Un fiore per la vita: piantare speranza e raccogliere comunità

La storia della cooperativa Un fiore per la vita è la storia di una comunità. Di un popolo messo in ginocchio da decenni di soprusi e di violenza. Dal silenzio e dalla paura che portano ad isolarsi in piccole individualità da cui è difficile uscire. “Qui la camorra ha rubato il futuro, ha inquinato il terreno, ha fatto partire i giovani e ha reso la terra sterile. Viviamo in un contesto in cui le problematiche sociali sono altissime, il tasso di disoccupazione supera il 40% e la cultura di sfiducia spesso prende il sopravvento sulle persone” racconta Giuliano Ciano presidente della cooperativa.

Ma è proprio qui, dove tutto sembrava finire che invece fiorisce. “Io ero giovane, giovanissimo, ma lo ricordo il giorno in cui la camorra uccise don Beppe Diana durante la messa. È stato 26 anni fa, morì un prete ma nacque un popolo perché a quel fatto non rimanemmo indifferenti. Nello stesso anno, per mano della camorra persero la vita altre 150 persone, lo stato era assente ma iniziavamo a reagire, a ricostruire il noi, la comunità. Era una sfida ma con azioni forti e simboliche si è cominciato a dare coraggio perché non possiamo morire della realtà che viviamo”.

La cooperativa si sviluppa sulla scia dei movimenti di quegli anni, per dare risposte concrete ai problemi occupazionali delle persone in modo particolare a chi sta superando fragilità legate alla tossicodipendenza e a persone affette da disturbi mentali. “Il lavoro qui è un problema per tutti, ma per alcuni , per chi è caduto nelle dipendenze e deve rialzarsi, lo è ancora di più: dopo un percorso di riabilitazione che ruolo hai nella società, cosa fai, come puoi non ricadere? – testimonia Giuliano – con noi lavorano 22 dipendenti ed ognuno porta con sé un percorso personale da affrontare. L’agricoltura è un luogo privilegiato sia per creare lavoro che rieducare. Abbiamo iniziato con un terreno datoci dall’Asl, ci siamo dedicati dapprima alla floricoltura abbiamo stretto i primi rapporti commerciali, assunto persone e in pochi anni ci siamo trovati ad ampliare i servizi. Non volevamo che si creasse un parcheggio per la malattia così abbiamo aperto delle case con massimo 6-7 persone, come un nucleo familiare, da dove si può ripartire vivendo in famiglia, in una piccola comunità”.

I progetti terapeutici ricreativi individualizzati seguono le linee indicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per rieducare è necessario costruire un futuro: avere una casa, la salute, un lavoro, un ruolo sociale, un contratto vero e sviluppare la vita sentimentale. Ma sono proprio gli affetti la parte più delicata del percorso, specie per chi arriva da dipendenze legate alle droghe, all’alcol, al gioco e a internet. Ricostruire, ricucire i rapporti è un’attività che richiede tempo. “Bisogna scavare nella vita per piantare la speranza che porta frutti duraturi – enuncia Giuliano – Proprio per non lasciare i nostri dipendenti soli nelle loro fatiche ci siamo impegnati a creare un welfare mix, per dare equilibrio alla nostra economia e autofinanziarci, che ci permetta di avere un bilancio sano e flussi per pagare gli stipendi di tutti. Ci teniamo alla tutela dei lavoratori e alle loro certezze. Per questo hanno tutti busta paga e contratto a tempo indeterminato”.

Una cooperativa che si trasforma e che per rilanciare la terra d’origine apre “Fuori di Zucca”, una fattoria sociale di 20 ettari nel cuore di Aversa, una City Farm in stile europeo. Agricoltura biologica, floricoltura, agriturismo, attività didattiche, laboratori, catering, degustazioni, fastfood, la cooperativa contamina la comunità. “Siamo in città, siamo un luogo di svago e divertimento per le famiglie, di occupazione e dignità per chi ha più bisogno. Siamo rete per chi ha fame di diritti”. Insieme ad altre 7 cooperative, Un fiore per la vita fa parte del consorzio Nuova Cooperazione Organizzata con cui hanno attivato il progetto “Facciamo un pacco alla camorra” per dare un segnale che le persone e la terra casertana possono produrre cose buone, sane e genuine. Insieme ad altre 40 organizzazioni sociali sono parte del comitato Don Beppe Diana, che attraverso l’impegno civile, sociale ed economico si propone di sviluppare una cultura antimafia.

C’è voglia di creare opportunità. Anche quando la camorra ti ruba tutto, quando sei demoralizzato e non sai come ripartire guardi quello che si è creato in questi anni e la motivazione ad andare avanti la trovi perché vedi che si può cambiare, che non è illusione ma realtà, che la rivoluzione parte da noi perché ogni singola azione ha una ripercussione sulla collettività”. Ed in questo tempo, dove il Covid ha cancellato una fonte di guadagno importante, dove le decisioni si dovranno prendere, la speranza non cede alla frustrazione. “Dobbiamo fare qualcosa per il nostro paese. Insieme ci si sente meno soli e si diventa più forti” e con questa forza generatrice Un fiore per la vita pensa al futuro.