libera che abbina ai servizi di cura e assistenza alle opportunità di lavoro. Si sviluppa così l’esperienza Gustop il ristorante self-service che offre servizi di qualità e catering alle aziende del territorio. “Ci piaceva l’idea di creare una nostra filiera alimentare per questo non ci siamo fermati al ristorante ma abbiamo dato vita anche Gustolab, un laboratorio di panificazione e pasticceria, e ad Agrivis la cooperativa a tutela dell’ambiente e delle persone che coltiva biologico e trasforma i prodotti” continua Andrea.


Produzione, trasformazione e servizio non solo le uniche qualità offerte delle cooperative del Gruppo.
“Ci occupiamo anche di tecnologia e di comunicazione” racconta Andrea. Grazie alla rete sviluppata nel territorio le altre due realtà sono nate per rispondere a esigenze di aziende partner. For-te è un delivery di prodotti elettronici “dallo store al cliente” che vengono consegnati giornalmente da 20 ragazzi con disabilità mentre In-tech forma e avvia al mondo del lavoro giovani con disabilità sui temi del software testing.
Gli elementi caratterizzanti
“Io arrivo da anni di esperienza nel mondo non profit. Però nel Gruppo l’Impronta ho trovato uno spirito che mai avevo visto prima!” ammette Andrea. Innovazione, proattività e accettazione del rischio. “i progetti che vengono avviati mettono in gioco sempre: si cerca di cogliere opportunità creandole, sapendo sempre che devono essere sostenibili” continua Andrea. Un’idea che il presidente Andrea Miotti ha mantenuto sin dai primi passi dell’associazione: mixare competenze, conoscenze e servizi per rafforzare le anime che compongono il gruppo fatto da 250 dipendenti di cui 51 con difficoltà riconosciute.


Agrivis
Di innovazione e complicità è esempio la cooperativa Agrivis, la realtà del Gruppo nata per coltivare prodotti in modo biologico, con qualità e nel rispetto delle persone oltre che del terreno. “Ci abbiamo impiegato 2 anni per poter iniziare a coltivare. Prima bisognava dare tempo al terreno di nutrirsi. Abbiamo assunto un agronomo, giovani migranti e persone con disabilità. All’inizio c’era solo terreno ma questo non ci ha scoraggiati!”. In pochi anni Agrivis si è trasformata: al terreno si è affiancata una cascina che ha permesso di ampliare i servizi con l’housing sociale, il laboratorio di trasformazione dei prodotti e la creazione di servizi formativi per aziende e scuole. “I ragazzi delle cooperative del Gruppo si occupano di progettare e gestire i laboratori. In questo modo non solo offriamo un servizio ma sensibilizziamo: al rispetto delle persone e dell’ambiente!”
I prodotti realizzati sono vendute nelle botteghe di Riabila, una piccola cittadella polifunzionale che offre risposte integrate ai bisogni dei cittadini milanesi: servizi educativi, assistenziali, comunità diurne, botteghe artigianali creano un eco-sistema in cui è bello stare. In cui tutti possono stare!
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