Sviluppo di comunità: come creare nuove forme di prossimità

Gli enti no profit sono organizzazioni immerse nei tessuti sociali delle città. Come è possibile appassionare le persone alla propria causa sociale? Come si acquisisce valore agli occhi dei propri concittadini? Queste domande sono ricorrenti in chi, all’inizio dell’attività sociale o in prossimità di un ricambio, deve confrontarsi con la realtà. Abbiamo chiesto a Gaia Barbieri, volontaria senior dell’associazione Mani Tese Finale Emilia, di aiutarci a trovare alcune risposte. L’esperienza pluridecennale dell’associazione di cui è parte le consente di trarre 5 punti fondamentali da evidenziare.

  1. Saper valutare sé stessi

Quando abbiamo costruito la nostra sede, in un sogno che ancora oggi vediamo come folle, ma di quella follia che scorre forte ancora oggi, ci piaceva chiamarci “il cantiere “ non solo perché stavamo progettando e costruendo in modo partecipato le mura, l’immobile, i costi  ma soprattutto perché volevamo provare a essere elemento di trasformazione, attori di cambiamento nella nostra storia e nella storia sociale che ci circonda ,come un cantiere che  installa gru, scava, rovista, progetta e si insedia. Per attivare nuove reti e costruire relazioni è importante saper accogliere e aprirsi alle esigenze del proprio territorio, leggere i bisogni mutevoli (come ad esempio da noi sono stati importanti il terremoto del 2012 nel nostro Comune, il Covid e l’emergenza di oggi) e cercare di dare risposte specialmente alle periferie e alle dimenticanze. Oggi vediamo quanto è stato importante in questi ultimi anni attivare nuovi servizi che rivalutino e rileggano i valori originali. Non si parla più di usato ma di economia circolare, non più scarti ma bene rimesso in circolo, non più beneficenza ma solidarietà e impegno civico, non terzomondismo ma diritti universali e distribuzione equa delle risorse, non più buonismo ma inclusione lavorativa, dignitosa partecipazione ed equità. Favorire la trasmissione di questi valori con nuovi progetti che impattano e parlano alle istituzioni in modo nuovo, che le interroghino per co-progettare e co-programmare guardando insieme ai bisogni reali, concreti, permette di combattere l’asimmetria di conoscenze purtroppo diffuse dei nostri enti.

  1. Sviluppare un corpo sociale

Quando si testimonia la scelta di prendersi un impegno, quella scelta diventa un plusvalore per la comunità. Ogni comunità infatti si sviluppa in un contesto dove i singoli progetti valgono molto di più della singola azione perché la varietà delle persone coinvolte l’arricchisce, il vissuto delle persone li dota di valore e consente di valutare l’impatto che i progetti hanno su persone e sulla società circostante. Bisogna cercare di attivare sempre la viva collaborazione. In essa i rapporti umani potenziano la creatività e le azioni vivono nelle azioni di prossimità che si creano. Un corpo che diventa socialità vissuta, fatto di mani operanti, teste pensanti, braccia tese, sguardi incrociati, un corpo che sbaglia, riparte, soffre, ride.

 

 

 

3. Lasciare spazio

Cosa significa prossimità? Rallegrarsi, rattristarsi, arrabbiarsi, confrontarsi, rimescolarsi e riadattarsi. È iniziare a immaginare spazi e idee, dando spazi e lasciando idee. È sopportare che la tua storia quella che tu tieni dentro come colonna dell’ente no profit, possa continuare ma possa essere cambiata, mutata nel progettare il futuro, senza soccombere alle nostalgie. È fare un salto, dal tuo passato al loro presente. Il presente dei giovani. Degli utenti. Dei beneficiari. La prossimità è vedere le nuove generazioni come un invito a stare con loro per trasmettere memoria e tracciare senza proselitismi nuove socialità. È parlare di solidarietà, mutualismo, accoglienza, inclusione in un luogo libero, aperto, autonomo e autogestito. Avvicinarsi ma non schiacciare, è condivisione ma non imposizione, è valorizzazione delle differenze nell’incontro, ma soprattutto nel Lavoro che diventa convivenza e vita vissuta. È però caricarsi anche di una responsabilità, del potersi fidare, dell’abbandono del si è sempre fatto cosi, del prendersi cura dei giovani per renderli attori a loro volta nella partecipazione e nella promozione del bene comune. È anche scontro, ma è anche mischiare e dare spazi ed iniziativa fidandosi di risultati invisibili ai nostri occhi ma ben presenti nei loro.

  1. Avere cura dei beni comuni

Siamo un esercito di sognatori che cammina per fare la propria piccola parte di costruzione di un mondo più giusto, inclusivo e sostenibile dove lasciare in un angolo la solitudine di molti, l’indifferenza dell’io, per sollevarsi nel NOI. Siamo in cammino nelle storie degli altri per una convivialità delle risorse e delle debolezze di ognuno, portatore di movimento e prossimità. Essere volontari è essere anche un po’ visionari pianificatori, esperti, formatori, innovatori perché gli stimoli stimolano, le persone avvicinano, interrogano e generano salvezza. Credo sia importante partire per un nuovo progetto anche “senza i soldi” perché avere a cuore i beni comuni è attenzione alle opportunità e alle risorse. È avere cura della comunità, è mobilitazione concreta, è piccola intraprendenza che osa. Nel tempo i nostri volontari hanno scoperto che si celano opportunità anche dentro i bene che vengono scartati. Questo lavoro ci ha permesso di comprendere il significato della generatività dalla frugalità. Un’economia solidale, sobria, circolare. Questa è la casa che abbiamo costruito, questo è un bene da curare, qui si incontrano e si vive con tante persone che cercano una seconda opportunità, accolte e unite nel lavoro. Si diviene responsabili l’uno dell’altro, influenzandosi reciprocamente, curandosi e curando il bene comune. Cosi si genera per generarsi.

  1. Apprezzare il lavoro

Il lavoro può diventare convivenza, le competenze emergono e possono essere accolte nella loro diversificazione perché tutte sono necessarie e il lavoro genera dignità di operare e cambiare.  Da un tavolo a un trasloco, da una riorganizzazione di uno spazio per un nuovo progetto inaspettato, a una festa che finisce a tarda notte e non se ne può più. Per lavorare insieme si deve però pensare e progettare insieme. Quando si partecipa si agisce, si costruisce, si abita un luogo che diventa anche mio, tuo, suo dove si possono riconoscere le fatiche proprie in quelle di tutti, dove la ricchezza e la diversità sono espresse, dove posso esercitare anche la capacità di ascolto e la possibilità di parlare, scoprendo me stesso. Giungere infine ad un obiettivo nuovo, di stile di vita concreto, dove dare la stessa qualità del “tempo libero” al “tempo lavorato insieme