Agricoltura sociale, da dove partire

Parliamo di agricoltura sociale perché è un ambito operativo attraverso il quale si favorisce la coltivazione di terreni, la produzione di beni e l’inserimento lavorativo di persone con fragilità. Stando al rapporto Coldiretti dell’anno più di 40mila famiglie hanno usufruito in Italia dei servizi nati grazie all’impegno degli agricoltori a sostegno di disabili motori e cognitivi, persone con autismo, detenuti ed ex detenuti, minori disagiati o con difficoltà di apprendimento, donne vittime di abusi, anziani, persone con problemi relazionali oppure con dipendenze, fino ai disoccupati e agli immigrati. Per offrire un quadro introduttivo dell’agricoltura sociale abbiamo chiesto a Sara Tognato presidente Coop sociale agricola Caresà.

Sara, chi sei tu e dove stai lavorando?

Sono Sara, assistente sociale con la passione “assecondata” dell’agricoltura. Nel 2008 con altri 4 matti, ho fondato Caresà e da allora me ne prendo cura …. e la coop si prende cura di me! Caresà è un fattoria sociale di quasi dodici anni fondata da giovani con grandi idealità e poche consapevolezze sulle criticità/fatiche ma anche bellezze dell’agricotura biologica. Da subito abbiamo deciso di dedicarci all’orticoltura a forte valenza manuale da proporre in vendita diretta alle famiglie del territorio. Ad oggi Caresà ha due caratteristiche specifiche:

  1. creare opportunità di occupazione per adulti con disabilità o in situazione di svantaggio sociale attraverso assunzioni stabili e continuative
  2. valorizzare le produzioni, le risorse specifiche del nostro approccio produttivo nei diversi e molteplici modi che la multifunzionalità in agricoltura propone: vendita diretta in azienda di frutta, ortaggi, uova, trasformazione (pasta, cracker, birra, composte, farine ecc), agriturismo, fattoria didattica e sociale, turismo rurale.

Ci siamo sempre sentiti a servizio del territorio in cui operiamo e quindi ci siamo sempre resi disponibili a realizzare vari progetti e percorsi in collaborazione con i servizi, scuole, famiglie del territorio

Il nostro lavoro è espressione del manifesto di Caresà chi fa più fatica non può essere lasciato indietro, come la terra va curata, rispettata nei suoi tempi e nella sua fertilità, così le persone vanno aiutate a mettere a frutto le loro risorse e potenzialità. Come agricoltori abbiamo il dovere di recuperare capacità nell’osservazione selezione delle specie e nella cura del contesto agricolo che ci è affidato perchè si può fare impresa mettendo al centro la persona e l’ambiente che abitiamo. In fin dei conti il cibo che produciamo non è merce, ma valore e futuro.

Che cos’è l’agricoltura sociale?

L’agricoltura sociale è descritta dalla legge nazionale 18 agosto 2015, n. 141 e rientra nelle possibili attività multifunzionali delle imprese agricole.

Le possibili attività da intraprendere descritte dalla norma sono:

a) l’implementazione di percorsi di inserimento socio-lavorativo di lavoratori con disabilita’ e di lavoratori svantaggiati[1] e di minori in eta’ lavorativa inseriti in progetti di riabilitazione e sostegno sociale;

b) la realizzazione di attività sociali e di servizio per le comunità locali mediante l’utilizzo delle risorse materiali e immateriali dell’agricoltura per promuovere, accompagnare e realizzare azioni volte allo sviluppo di abilita’ e di capacita’, di inclusione sociale e lavorativa, di ricreazione e di servizi utili per la vita quotidiana;

c) l’offerta di prestazioni e servizi che affiancano e supportano le terapie mediche, psicologiche e riabilitative finalizzate a migliorare le condizioni di salute e le funzioni sociali, emotive e cognitive dei soggetti interessati anche attraverso l’ausilio di animali allevati e la coltivazione delle piante;
d) l’attivazione di progetti finalizzati all’educazione ambientale e alimentare, alla salvaguardia della biodiversità nonché alla diffusione della conoscenza del territorio attraverso l’organizzazione di fattorie sociali e didattiche riconosciute a livello regionale e iniziative di accoglienza e soggiorno di bambini in eta’ prescolare e di persone in difficoltà sociale, fisica e psichica.

Come si evince, la legge lascia ampio spazio di azione e progettazione.

Chi sono gli operatori riconosciuti in agricoltura sociale?

– Gli imprenditori agricoli di cui all’articolo 2135 del codice civile, in forma singola o associata,

– Le cooperative sociali di cui alla legge 8 novembre 1991, n. 381

Quindi aziende anche molto diverse ma regolarmente iscritte nei relativi registri istituiti dalle Regioni (ogni Regione può legiferare in autonomia sull’argomento prevedendo regole diverse, sopratutto rispetto alla formazione obbligatoria).

Con la parola fattoria sociale cosa si intende?

La fattoria sociale include l’insieme delle strutture e delle risorse materiali ed immateriali utilizzate nell’esercizio dell’attività agricola dall’impresa dove vengono svolte le attività di agricoltura sociale debitamente riconosciute. L’agricoltura sociale è un fenomeno relativamente giovane (anche se sussistono bellissime esperienze sorte ben prima dello sforzo legislativo nazionale e delle Regioni) e come tale si sta strutturando e diversificando man mano, facendo emergere proprio in questi anni bellezze e limiti. Ogni realtà può strutturarsi in modi, forme societarie e collaborazioni davvero diverse tra loro, fermo restando la centralità dell’attività produttiva agricola rispetto alla realizzazione/offerta di servizi alla persona e alla comunità. Le cooperative sociali coinvolte nei progetti di agricoltura sociale quasi sempre prediligono l’attivazione di inserimenti lavorativi e tirocini. Azienda agricole private, invece, si orientano verso la didattica o gli agrinidi o tirocini di inclusione sociale.

Le realtà di agricoltura sociale possono dialogare con tutti gli ambiti dell’amministrazione pubblica; come si può immaginare, comunque, i servizi maggiormente interessati e coinvolgibili sono il SIL e l’Ufficio Categorie protette presso i Centri per l’Impiego.  Un’altra peculiarità delle realtà di agricoltura sociale è la notevole incidenza delle produzioni biologiche certificate. Mi viene da dire che come ci si “prende cura” delle persone fragili o escluse dai normali circuiti del mercato del lavoro e conseguente socialità, così seguendo il metodo di coltivazione biologico ci si “prende cura” della fertilità del suolo, della biodiversità e del contesto territoriale in cui si opera, oltre che della salute dei potenziali clienti.

Quale consiglio di senti di dare a chi si affaccia a questo mondo?

Un buon consiglio, per chi desidera affacciarsi a questo bellissimo ma complesso mondo (viste le innumerevoli variabili rispetto alle produzioni agricole e rispetto ai bisogni talvolta così diversi delle persone accolte) è di far visita a Fattorie Sociali già attive… non c’è di meglio che imparare delle positività e dagli errori di chi ci ha preceduto.


[1]          definiti ai sensi dell’articolo 2, numeri 3) e 4), del regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014 e ai sensi dell’articolo 4 della legge 8 novembre 1991, n. 381, e successive modificazioni